Father & Son

Father&Son: una rassegna a tutto campo che «pesca» nella vita di tutti i giorni, personale, sociale e politica. Tema vasto e trasversale. Di certo rilevante, finora poco esplorato.

Father&Son, con la & commerciale, è uno slogan; è il marchio più diffuso del capitalismo, anzitutto americano: padre e figlio contraddistinti dall’avere in comune la medesima azienda o impresa.

Con qualche precedente ante litteram, rappresentato dalla parabola del figliol prodigo. Ovvero: gli affari innanzi tutto. L’interessante è che non si possono curare i propri affari se non passando per quelli di un altro. Un simile pensiero è più prossimo alla posizione del padre o del figlio? Viene il giorno in cui tale alternativa decade. Espressioni quali amore paterno o amor filiale rivestono di una patina sentimentale la questione, che invece a volte può farsi puntuta, fino a diventare per taluni una specie di forche caudine. Infatti spesso capita di trovare padre e figlio su fronti contrapposti, come nel romanzo autobiografico Onora il padre di T. Berger (2007) o nel più datato Figlio!… Figlio mio! di H. Spring (1949).

Father&Son alla prova, dunque: in quel che si può reperire nei media e nella letteratura, nella produzione cinematografica o musicale, come pure nelle conversazioni ordinarie. Chiunque può accorgersi della presenza o meno di questo tema in un discorso o in un’argomentazione: anzi, talvolta la sua assenza rivela più della sua presenza. Né serve dichiararsi neutrali, quando occorre invece prendere posizione. Nello spirito del nostro tempo, allorché troviamo la patologia del rapporto padre-figlio, registriamo uno di questi tre casi: 1) è un tabù, e non si deve nemmeno menzionare; 2) è un caso di perversione, di cui non mancano esempi nella letteratura, non soltanto gay; 3) è solo un binomio che non si appoggia ad alcun concetto preciso.

Father&Son: eredità, successione, regalità, titolarità. La lista può continuare a lungo, perché abbraccia i millenni, spaziando dai miti antichi fino alla storia dei nostri giorni:

dalla teogonia dell’antica Grecia, in cui Urano è castrato dal figlio Crono, poi detronizzato a sua volta da Zeus, fino al racconto omerico dell’incontro tra Priamo e Achille, dove il primo si imbratta di sterco per ottenere dal nemico la restituzione del cadavere del figlio Ettore;

dai primi patriarchi dell’Antico Testamento, Abramo e Isacco, al concilio di Nicea (325 d.C.) che affermò il Figlio come omousios (consustanziale) anziché soltanto omoiusios (consimile) al Padre;

nell’era moderna: l’imponente produzione shakespeariana, o alcune raffinate ricostruzioni recenti (penso alla figura di Giorgio VI nel film Il discorso del re, 2010).

Father&Son: «i tuoi affari si stanno esaurendo» (your business is running out), canta la graziosa e giovanissima Eliza Dolittle nel brano che l’ha resa celebre, Pack up. Lo ha tratto da una nota marcia militare del 1915, Pack up your troubles in your old kit-bag. Poco più di un anno dopo gli USA entravano in guerra. Nel ’68, i nipoti di quei figli che erano stati lanciati in trincea sarebbero passati in massa a pretendere di riscuotere il frutto, molto incerto, di quelle promesse.

Father&Son: cliccando queste parole in google, si rimane sorpresi. Le prime tre pagine sono tutte centrate sull’omonima canzone di Cat Stevens (1970), convertitosi qualche anno dopo alla fede musulmana fino a mutare il nome in quello di Yusuf Islam. Caso sorprendente e istruttivo.

La rubrica si presenta come un’inchiesta senza limiti e freewheeling, a ruota libera, che utilizzerà e vaglierà i materiali più diversi. Un posto del tutto particolare spetta a Freud che, privilegiando il complesso paterno, sostiene il concetto di «padre». Il pensiero di natura, elaborato da G.B. Contri, ne raccoglie e rilancia l’eredità.

Questi articoli sono pubblicati mensilmente sul sito culturacattolica.it

  • Lo spettacolo teatrale “FATHER & FREUD” torna a Milano

    Venerdì 17 aprile 2026 alle ore 21
    presso il CMC (Centro Culturale di Milano) Largo Corsia dei Servi, 4

     

    «In questi ultimi anni sembra crescere una ostilità quasi forsennata nei confronti di Freud»: così scriveva nel 1998 Michele Ranchetti (1925-2008), appassionato studioso di storia della psicoanalisi e professore di storia della chiesa, legato a Giacomo Contri da profonda stima e amicizia. Anni prima, Jacques Lacan ammoniva: «Un giorno, amici miei, dovremo dimostrare persino l’esistenza di Freud!»

    Giudizi severi e ancora attuali: quasi nessuno sa più niente di Freud, mentre la psicoanalisi è bandita dai percorsi di formazione dei giovani che si avviano alle professioni ‘psico’.

    Nello storico studio di Freud a Vienna, Berggasse 19, il visitatore può notare ancora oggi le porte che separano la sala d’attesa dalla stanza di analisi: le doppie ante, foderate di velluto, dovevano proteggere da orecchi indiscreti quel che veniva detto nel corso delle sedute. All’epoca, gran parte della popolazione non aveva nemmeno il bagno in casa. Chi si recava dal professor Freud, viaggiando in carrozza o in treno – vagoni dei primi del Novecento – non poteva non sentirsi onorato nel trascorrere un’ora con quel signore serio e occhialuto, con il sigaro sempre in mano. Lavorare su un sogno o soffermarsi su un lapsus era per quei primi pazienti una nuova via per scoprire e ricapitolare i propri affetti e pensieri in affanno.

