Father & Son

Father&Son: una rassegna a tutto campo che «pesca» nella vita di tutti i giorni, personale, sociale e politica. Tema vasto e trasversale. Di certo rilevante, finora poco esplorato.

Father&Son, con la & commerciale, è uno slogan; è il marchio più diffuso del capitalismo, anzitutto americano: padre e figlio contraddistinti dall’avere in comune la medesima azienda o impresa.

Con qualche precedente ante litteram, rappresentato dalla parabola del figliol prodigo. Ovvero: gli affari innanzi tutto. L’interessante è che non si possono curare i propri affari se non passando per quelli di un altro. Un simile pensiero è più prossimo alla posizione del padre o del figlio? Viene il giorno in cui tale alternativa decade. Espressioni quali amore paterno o amor filiale rivestono di una patina sentimentale la questione, che invece a volte può farsi puntuta, fino a diventare per taluni una specie di forche caudine. Infatti spesso capita di trovare padre e figlio su fronti contrapposti, come nel romanzo autobiografico Onora il padre di T. Berger (2007) o nel più datato Figlio!… Figlio mio! di H. Spring (1949).

Father&Son alla prova, dunque: in quel che si può reperire nei media e nella letteratura, nella produzione cinematografica o musicale, come pure nelle conversazioni ordinarie. Chiunque può accorgersi della presenza o meno di questo tema in un discorso o in un’argomentazione: anzi, talvolta la sua assenza rivela più della sua presenza. Né serve dichiararsi neutrali, quando occorre invece prendere posizione. Nello spirito del nostro tempo, allorché troviamo la patologia del rapporto padre-figlio, registriamo uno di questi tre casi: 1) è un tabù, e non si deve nemmeno menzionare; 2) è un caso di perversione, di cui non mancano esempi nella letteratura, non soltanto gay; 3) è solo un binomio che non si appoggia ad alcun concetto preciso.

Father&Son: eredità, successione, regalità, titolarità. La lista può continuare a lungo, perché abbraccia i millenni, spaziando dai miti antichi fino alla storia dei nostri giorni:

dalla teogonia dell’antica Grecia, in cui Urano è castrato dal figlio Crono, poi detronizzato a sua volta da Zeus, fino al racconto omerico dell’incontro tra Priamo e Achille, dove il primo si imbratta di sterco per ottenere dal nemico la restituzione del cadavere del figlio Ettore;

dai primi patriarchi dell’Antico Testamento, Abramo e Isacco, al concilio di Nicea (325 d.C.) che affermò il Figlio come omousios (consustanziale) anziché soltanto omoiusios (consimile) al Padre;

nell’era moderna: l’imponente produzione shakespeariana, o alcune raffinate ricostruzioni recenti (penso alla figura di Giorgio VI nel film Il discorso del re, 2010).

Father&Son: «i tuoi affari si stanno esaurendo» (your business is running out), canta la graziosa e giovanissima Eliza Dolittle nel brano che l’ha resa celebre, Pack up. Lo ha tratto da una nota marcia militare del 1915, Pack up your troubles in your old kit-bag. Poco più di un anno dopo gli USA entravano in guerra. Nel ’68, i nipoti di quei figli che erano stati lanciati in trincea sarebbero passati in massa a pretendere di riscuotere il frutto, molto incerto, di quelle promesse.

Father&Son: cliccando queste parole in google, si rimane sorpresi. Le prime tre pagine sono tutte centrate sull’omonima canzone di Cat Stevens (1970), convertitosi qualche anno dopo alla fede musulmana fino a mutare il nome in quello di Yusuf Islam. Caso sorprendente e istruttivo.

La rubrica si presenta come un’inchiesta senza limiti e freewheeling, a ruota libera, che utilizzerà e vaglierà i materiali più diversi. Un posto del tutto particolare spetta a Freud che, privilegiando il complesso paterno, sostiene il concetto di «padre». Il pensiero di natura, elaborato da G.B. Contri, ne raccoglie e rilancia l’eredità.

