“The Lion King”: non solo musical

31789

Suggerisco di anteporre alla lettura di questa pagina la visione dell’inizio di questo breve video: è il prologo del musical, in lingua zulu, composto del musicista sudafricano Lebo Morake:

Lo spettacolo sta per iniziare: le luci in sala si sono spente, a rappresentare la notte della savana. All’improvviso il silenzio viene squarciato dal grido di Rafiki, il babbuino dalle sembianze di un simpatico donnone-sciamano, capace di tener testa a Mufasa e a Simba. Le risponde una voce maschile dalla platea, in un duetto cui si aggiunge il coro:

Nants ingonyama bagithi Baba [Ecco un leone, padre]
Sithi uhm ingonyama [Oh sì, è un leone]
Ingonyama [Un leone]
Siyo Nqoba [Il nostro destino è la conquista]
Ingonyama Ingonyama nengw’ enamabala [Un leone e un leopardo sopraggiungono in questo spazio aperto]

Segue il primo brano, il celebre The Circle of Life, l’inno dell’intera saga. Ma già nei primi versi abbiamo una sorpresa: Rafiki canta: «There’s more to be seen than can ever be seen», «ci sono più cose da vedere di quanto sia mai stato visto». E il pensiero va a Shakespeare: «There are more things in heaven and earth, Horatio, than are dreamt of in your philosophy», «ci sono più cose in cielo e in terra, Orazio, di quante ne sogni la tua filosofia». (1) Il merito è del libretto, opera di Roger Allers e Irene Mecchi, registi e sceneggiatori statunitensi, autori dei maggiori successi della Walt Disney, compreso il cartone The Lion King (1994). Il musical, in cartellone a Broadway dal 1997 e dal 1999 a Londra, è molto più che un adattamento teatrale del cartone: ha ricevuto moltissimi premi ed è uno dei più applauditi di tutti i tempi. Con ottime ragioni perché ha moltissimi pregi: sorprende, commuove e fa pensare. E’ una miniera di spunti.
La regista Julie Taymor, di origini ebraiche, nella sua carriera si è cimentata più volte con opere di Shakespeare, oltre che con l’Edipo re musicato da Stravinskij (1992).
Le musiche, stupende, offrono un sapiente mix di generi e sonorità occidentali e africane, e portano la firma di Elton John, oltre che di Lebo Morake. Alcuni brani erano già contenuti nel cartone; altri sono stati scritti appositamente per il musical.
I testi sono di Tim Rice, già coautore nei musical Jesus Christ Superstar ed Evita e nel cartone Aladdin. Quanto ai rinvii a Shakespeare, oltre all’Amleto già citato, ricordo la scena in cui il malefico Scar seduce la giovane leonessa Nala, allo stesso modo in cui lo scellerato Riccardo III non esita a sedurre, durante il funerale del legittimo erede al trono che egli stesso ha fatto uccidere, la vedova del defunto, Lady Anna.
Scenografie, costumi e coreografie entusiasmano dall’inizio alla fine, oltre ad essere un’opera impeccabile di ingegneria. Un’occhiata ad altri video su YouTube (2) permette di farsi un’idea, ma forse è meglio arrivare a teatro impreparati, come è successo a me anni fa. (3)
Non riassumo la trama, peraltro molto nota. E’ la trama per eccellenza, che anima la migliore letteratura mondiale (4) (quella che quasi nessuno legge più): The Lion King ne fa tesoro e la rende accessibile e godibile al pubblico di tutte le età. Il nucleo risiede nel rapporto padre-figlio, minato dal senso di colpa che Scar, lo zio regicida, riesce ad inculcare nel giovane Simba, facendogli credere di essere il colpevole della morte del padre, il re Mufasa. A Simba non resta che… rimuovere. Ottiene così di sospendere il senso di colpa. Chi non conosce questo genere di vita-senza-pensieri, la filosofia dell’Hakuna Matata? In lingua swahilisignifica appunto «non ci pensare» o «non ci sono problemi»: la soluzione di Simba, fino a qui, è la stessa di Rossella O’Hara in Via col vento.
Ne seguirà l’angoscia, fino all’incubo in cui il padre viene allucinato dal figlio nel cielo pieno di stelle di una notte senza fine (Endless Night). Per inciso, il nome della nazione ngoni – cui appartiene il gruppo etnico degli zulu – significa «gente del cielo»: Simba vi si identifica, così sa di appartenere alla sua gente, un po’ come accade al brutto anatroccolo della fiaba di Andersen.
L’epilogo della storia resta in certo senso sospeso:
- da una parte c’è l’ingresso del figlio nella religione dei padri (they live in you, poi he lives in you): questi padri celesti ricordano da vicino i Lari e i Penati di casa nostra;
- dall’altra c’è la lotta del figlio per il riscatto dell’intero regno a fianco di Nala, l’amata compagna dei giochi infantili, ora ritrovata come amica e sposa. L’uscita dalla rimozione è resa possibile dall’avvento di una nuova relazione uomo-donna.
The Circle of Life – scrivevo all’inizio – è l’inno della saga di questa umanissima foresta: corrisponde ad una precisa branca della psicologia scientifica dei nostri giorni, detta appunto psicologia del ciclo di vita. Tuttavia Simba viene rappresentato, come Amleto, alle prese con l’aspirazione alla vendetta e al successo: proprio per questo la sua vicenda non è riconducibile ad una questione di evoluzione e proprio per questo ci conquista e ci commuove.

Per quanto ne so, il musical non approderà in Italia.
Invito dunque «i miei venticinque lettori» ad andare a vederlo al Lyceum Theater di Londra. E’ sufficiente un weekend: le poche decine di euro per il volo low cost e quelle per il biglietto del teatro saranno davvero ben spese.

NOTE
1. W. Shakespeare, Hamlet Act 1, scene 5, 159–167
2. https://www.youtube.com/results?search_query=the+lion+king+musical&oq=the+lion+king&gs_l=youtube.1.0.35i39j0l9.6765.10375.0.13750.12.10.0.0.0.1.109.579.9j1.10.0…0.0…1ac.1.h4K8LvM7nUM
3. Ringrazio Francesca Filippini e Carlos Pinto, che mi hanno consigliato lo spettacolo durante un breve soggiorno a Londra. Tempo dopo, trovandomi a New York, sono tornato a vederlo a Broadway. Meglio la performance londinese: il palcoscenico molto più ampio consente un numero maggiore di comparse, il che appaga ancor di più l’occhio.
4. Questo è anche il giudizio di S. Freud, che accomuna in essa Edipo Re, Amleto e I fratelli Karamazov.

Illustrazione a cura di Chiara Ciceri

Pubblicato in Father & Son