    Con lo spettacolo Father & Freud vogliamo rappresentare il filo rosso di quell’avventura del pensiero, tuttora possibile a distanza di un secolo.

    Inoltre, porteremo in scena per la prima volta una pagina poco nota della vita di Freud: il suo viaggio ad Atene (1904), lo stupore di fronte alla bellezza dell’Acropoli e quel che ne scrisse più di trent’anni dopo nella lettera a Romain Rolland. Quel che gli accadde quel giorno portò una nuova luce sul tema che è da sempre il cuore della riflessione filosofica e psicoanalitica: il rapporto con il padre. Nel lavoro quotidiano dietro il divano noi analisti constatiamo che molte sedute dei nostri pazienti ruotano intorno alla medesima questione.

    Grazie al CMC, Father & Freud torna a Milano dopo diverse repliche in città italiane e al Freud Museum di Londra, dove la famiglia Freud trovò rifugio fuggendo da Vienna occupata dai nazisti. In Father & Freud, i Colleghi e i non addetti ai lavori troveranno un Freud amico del pensiero.

    TRAILER FATHER AND FREUD

    Intervista rilasciata a Roby Noris, Lugano, febbraio 2025

      FATHER AND FREUD – UNO SPETTACOLO TEATRALE su YouTube

    Biglietti acquistabili a questo link:

    Info:

    Centro Culturale di Milano, tel: 02-86455162 e-mail: segreteria@cmc.milano.it
    Glauco Maria Genga tel: 335-8089256 e-mail: glaucomaria.genga@gmail.com

     

     

     

     

     


  • Parola di Tommaso

    24 Marzo 2026

    Cinema ARIOSTO
    via Ludovico Ariosto 16,
    MM1 Conciliazione, Milano

    Regia di Matteo Vanni. Con: Francesca Cellini, Corrado Oddi,
    Jacopo Olmo Antinori, Robin Mugnaini, Daniele Favill.
    Prodotto e distribuito da Kahuna Film, Dado Production e Tuscany Film Production
    (Italia, 2025, col. 120’)


    «Tommaso da Celano, primo biografo di san Francesco d’Assisi e autore del Dies irae, fu testimone diretto della nascita del francescanesimo. Lo storico francese Jacques Delarun riportò alla luce una Vita Francisci attribuita a Tommaso da Celano. Il testo era stato messo in vendita da una casa d’aste canadese, dove lavorava la studiosa italiana Laura Light, la prima che ne intuì il valore storico. L’opera è sopravvissuta alla distruzione delle vite di Francesco ordinata da Bonaventura nel 1266. La Vita ritrovata ci ha restituito il volto vivo di Francesco.» (dai titoli di coda)

    Lo psicoanalista Giacomo B. Contri (1941-1022) ha scritto che «Francesco è stato un uomo di pensiero» e ha dedicato diversi articoli al santo assisano, di cui ha persino tracciato un sorprendente identikit in cinque punti: https://www.giacomocontri.it/2013/03/francesco.
    Ne risulta un’idea di laicità ben più corposa di quel che si pensa comunemente.

    Al termine, ne parleremo in sala con il produttore Francesco Bruschettini

    Biglietti acquistabili in loco e online: https://ariosto.spaziocinema.18tickets.it/film/56379
    È necessario presentarsi qualche minuto prima delle 21.00, ora di inizio della proiezione.

  • Parola di Tommaso

    18 Gennaio 2026

    sala Abanella 
    di Anteo-Palazzo del Cinema, piazza XXV Aprile, 8 - Milano

    Regia di Matteo Vanni. Con: Francesca Cellini, Corrado Oddi,
    Jacopo Olmo Antinori, Robin Mugnaini, Daniele Favill.
    (Italia, 2025, col. 120’)


    Il film richiama l’attenzione su Tommaso da Celano (1190-1265), frate, intellettuale e primo biografo di san Francesco, poiché narra la scoperta compiuta circa dieci anni fa da alcuni storici medievalisti, tra cui Laura Light. È un piccolo codice (cm 12 x 8) “povero di aspetto e ricco di contenuto”. Il prof. Jacques Dalarun ne aveva ipotizzato l’esistenza, come racconta in modo spigliato in questa breve intervista: https://www.youtube.com/watch?v=6IdbrxdLx5U.

    La figura, l’opera, la vicenda di Francesco d’Assisi sono ancor più interessanti alla luce della questione francescana, la storia delle sue biografie e delle fonti di esse.

    Il film ha ottenuto il patrocinio del Comitato  Nazionale per la celebrazione dell’ottavo centenario della morte di san Francesco.

    «Tommaso da Celano fu testimone diretto della nascita del francescanesimo. Lo storico Jacques Dalarun riportò alla luce una sua Vita Francisci: il testo era stato messo in vendita da una casa d’aste canadese, dove lavorava la studiosa italiana Laura Light, la prima che ne intuì il valore storico. L’opera è sopravvissuta alla distruzione delle vite di Francesco ordinata da Bonaventura nel 1266.

    La Vita ritrovata ci ha restituito il volto vivo di Francesco.» (dai titoli di coda)

    Sul santo assisano G.B. Contri ha scritto a più riprese, anche sul sito www.culturacattolica.it, sottolineando l’idea di laicità nel pensiero di san Francesco, idea che risulta ben più corposa di quel che si pensa comunemente.