Questi articoli sono pubblicati mensilmente sul sito culturacattolica.it

  • Santiago: una strage annunciata. Quale prevenzione?

    La cronaca delle settimane tra luglio e agosto ha dato risalto ad alcuni gravissimi incidenti mortali, stradali e ferroviari. Quello occorso alle porte di Santiago di Compostela mi ha impressionato più degli altri per la dinamica e gli effetti. Secondo le indagini, ancora in corso, è molto probabile che la strage sia da imputare alla condotta del macchinista. Giornali e TV hanno parlato di “errore umano”, un’espressione che merita la massima attenzione: umano non è sempre sinonimo di buono, comprensibile, perdonabile, ed errore sembra una parola troppo debole e ovattata. Santiago di Compostela, 24 luglio scorso: un treno ad alta velocità con otto carrozze e due motrici deraglia con 218 passeggeri a bordo: 79 persone perdono la vita. (1) L’eccesso di velocità è la prima ipotesi circa la causa dell’incidente. Il macchinista, tale Garzon Amo, estratto dalle lamiere praticamente illeso e in stato di shock, conferma quanto viene poi rivelato dalle scatole nere: il treno, che fino a poco prima viaggiava a 199 chilometri orari, ha affrontato una curva alla velocità di 179 km/h, mentre il limite in quel tratto è di 80 km/h. (2)