    Rinvio anche al mio articolo del 25 dicembre scorso: 
    LAICO NATAL. CHI HA PAURA DI FRANCESCO D’ASSISI?

    Dopo la proiezione, ci tratterremo in sala con l’attrice Francesca Cellini (nel film, Laura Light).

    LEGGERE CON ATTENZIONE:
    La capienza della sala è limitata, consiglio di acquistare fin da ora il biglietto usando questo link: https://www.spaziocinema.info/milano/eventi-e-rassegne/parola-di-tommaso-incontro-con-il-dr-glauco-maria-genga-con-l2019attrice-francesca-cellini
    È necessario presentarsi all’ingresso della sala Abanella qualche minuto prima delle 10.00.

  • LAICO NATAL – Chi ha paura di Francesco D’Assisi?

    Domenica scorsa l’inserto culturale del Sole24ore era tutto, dicasi tutto, centrato sul Natale. Finalmente! Il Sole non è l’organo del Vaticano o della CEI. Ed è vero che abbiamo bisogno di una tregua, persino nello sfogliare il giornale, cartaceo o immateriale. Natale fa notizia. 

    Con Natale laico non mi riferisco ai soliti “valori umani” o alle antichissime tradizioni di culti pagani e precristiani con cui è facile rimuovere, ossia cancellare, il significato cristiano: la nascita di Gesù di Nazaret. Più di venti anni fa, Umberto Galimberti propose un’interessante riflessione sull’inadeguatezza della cultura occidentale a dirsi cristiana, a motivo dell’opulenza (scriveva nel 2002) e della rigida sottomissione alle leggi del mercato (oggi aggiungerei: della finanza). In sintesi: cristiano = inversamente proporzionale al profitto. Questo è il punto su cui riflettere. 

    Da settembre scorso, due libri freschi di stampa (Francesco. Il primo italiano di Aldo Cazzullo e San Francesco, di Alessandro Barbero) si sono aggiunti a molti altri che vengono riproposti per celebrare gli ottocento anni dalla morte di Francesco d’Assisi. Tra questi, spicca la vasta produzione di Chiara Frugoni, l’illustre medievista che alla vita del santo ha dedicato trent’anni della propria ricerca e numerosissimi titoli di grande pregio, tra i quali: Vita di un uomo: Francesco d’Assisi, Storia di Chiara e Francesco, Il presepe di San Francesco, Francesco e l’invenzione delle stimmate. Uno più bello dell’altro. 

    Frugoni scrive che Francesco «non si propose di fondare un Ordine, parola che nel suo vocabolario manca del tutto (…) non previde, almeno finché non vi fu costretto dallo straordinario successo, alcuna struttura all’interno della comunità. Fu un’altra grande innovazione di Francesco quella di avere dato vita a una fraternità sostanzialmente di laici, senza che si creassero al suo interno (così fu nei primi tempi) differenze di considerazione e di trattamento quando si aggiunsero sacerdoti o persone dotte che avevano frequentato le Università. (…) Morto Francesco, la forza della tradizione prenderà il sopravvento con una decisa clericalizzazione dell’Ordine.» 

     Quella di Aldo Cazzullo è una scrittura avvincente. Ad esempio, sorprende leggere l’elenco di coloro che furono terziari francescani o comunque legati alla “grande famiglia francescana”. Vi troviamo nomi di poeti e letterati arcinoti quali Petrarca, Boccaccio, Tasso, Manzoni, ma anche esploratori come Cristoforo Colombo e Amerigo Vespucci (che «volle essere sepolto vestito del saio francescano»). Francescani furono Galvani, Volta, Ampère e Marconi: praticamente tutto il pantheon dell’elettricità e della radio. Tra i politici e gli statisti: Tommaso Moro, Silvio Pellico e, nel secolo scorso, Robert Schuman, tra i padri fondatori dell’Unione Europea, nonché gli italiani De Gasperi e La Pira, protagonisti della nascita della nostra Costituzione Repubblicana. 

    Vero che «i francescani hanno avuto cinque Papi. Ma nessuno di loro ha mai pensato di chiamarsi Francesco. Francesco non era considerato un nome da Papa.» L’ha fatto Bergoglio, che non era francescano, ma gesuita. 

    Eppure, scrive Cazzullo, «all’apparenza, Francesco ha fallito. Il denaro non è mai stato così importante. La finanza prevale sul lavoro. E fenomeni come la globalizzazione non hanno posto fine alle guerre, anzi.» 

    Mi aggancio volentieri alle sue considerazioni per ricordare che diversi anni fa Giacomo B. Contri tratteggiò una sorta di rapido identikit di san Francesco: 

    (https://www.culturacattolica.it/cultura/catechismo-dell-universo-quotidiano/ad-franciscum-1-marx-e-francesco-uomini-di-pensiero

    «Nella sua laicità, non solo voleva che i suoi seguaci fossero né preti né monaci, ma anche che non avessero il clericalismo ancora odierno che distingue sapere alto da sapere volgare; voleva un’identica regola per uomini e donne, dunque laici anche le donne (su questo punto le resistenze a Francesco e Chiara sono state violentissime); (…) era contro la concezione e la pratica del lavoro in quanto salariato (“povertà”): non si è speso in vani pronunciamenti contro la proprietà privata, ma si è pronunciato attivamente-vocazionalmente contro il salario in quanto asservimento privato del lavoro. Era un mondo intero a venire messo in crisi (come Francesco voleva), e senza “tirate” morali sul denaro come sterco del diavolo. (…) Faremmo bene a pensarci in anni in cui diminuiscono salari e salariati, e senza speranza di inversione della tendenza.» 

    Ne risulta un’idea di laicità ben più corposa di quel che si pensa comunemente. 

    Per Contri, Francesco comprese che «il lavoro è impagabile, non ha prezzo (…) ecco una nuova scoperta sulla legge di moto umana detta “pulsione”. Francesco è stato un uomo di pensiero.» 

    Purtroppo, il modo in cui il suo insegnamento è stato diffuso (ad esempio negli anni ’60 e ’70 del secolo scorso, attraverso le trasmissioni radiofoniche con padre Mariano, che accompagnavano le sere di moltissime famiglie) ha impedito di considerare san Francesco un economista. Eppure, secondo Contri, «lavoro senza salario significa essere mantenuti senza essere schiavi, ossia uno status giuridico inimmaginabile.» 

    Francesco sapeva chiedere: impostava i propri rapporti in modo da suscitare l’iniziativa altrui a proprio favore. È una precisa idea di povertà, la sua, come è attestato, ad esempio, da quel che gli scrisse il conte Orlando Catani di Chiusi che, dopo averlo conosciuto personalmente a San Leo, volle regalargli una sua proprietà, il monte della Verna: «Io ho in Toscana uno monte divotissimo il quale si chiama monte della Vernia, lo quale è molto solitario e salvatico ed è troppo bene atto a chi volesse fare penitenza, in luogo rimosso dalla gente, o a chi desidera fare vita solitaria. S’egli ti piacesse, volentieri Io ti donerei a te e a’ tuoi compagni per salute dell’anima mia.» Il conte munifico finanziò i lavori necessari per ricavarne le prime celle: una Spa ante litteram. Era il 1213, appena sette anni dopo il processo in cui Francesco si era denudato coram populo per restituire ogni cosa al padre, quel Pietro di Bernardone che l’aveva citato in giudizio. Fu un atto di disconoscimento di paternità. 

    Francesco, imprenditore sui generis, nel raccogliere l’invito evangelico “amerai il prossimo tuo come te stesso”, volle realizzare il passaggio da prossimo (il più vicino) a partner (collaboratore, socio). 

    IC’è dell’altro. Contri, oltre a spingersi ad accostare Francesco a Marx («voleva vivere anticipatamente di comunismo»: anche su questo mi riprometto di tornare nelle prossime settimane), rincara la dose immaginando una satira che potrebbe, seppure a torto, accusarlo di «voler vivere a sbafo: accusa «immeritata perché non voleva vivere senza lavoro.» 

    Ciò consente di pensare la distinzione, rilevantissima, tra salute psichica dalla psicopatologia. Quando ero tirocinante nella clinica psichiatrica del Policlinico di Milano, ricoverammo un giovane che, fuggito da casa, aveva fatto perdere le proprie tracce per vivere come un barbone. Era stato portato in ospedale denutrito, sporco e pressoché mutacico. Mi colpì quel che mi disse con un filo di voce: poiché non voleva lavorare, allora non aveva neppure il diritto di mangiare. Questa ammonizione, rivoltagli dal padre, aveva rinforzato la sua ribellione: non solo rifiutava di lavorare, ma cercava di controllare i propri atti respiratori. Non potendo impedirsi di respirare, si era riproposto di consumare meno aria possibile e si era condannato all’immobilità. Di lì a poco morì. Tempo dopo, il padre, stimato e illustre professionista, si lasciò morire anch’egli. 

    Quel giovane commetteva due errori: 1) faceva coincidere il contenuto della parola lavoro a quel che suo padre si aspettava da lui (che diventasse medico, avvocato o qualcosa del genere); 2) non riconosceva che il suo stesso pensiero era un lavoro: così come non poteva arrestare il respiro, non poteva nemmeno smettere di pensare. Fu così che imparai che cos’è la catatonia. 

    Francesco d’Assisi, all’opposto, stimava a tal punto il lavoro, quello manuale e quello psichico, che poco prima di morire fece scrivere nel suo Testamento “Et ego manibus meis laborabam, et volo laborare”. Frugoni ci informa che «in cambio delle loro fatiche i frati potevano ricevere il vitto necessario per vivere (questo è il significato che Francesco dà alla parola “elemosina”), senza tuttavia riporre avanzi di cibo per il giorno seguente.» Insomma, Francesco fece davvero apologia del lavoro. Oggi diremmo che la salvezza, come la soddisfazione, non sono raggiungibili con un’App. 

    La vicenda di Francesco d’Assisi è unica, ed è ancor più interessante alla luce della questione francescana, come è chiamata la storia delle sue biografie e delle loro fonti. Nell’arrestarmi qui, segnalo che la mattina del prossimo 18 gennaio il cinema Anteo di Milano proporrà in prima visione il film Parola di Tommaso, del regista Matteo Vanni, proiettato il 29 ottobre scorso al Senato della Repubblica. 