    Il macchinista – trent’anni di servizio alle spalle – si era precedentemente vantato su Facebook di avere trasgredito ripetutamente le norme che fissano i limiti di velocità. Era perfino arrivato a postare la foto del tachimetro di bordo. Qualcuno se ne era accorto e lo aveva bonariamente rimproverato:
    “Freeeena che vai troppo veloce” gli dice un utente su Facebook. Garzon risponde: “Sono al limite non posso andare di più”. “Ma se vai a 200” gli dice di nuovo l’altro. E lui: “Ma il tachimetro non è truccato”. Alla conversazione si aggiunge un terzo: “Se ti becca la Guardia Civil (la polizia spagnola) rimani senza punti”. Garzon rilancia con una battuta, scritta in maiuscolo: “Che bello sarebbe andare in parallelo alla Guardia Civil e superarli facendo saltare l’autovelox. Ah ah, che bella multa per Renfe” (Renfe Operadora è l’impresa titolare dei trasporti nazionali in Spagna, comprendenti l’Alta Velocità, ndr.).
    In realtà, il criminale stava preparando l’omicidio di massa, mentre ingannava se stesso con l’alibi di mirare solamente a procurare “una bella multa” alla ditta per la quale lavorava. Un tragico esempio di scissione dell’Io: pochi secondi per non azionare il dispositivo frenante del convoglio, e il blackout del pensiero si rivela essere il precipitato di tutta una vita: gli effetti non sono una multa, ma una strage.
    Un esempio molto istruttivo a tale proposito ci viene da Freud.
    In Introduzione alla psicoanalisi (1915-17), egli dedica più di una lezione agli “atti mancati”. Nel prendere in esame i lapsus di scrittura, Freud riporta il seguente esempio: «Vi ricorderete forse del caso di quell’assassino, H., abile nel procurarsi da istituti scientifici colture di microbi patogeni estremamente pericolosi, spacciandosi per batteriologo, per poi adoperare queste colture per togliere di mezzo in tale modernissimo modo i suoi conoscenti. Accadde che quest’uomo lamentò una volta presso la direzione di uno di tali istituti l’inefficacia delle colture speditegli, ma nel farlo commise un lapsus di scrittura: al posto delle parole “nei miei esperimenti su topi (Mausen) o cavie (Meerschweillchen)”, scrisse chiaramente la frase: “nei miei esperimenti su uomini (Menschen)”. Questo lapsus diede nell’occhio anche ai medici dell’istituto, ma essi, per quanto ne so, non ne trassero alcuna conclusione. Ora, voi che ne pensate? Non avrebbero dovuto piuttosto accogliere il lapsus come una confessione e promuovere un’indagine, con la quale si sarebbe tempestivamente posto fine alle malefatte di quell’uomo? Forse che in questo caso l’ignoranza della nostra concezione degli atti mancati non è divenuta la causa di un’omissione importante dal punto di vista pratico? Per quanto mi riguarda, un tale lapsus di scrittura mi sarebbe certamente apparso molto sospetto; ma qualcosa di importante si frappone alla sua utilizzazione come confessione. La cosa non è così semplice.» (3)
    Se è vero che la cosa non è semplice, (4) è anche vero che la facoltà di porre diagnosi circa gli atti o i comportamenti sani o patologici, propri o altrui, è in capo ad ogni individuo. Il suo esercizio comprende il sapere distinguere tra errore e crimine, per il bene proprio e di tutti.
    L’amico su Facebook del macchinista non ha pensato di poter intervenire, forse trattenuto o ammaliato anch’egli dalla folle impresa di cui l’altro si vantava.
    Con un salto del tutto legittimo, il pensiero va alla canzone Emozioni, (5) uno dei più grandi successi di Lucio Battisti (1970): «E guidare come un pazzo a fari spenti nella notte per vedere / se poi è tanto difficile morire / E stringere le mani per fermare / qualcosa che / è dentro me / ma nella mente tua non c’è / capire tu non puoi / tu chiamale se vuoi / emozioni». Occorrerà tornare sull’ambiguo fascino (6) delle condotte suicidarie e autolesionistiche: il suicidio – scriveva Freud – non è che un omicidio di massa rivolto contro se stessi. Nessun senso di colpa, dunque? Mi limito a segnalare la questione, per riprenderla in un’altra occasione.
    Oggi i più si riempirebbero la bocca con appelli alla “messa in sicurezza” di servizi così sofisticati e pericolosi, come è di fatto l’Alta Velocità. Nessuno, che io sappia, ha osservato che quell’amico su Facebook, dopo aver letto la maniacale dichiarazione di guerra del macchinista, avrebbe potuto prendere le parti della difesa del pensiero. Del pensiero sano, o di quel poco che ne era rimasto nell’omicida stesso; e di quanti sono rimasti uccisi o feriti a causa sua. Avrebbe potuto rispondergli sul social network: «Se non correggi la tua dichiarazione di morte, lo segnalo ai tuoi superiori». Così facendo, quell’amico sarebbe stato veramente tale e lo avrebbe trattato in modo paterno. Sarebbe stato un caso di prevenzione del crimine attuato da un individuo senza attendere l’iniziativa di un qualche organo ad essa preposto. (7) Tale condotta avrebbe potuto evitare o almeno contenere il disastro? Forse sì.
    Se l’amico lo avesse richiamato, avrebbe assunto almeno per un momento il posto di un fratello autorevole che, quando serve, corregge difendendo la salute dell’amico insieme alla propria. Una opera comune di difesa del buon pensiero – i medievali lo chiamavano “buon governo” – da cui gran parte dell’umanità trae ogni giorno il sostentamento per sé e per altri. Partecipando a questo lavoro è possibile per ciascuno mirare alla soddisfazione senza alcun bisogno di inseguire fantasie omicide.