    Ne anticipo qualcosa riportando i titoli di coda: «Tommaso da Celano, primo biografo di San Francesco d’Assisi e autore del Dies irae, fu testimone diretto della nascita del francescanesimo. Lo storico Jacques Delarun riportò alla luce una Vita Francisci attribuita a Tommaso da Celano: il testo era stato messo in vendita da una casa d’aste canadese, dove lavorava la studiosa italiana Laura Light, la prima che ne intuì il valore storico. L’opera è sopravvissuta alla distruzione delle vite di Francesco ordinata da Bonaventura nel 1266. La Vita ritrovata ci ha restituito il volto vivo di Francesco, non del santo ma dell’uomo.» Occasione imperdibile (info e prevendita tra pochi giorni sul sito https://www.spaziocinema.info/

  • Ascoltate «La Pantera»:Un Podcast per l’estate [*]

    Debbo vincere un’obiezione che faccio a me stesso perché, mentre sto per scrivere di poesia, non posso sottrarmi al senso di impotenza per quel che sentiamo ogni giorno: le guerre non vanno in vacanza. Ma ciò vale anche per il pensiero. Dunque, accanto alle parole crociate, al sudoku o ai trastulli sullo smartphone, da cui non ci stacchiamo quasi mai, non rinuncio all’idea di farvi conoscere un podcast originalissimo: dieci puntate ben confezionate e sobrie quanto a lunghezza, in cui un professore di lettere, cólto e dall’ingegno versatile, rivisita per noi alcuni autori e momenti topici della poesia, italiana e non.
    Prodotto dall’Associazione Spazio Stelle e Voce, il podcast ha un titolo evocativo, La Pantera: inchiesta sulla poesia (info a questo link: https://spaziostellevoce.com/2024/11/05/la-pantera/)

    Alberto Brasioli sa che ogni poeta cui dà voce – senza un pubblico, col solo aiuto di un metronomo, legge Leopardi, Zanzotto, Montale, Saffo, Pascoli, e altri ancora – ognuno di questi poeti, dicevo, è sì un classico, ma non lo era affatto quando viveva e scriveva. Verità lapalissiana. Eppure molti trattano i classici come fossero degli Untouchables, mentre altri commettono l’errore opposto: non poche scuole e laboratori di scrittura credono di suscitare negli allievi fior di emozioni, in realtà solo riciclate, volendo risparmiar loro l’impegno con testi e opere di chi li ha preceduti, perché sarebbe un impegno inutile, anzi dannoso. Niente di più falso.

    La Pantera è una piacevole sorpresa, soprattutto per la modalità di lavoro che suggerisce, più ancora che per le conclusioni cui l’autore perviene di volta in volta, e che trovo entusiasmanti nella maggior parte dei casi. Potreste non trovarle sempre condivisibili, ma ciò non diminuirebbe il loro valore. Conosciamo la frase di Goethe «Ciò che hai ereditato dai padri, riconquistalo, se vuoi possederlo davvero». È quel che fa Brasioli. Lo dice chiaramente nella penultima puntata: «Ogni poeta ha tentato di fare a gara con i suoi maggiori, non per prevalere, perché si vede benissimo che [comporre versi] è un modo con cui quelli che sono venuti dopo rendono omaggio ai loro padri. Non c’è né invidia né competizione. È come dire: noi siamo qui, come sarebbe bello incontrarci!»

     Sì, ma in fin dei conti, che dice Brasioli? Prima puntata, Istruzioni per l’uso: si comincia dall’Alighieri. «Due sono le lingue che parliamo – dice Dante nel De vulgari eloquentia – quella che impariamo da coloro che si affacciano alla nostra culla e quella secondaria che impariamo mediante la grammatica. La prima è quella autentica, quella che riguarda la poesia.» Ecco, dunque, l’importanza decisiva – noi diremmo costituente – dell’esperienza dei primissimi anni di vita, quelli che hanno ricevuto la massima attenzione non solo da Sigmund Freud e sua figlia Anna, ma anche da pensatori del calibro di Agostino d’Ippona (penso all’ottavo paragrafo del Libro I delle Confessioni) o, in era moderna, da John Henry Newman, il “vescovo che visse due volte”, se posso dir così, che ha saputo far tesoro di ciò che significa imparare a parlare. Mi riferisco alla sua Grammatica dell’assenso (1870), opera che andrebbe letta e riscoperta nella laicità che la caratterizza.
    «La pantera è un podcast sulla poesia recente, recentissima e, insieme, antica, antichissima. Brevi episodi su poeti, testi, questioni che ci consentiranno di affrontare in modo nuovo la eredità della grande dimenticata.» Ed ecco che Brasioli cita Iosif Brodskij (Nobel 1987 per la letteratura): «Bisognerebbe avere la mano sinistra su Omero, Dante e la Bibbia prima di impugnare la penna con la destra.» Vero, ed è curioso sentirselo dire in un podcast, che non è su carta, e scriverlo su una tastiera, con buona pace del barone Bich, quello che fece la sua fortuna con l’iconica penna a sfera cui diede il nome (Bic).

    Così, di puntata in puntata, veniamo introdotti alle opere di molti autori, alcuni già familiari, che credevamo di conoscere, altri sconosciuti. In ognuno di essi, Brasioli cerca quel che chiama la pantera, ovvero la poesia nella poesia, quel quid di personale che sprigiona dalla scrittura e va ben oltre il sapere accademico.
    Nella puntata dedicata a Leopardi (Gli oggetti doppi) eccoci alle prese con la celebre poesia Alla luna nella quale, a ben vedere, le lune sono due: quella dell’anno passato e quella del momento in cui il poeta scrive. Le condizioni sono sovrapponibili, dato che egli era triste allora come lo è ora. Eppure, proprio da questa duplicità ecco svilupparsi qualcosa: il ricordo. Il fatto di poter dire «io sono stato quella cosa là e adesso sono questo qua» giova a Leopardi, gli piace, gli è di beneficio. Il ricordo è triste e l’affanno perdura, tutto sembra uguale, ma non lo è, «perché io sto ricordando. E il tempo del ricordo è qualcosa che non c’è in natura, c’è solo dentro di me: sono io, questo!» È qui che sta la poesia, conclude Brasioli, riconoscendo in Leopardi un pensatore niente affatto pessimista. Il che mi ha ricordato un passo dello Zibaldone: «Non possiamo saper, né anche sufficientemente congetturare tutto quello di cui sia capace, aiutata da circostanze favorevoli, la natura umana». (4166, 21 febbraio 1826)
    Negli episodi del podcast vi sono poi frequenti riferimenti ai grandi fatti della Storia. Ad esempio, per introdurci alla comprensione del Sonetto di sterpi e limiti di Zanzotto, Brasioli evidenzia come il poeta attinga “a piene rime” al tredicesimo Canto dell’Inferno dantesco: Uomini fummo, e or siam fatti sterpi. Il bosco del Montello è orribile, intriso com’è del sangue di migliaia di giovani caduti in battaglia nel giugno 1918! Dopo questa puntata, occorrerebbe inventare un girone per giustiziare quanti consegnano la poesia alle parafrasi… Ecco, l’ho scritto.

    Il vertice della serie è la puntata su Saffo, intitolata “Il ritmo della poesia”. Essendo quella che amo più di tutte, non voglio privarvi della soddisfazione di scoprirla ascoltandola: seguirete passo dopo passo il professore, mentre si inoltra in quella che a mio avviso è una vera e propria scoperta. Per inciso, questa puntata e la successiva (La ninna nanna) possono essere di grande interesse per chi si trova ad avere a che fare o si occupa professionalmente di bambini a rischio di autismo.

    I nessi tra poesia e psicoanalisi sono una miriade. Qui menziono solo il breve saggio freudiano Il poeta e la fantasia (1907), che ho già citato in un articolo precedente su questo stesso sito. Quanto a Giacomo Contri, sono molti i testi in cui egli richiama il nesso stretto tra la lettura e l’attività dell’inconscio. Un suo articolo del 2006 si intitola Leggere e mangiare. Studio e alimentazione: «Apologia della lettura. Dico bene: la lettura distinta dallo studio, ossia quella fatta per attrattiva – ec-citamento o vocazione -, non per performance scolastica o professionale.» (Think!, 2 novembre 2006) E ancora: «Il lavoro non è la pòiesis oggi detta “creatività” con le sue arie da vaudeville: è quella produzione di una materia prima che è suscettibile dell’intervento desiderabile di un secondo soggetto». (Istituzioni del pensiero. Le due ragioni, Sic Edizioni, 2010).

    Infine, pensate se al mattino, al momento della prima colazione, dopo il GR sempre più breve e disertato, la radio trasmettesse per una decina di minuti un podcast come questo: ogni giorno, milioni di ascoltatori riceverebbero un assaggio, un suggerimento di che cosa è un lavoro culturale animato dalla vocazione per il nuovo. Una poesia, un racconto, il riassunto di un film… non vien da pensare che la giornata inizierebbe in modo migliore, più promettente?

     


    * Articolo pubblicato il 7 agosto 2025 nella rubrica Father and Son del sito www.culturacattolica.it

  • La Strada Scarlatta

    3 Luglio 2025

    sala Abadan 
    di Anteo-Palazzo del Cinema, piazza XXV Aprile, 8 - Milano

    Regia di Fritz Lang,
    con Edward G. Robinson, Joan Bennett, Dan Duryea
    (USA 1945, b/n, 102’)


    La Strada Scarlatta

    Nessuno mi può giudicare? Il punto interrogativo è d’obbligo, se solo si estrae la frase dall’alone del successo nazional-popolare dovuto alla canzone di Caterina Caselli (Sanremo 1966).

    «Lo psicoanalista, si dice, “non deve giudicare”: con una cattiva frase si liquida la questione del giudizio.» (G.B. Contri, Lexikon psicoanalitico, 1987). È vero il contrario: il giudizio è una facoltà, il cui difetto è patogeno.

    Autentico capolavoro di Fritz Lang, il film mostra come l’impossibilità del giudizio possa siglare il passaggio dall’ingenuità alla demenza: «una storia beffarda di colpa e degradazione, in cui nessun personaggio si salva.» (P. Mereghetti)

    Un delitto resta impunito: fu una vistosa infrazione del codice Hays, al punto che all’inizio ne venne proibita la distribuzione nelle sale di New York.

    A chi non l’ha mai visto, consiglio di gustare quest’opera senza cercare o leggere alcunché circa la trama. Sarà l’occasione per un approfondimento sul tema del giudizio, cui abbiamo dedicato il Simposio annuale della Società Amici del Pensiero ‘Sigmund Freud’. La sessione conclusiva si terrà sabato 5 luglio presso il Centro Culturale di Milano.

    Info (leggere con attenzione)
    La proiezione è un evento ad inviti. Non vi sono biglietti da acquistare né occorre passare in biglietteria. Chi desidera partecipare può inviarmi il proprio nome e cognome inviandomi un’e-mail (no WhatsApp).
    Ingresso libero fino ad esaurimento posti, con precedenza a quanti mi avranno inviato l’e-mail. L’accesso alla sala Abadan sarà consentito a partire dalle 19.45.
    Inizio proiezione alle ore 20.

  • W la Storia!