    NOTE
    1.http://it.wikipedia.org/wiki/Incidente_ferroviario_di_Santiago_di_Compostela
    2. «Il macchinista (…) non fu distratto dal collega della Renfe che lo chiamò per dargli istruzioni. Infatti, al momento dell’impatto aveva chiuso la telefonata da 11 secondi. E’ quanto emerge dalla dichiarazione del tecnico della Renfe, Antonio Martin Marugn, ascoltato oggi come teste dal giudice Luis Alez che conduce l’inchiesta. “Al momento dell’incidente – ha detto – avevo già il telefono in tasca”. (…) Alla luce delle risultanze e della testimonianza, il giudice ha confermato che non fu la chiamata di servizio a distrarre Garzon Amo. Questi fu chiamato alle 20:39:06, appena due minuti prima del deragliamento. La risposta arriva nove secondi dopo e la comunicazione dura in tutto 40 secondi. Pertanto, quando il treno deragliò la comunicazione era stata conclusa da 11 secondi. Durante la conversazione si sente un primo avviso acustico di allarme che allerta – secondo quanto spiegato da Renfe – dell’approssimarsi della curva “A Gradeira”, che ha il limite di 80 km/k mentre il treno procedeva a 199. Negli 11 secondi di intervallo dalla fine della chiamata all’impatto fatale Garzon Amo si è accorto che andava troppo veloce e azionò il sistema di frenata, ma il rallentamento non fu sufficiente a evitare la strage. Il macchinista disse al giudice di essersi distratto e di aver capito in ritardo che la velocità era troppo alta. Prima dell’incidente vi furono tre segnalazioni acustiche e una visiva che indicavano anomalie al macchinista del treno deragliato a Santiago de Compostela. Tutti negli undici secondi nei quali Garzon Amo non era più al telefono con il collega della Renfe. Il primo, acustico, alle 20:40:55, segnala l’approssimarsi della curva “A Gradeira”, a circa 500 metri; alle 20:40:56, uno visivo e l’altro acustico; alle 20:40:59 il conducente aziona il freno di emergenza, e alle 20:41:02 l’ultimo segnale acustico, poco prima dell’impatto mortale.» (Ansa, 2 agosto 2013).
    3. S. Freud, Introduzione alla psicoanalisi, OSF, Bollati Boringhieri, vol. VIII, pag. 249.
    4. Infatti Freud prosegue: «Il lapsus di scrittura è sicuramente un indizio, ma non sarebbe stato sufficiente di per sé solo ad avviare un’inchiesta. E’ vero che il lapsus dice che l’uomo è occupato dal pensiero di provocare un’infezione in altre persone, ma non permette di decidere se questo pensiero abbia il valore di un chiaro proposito nocivo o quello di una fantasia senza importanza dal punto di vista pratico. E’ persino possibile che l’uomo che ha commesso un simile lapsus di scrittura rinneghi, adducendo motivazioni soggettive perfettamente legittime, questa fantasia, o la respinga come qualcosa che gli è completamente estraneo.» (ibidem)
    5. Il link alla canzone Emozioni, in una esecuzione live di Lucio Battisti: http://www.youtube.com/watch?v=Xp1J_UpKgZY
    6. “Ambiguo fascino” è un ossimoro, cioè un’espressione su cui il pensiero può scivolare. Me ne servo per segnalare come al giorno d’oggi esista tutta una letteratura intorno all’estetica della strage. Chiunque può farsene un’idea: basti pensare alle immagini dell’11 settembre, la cui diffusione sul web fa riflettere. «Hai mai visto una catastrofe più bella?»: è una frase contenuta nella sequenza finale del film Zorba il greco (M. Cacoyannis, 1964, dall’omonimo romanzo di Nikos Kazantzakis). In essa, dopo molti eventi luttuosi, il protagonista, interpretato da uno strepitoso Anthony Quinn, balla estasiato il sirtaki, inneggiando così al fallimento. Più volte G.B. Contri lo ha commentato sul suo Blog e in altre occasioni. Rinvio qui alla sequenza del film: https://www.youtube.com/watch?v=4UV6HVMRmdk
    7. Recentemente ho partecipato ad una Giornata di Studio promossa dall’Unità di Ricerca in Psicologia del Traffico dell’Università Cattolica sul tema: “La valutazione psicologica di idoneità alla guida”. A mio avviso, persino un accurato screening psicologico di conducenti e autisti non può azzerare il rischio di atti criminali di questa specie.

  • Cartolina da Delfi. La correzione del parricidio

    Dal 21 al 24 giugno 2013 si è tenuto a Delfi, nella splendida cornice del Centro Culturale Europeo, un Simposio internazionale promosso dalla Società Psicoanalitica Ellenica. Vi ho partecipato con la collega Maria Gabriella Pediconi: insieme abbiamo presentato una relazione dal titolo The Father as a Concept and the Origin of the Institutions: Family, Religion and Law (Il padre come concetto e l’origine delle istituzioni: la famiglia, la religione e il diritto). Propongo qui, a mo’ di cartolina, alcune considerazioni redatte e presentate sabato scorso da M.G. Pediconi ai Soci della Società Amici del Pensiero, e un brano tratto dalle conclusioni della nostra comunicazione a Delfi, conclusioni che hanno suscitato un certo interesse nell’uditorio. 1) Considerazioni. «A Delfi abbiamo constatato che il concetto di padre non gode oggi di buona salute. Le relazioni più interessanti proposte da colleghi di fama internazionale hanno posto l’accento sulla «figura paterna» o sulla «funzione paterna», entrambe connotate da quello che possiamo considerare un errore trasversale: la credenza che il padre sia solo il padre del parricidio. (1)
    Il parricidio non è un omicidio qualsiasi. Esso riguarda anzitutto l’idea – potremmo dire la vecchia idea – che l’altro sia sempre, realmente o potenzialmente, un inciampo, un ostacolo: uno prima di me, meglio di me o più grande di me. In tutti questi casi l’altro è qualcuno da eliminare: mors tua vita mea.
    Una tale deviazione nella concezione dell’altro comporta un danno gravido di conseguenze per la vita del soggetto e per l’intera civiltà. La correzione del parricidio resta impensata e per i più impensabile.
    Che cosa significa dunque «correzione del parricidio»? Nel suo Mosè e la religione monoteistica, (2) Freud svolge e argomenta affermazioni del tutto innovative nella storia del pensiero. Egli infatti riconosce che il cristianesimo compie il passaggio dalla religione del padre alla religione del figlio. E’ l’approdo della ricerca freudiana, ed è l’invito ad un cambio di direzione e di prospettiva: il padre è posto dal figlio come partner, componente la legge di moto individuale, a rappresentare l’ereditabilità di tutto il reale.» (3)
    E’ questo uno dei cardini del pensiero di natura, messo a punto da Giacomo Contri in molti anni di ricerca e insegnamento.

    2) Concluderemo il nostro esame servendoci dell’ultimo autore e pensatore che abbia saputo trattare questi temi, così articolati tra loro, all’alba dell’era moderna: William Shakespeare. Vi troviamo un concetto di padre attestato su eredità, successione, regalità, titolarità.
    Nell’Enrico IV il re ormai morente rimprovera il giovane figlio e futuro Enrico V, il quale, vedendo il padre addormentato e credendolo già morto, aveva preso la corona dal cuscino: (4) “Hai tanta fame di veder vuoto il mio seggio / che hai voluto investirti degli emblemi del mio potere / prima che la tua ora fosse matura? Giovane sventato!” (5) E ancora: “Hai rubato una cosa che dopo poche ore / sarebbe stata tua senza colpa (…) Nascondi nei tuoi pensieri mille pugnali / affilati sulla cote del tuo cuore di pietra / per immergerli nell’ultima mezz’ora della mia vita. / Non puoi dunque concedermi neppure una mezz’ora?” (6)
    Enrico IV sa bene che anni prima ha conquistato quella corona con la violenza, mentre in cuor suo avrebbe desiderato che il diritto alla successione gli fosse riconosciuto. Perciò ora con questo atto di parola perdona volentieri il figlio e ne sancisce la successione legittima: “Quel che io ho acquisito / discende a più giusto titolo su di te, / che porterai la corona per successione diretta.” (7)
    Shakespeare qui non è un tragico alla maniera dei classici greci, ma segue una propria via. Il suo lascito, al pari di quello dell’ebreo Freud, è un lascito che corregge il parricidio. In ciò egli rappresenta una vetta del pensiero, alla portata di chiunque voglia servirsene. E’ questo un compito di civiltà cui noi psicoanalisti non possiamo derogare.