    Sono diventato un fan del Corriere della Sera. Abito da vent’anni a due passi da via Solferino, ma non ho mai sentito il Corriere così vicino come in questo mese, cioè da quando pubblica, il mercoledì e giovedì di ogni settimana, le sue prime pagine, dall’esordio del 5 marzo 1876 ad oggi. Qui sopra: l’annuncio dell’inizio della Repubblica all’indomani del referendum del 2 giugno 1946.

    Lodevolissima iniziativa, che spero incontri il successo che merita. Si sa, infatti che un numero crescente di giovani, e meno giovani, non leggono i quotidiani.

    Per Hegel la lettura della Gazzetta era «la preghiera del mattino dell’uomo moderno», ma le cose non stanno più così. La prima volta che udii questo giudizio fu nel 1978: lo sosteneva Giacomo Contri, in un corso che tenne al Circolo Filologico (in seguito vi è tornato più volte, come in questo blog: https://www.giacomocontri.it/2006/11/preghiera-laica/).

     

    Ma oggi? Nessuno stacca lo sguardo dallo smartphone… con molte conseguenze.

    Come consulente dell’Aeronautica, mi trovo a firmare provvedimenti di idoneità a chi vuole conseguire la licenza per pilotare un aereo, ma non mi lascia indifferente costatare che più di un giovane aspirante pilota non conosce il nome del nostro Presidente della Repubblica, pur sapendo pressoché tutto dell’ultima polemica social sui Ferragnez…

    Quando frequentavo il liceo, l’educazione civica era chiamata la Cenerentola di tutte le materie. Cosa curiosa, era così anche per la religione. Un errore nell’impostazione degli studi classici. Ma l’ho compreso solo “da grande”.

     

    L’iniziativa del Corriere mi fa pensare ai fatti che hanno cambiato la storia.

    Nel suo discorso del 31 dicembre 2017, il Presidente Mattarella ha definito la Costituzione Italiana la nostra «cassetta degli attrezzi». Notevole. Nel novembre scorso, al Centro Asteria di Milano, ho partecipato ad un incontro con la professoressa Cartabia, dal titolo La Costituzione al centro. L’auditorium era gremito di centinaia di liceali e altrettanti erano collegati online. In uno dei passaggi più rilevanti, l’ex-ministro della Giustizia, già Presidente della Corte Costituzionale, ha ricordato il contributo decisivo di La Pira ai lavori dell’Assemblea Costituente, e in particolare il significato della sua rinuncia al Preambolo.

    «Il 22 dicembre 1947 il giurista siciliano prese la parola un’ultima volta per chiedere che fosse posta in qualità di preambolo alla Costituzione la formula: “In nome di Dio il popolo italiano si dà la presente Costituzione”. Alla proposta seguì un dibattito ferratissimo che mise in pericolo l’unità dell’assemblea. La Pira, pallido in volto, si fece un ampio e devotissimo segno di croce e ritirò la proposta, dicendo: “Se tutto questo dovesse produrre la scissione dell’Assemblea, io per conto mio non posso dire che questo: che ho compiuto secondo la mia coscienza il gesto che dovevo compiere”.»

    (https://www.politicainsieme.com/giorgio-la-pira-e-la-costituzione-di-nino-giordano/)

    Questo punto meriterebbe un approfondimento molto più ponderato; ora lo menziono solo perché la vicenda del Preambolo è un esempio dell’eccellente lavoro legislativo dei 556 Padri costituenti. Faremmo bene ad averlo presente, al netto di ogni considerazione di natura politica. Non nascondo che non mi sono mai piaciute le espressioni giornalistiche Prima e Seconda Repubblica, perché sono fuorvianti.

     

    Un altro esempio, tra i molti possibili. Nel giugno scorso, appena tornato da Siracusa dove avevo assistito alla rassegna del teatro antico (tutti dovrebbero andarvi almeno una volta), incontro due giovani colleghe, cui racconto qualcosa: «L’interpretazione di Laura Marinoni della Medea è stata fantastica! Invece il Prometeo incatenato non mi ha convinto…» Le colleghe mi guardano con occhi smarriti: i nomi Medea e Prometeo non dicono loro nulla: «Ma doc, lei ha fatto il classico!».

    Poiché non era mia intenzione metterle in imbarazzo, non ho insistito, ma l’eco dell’episodio non si è affievolita in me. Quando quelle colleghe riceveranno nei loro studi professionali donne affette da psicosi post partum, o lavoreranno a perizie in casi di infanticidio, la vicenda di Medea sarebbe loro di grande aiuto. Ma non lo sanno! Eppure, anche chi non proviene da studi classici può entrare in libreria o sfogliare un quotidiano e imbattersi in un allestimento teatrale di Medea.

    Informo i lettori che nel prossimo luglio si svolgerà presso l’Università di Urbino una Summer School, promossa da Maria Gabriella Pediconi, dal titolo «Attualità freudiana. Un giurista legge Freud. Con esercizi sulla tragedia greca». Parleremo anche di Medea: il testo di Euripide verrà commentato da giuristi e psicoanalisti.

     

    Può capitare a tutti di imbattersi in modo personale nel racconto di un fatto storico. Ad esempio, un giovane studente universitario mi racconta di avere appreso dalla lettura del Vasari che Michelangelo, prima di morire, “abruciò gran numero di disegni, schizzi e cartoni fatti di man sua, acciò nessuno vedessi le fatiche durate da lui et i modi di tentare l’ingegno suo per non apparire se non perfetto.” La notizia l’ha colpito perché anch’egli non tollera che la sua preparazione sia men che perfetta. Gli  rispondo che i cartoni preparatori dei grandi artisti mettono al lavoro schiere di studiosi: lo stesso Buonarroti non sarebbe mai arrivato ad affrescare la Sistina senza quei cartoni. Resta che quel giovane ha avuto accesso, in un modo o in un altro, alle Vite del Vasari. Non capita spesso.

     

    Che cosa occorre perché si possa fare tesoro della storia, nella cultura come nella scienza, nell’economia o nell’arte? Direi: il racconto affidabile di chi sa di avere seguìto, nel proprio lavoro, una passione; non importa in quale disciplina o campo del sapere.

    Che c’entra tutto questo con la Pasqua? Per credenti e non credenti, è vero che la notizia di quella resurrezione ha fatto storia. Anzi, ha fatto la storia. Come mostra questo affresco: il geniale “pittore di Cluny” del XII secolo doveva avere in mente una qualche idea di Costituzione della Chiesa, perché il fondatore è rappresentato nell’atto di consegnare la legge a Pietro. Il nesso tra legge, diritto e legame sociale è ancora tutto da esplorare: «Dove due o tre sono riuniti nel mio nome io sono in mezzo a loro» (Mt. 18,15-20).

     

     Dedico questo articolo a Giovanna e a suo marito Antonio,
    alla loro storia nella storia.

     

  • Whiplash

  • Sarà il Caos (It Will Be Chaos)

    It will be chaos - locandina
    Teatro Studio Melato (MM2 Lanza)

    Regia di Lorena Luciano, Filippo Piscopo
    (USA, 2018 durata 93')


    anteprima italiana del documentario

    SARÀ IL CAOS (It Will Be Chaos)

    A tema: la crisi dei rifugiati che attraversano il Mediterraneo, la resilienza dei richiedenti asilo e degli italiani che si trovano a fronteggiare il massiccio afflusso di migranti.
    Prodotto dal canale statunitense HBO, è stato trasmesso in occasione del World Refugee Day e premiato nel luglio scorso al Taormina Film Festival.
    Qui l’articolo-intervista de La Repubblica di venerdì scorso.

    Dopo la proiezione i registi, che hanno lavorato a lungo con i migranti, racconteranno all’uditorio come hanno realizzato il film.

    INFO

    Ingresso: 5 euro. 
    Suggerisco di essere lì alle 18.30 per accedere ad un posto da cui si veda bene.
    Teatro Studio Melato – MM Lanza. I biglietti sono acquistabili solo il giorno stesso.
    La biglietteria del Piccolo Teatro (Studio Melato) sarà aperta dalle 17:30 alle 23:30
    Info: naga@naga.it, 349 160 33 05 – Milano Film Festival www.milanofilmfestival.it

    http://www.milanofilmfestival.it/it/2018/07/22/immigration-day-martedi-2-ottobre/https://www.tempostretto.it/news/filmfest-taormina-riconoscimento-registi-luciano-piscopo-it-will-be-chaos.html

  • Le due vie del destino

    Proiezione del quarto e ultimo film del Cine-seminario
    THE DEAD-END ROAD OF REVENGE. IL VICOLO CIECO DELLA VENDETTA

    LE DUE VIE DEL DESTINO

    (The Railway Man) Australia – Gran Bretagna,
    2013, col. 113′, regia di J. Teplitzky.
    Con: Colin Firth, Nicole Kidman, Jeremy Irvine, Hiroyuki Sanada.

    Ci sono fatti, e persone, che tutti dovrebbero conoscere.
    È il caso di Eric Lomax, giovane ufficiale britannico appassionato di ferrovie e radio, prigioniero dei giapponesi in Thailandia dal 1942 al 1945 e costretto a lavorare alla ‘Ferrovia della Morte’: una follia che costò la vita a decine di migliaia di persone.
    Lomax sopravvisse alla guerra, ma per decenni rimase ossessionato dal ricordo delle torture subite (disturbo post-traumatico da stress?) finché, con l’aiuto della moglie, decise di dare uno speciale seguito ai suoi propositi di vendetta.
    La vicenda colpisce per l’inatteso bivio cui si affacciano il protagonista e il suo aguzzino di un tempo: la vendetta può davvero riparare ferite così radicate nella memoria? Freud, che si occupò, tra il 1918 e il 1920, delle nevrosi di guerra e dei loro trattamenti, scrisse che in simili casi il “conflitto si svolge tra il vecchio Io pacifico e il nuovo Io bellicoso del soldato”.
    Il film, tratto dall’avvincente autobiografia The Railway Man (bestseller 1995), è stato presentato in anteprima mondiale al Toronto International Film Festival 2013. Il regista australiano Teplitzky ha saputo rendere – anche grazie ad un Colin Firth superlativo – la figura straordinaria di Lomax, che chiuse il proprio libro con queste parole: “Avevo dimostrato a me stesso che ricordare non serve a nulla se si limita ad alimentare l’odio.”

    Al termine della proiezione, seguirà una conversazione a più voci.

    INFO

    MIC, Museo Interattivo del Cinema, viale Fulvio Testi 121 (MM5 Bicocca),
    22 marzo 2018, ore 20.30.
    Raccomando di arrivare almeno alle 20.15: la proiezione inizierà alle 20.30 in punto.
    Se è interessata/o, le consiglio di inviare al più presto l’adesione all’indirizzo:
    gmg-cinema@glaucomariagenga.it Potrà ritirare il suo biglietto (€ 6.50) all’ingresso del MIC.