    NOTE
    1. Rinvio a quanto ho già scritto su questo tema nelle pagine dei mesi scorsi.
    2. Circa questo saggio freudiano, rinvio al volume Mosè, Gesù, Freud, a cura di G.B. Contri, Sic Edizioni, 2007.
    3. M.G. Pediconi, sintesi dell’intervento al Simposio del 29 giugno 2013 della “Società Amici del Pensiero Sigmund Freud”.
    4. Enrico IV (1367-1413) capeggiò la rivolta che portò alla destituzione del sovrano precedente, il cugino Riccardo II. Questi, per impossessarsi della corona, aveva distrutto i documenti che avrebbero reso legittima l’ascesa al trono di Enrico, il quale decise di riappropriarsene con la forza. Il figlio primogenito di Enrico IV, Enrico V (1387-1422), regnò dalla morte del padre al 1422, e fu il vincitore della battaglia di Azincourt contro i francesi (1415). Molti ricorderanno quella battaglia grazie al film Enrico V (1989), diretto e interpretato da Kenneth Branagh, allora ventinovenne e alla sua prima regia. L’epilogo della battaglia era accompagnato dal canto Non nobis Domine, sed tuo nomini da gloriam, ripreso dal salmo 113 (Bibbia Vulgata): esso dice bene come la vittoria non rientri nel registro del narcisismo.
    5. W. Shakespeare, Enrico IV, trad. di Giuliano e Giorgio Melchiori, con testo originale a fronte, Oscar Mondadori, 1991, pag.447.
    6. Ibidem, pag. 119.
    7. Ibidem, pag. 455.

    Illustrazioni di Chiara Ciceri

  • Di padre in padre – 2 – Passaggi generazionali in casa De Sica

    Vittorio De Sica «aveva una capacità rara: saper mescolare l’alto e il basso, la serietà con la spensieratezza». (1) Cercherò di mostrare come egli sia stato nel medesimo tempo padre e figlio. Ciò affiora, per esempio, in un notevolissimo episodio legato alla liberazione di Roma (giugno ’44), ma soprattutto in tutto quel che riguarda il rapporto che ebbe con il proprio padre, Umberto De Sica. Durante l’occupazione nazista della capitale, il Vaticano cercava di realizzare un film su un gruppo di malati che si recano in pellegrinaggio a Loreto in cerca del miracolo. (2) La produzione voleva che l’interprete principale fosse l’attrice Maria Mercader, con la quale De Sica aveva una relazione e che poi sposò nel ’68, quando i loro figli erano già grandi. La Mercader riuscì a convincere il produttore ad accettare De Sica come regista e Zavattini come sceneggiatore. Il film si sarebbe intitolato La porta del cielo. (3) In questo modo Vittorio si salvò dai gerarchi della Repubblica di Salò, che stavano per trasferirlo a Venezia; lo avrebbero consegnato con ogni probabilità ai nazisti. Non solo: i due amanti salvarono molte vite, proprio come accade in Schindler’s List. (4) Infatti, dopo essere stati testimoni di una deportazione di ebrei, essi decisero di scritturare moltissime comparse tra partigiani, ebrei e intellettuali. Tutta la troupe rimase chiusa per settimane dentro la Basilica di San Paolo fuori le mura, che divenne il set cinematografico e il rifugio sicuro per più di quattrocento persone. Quella convivenza era un misto di finzione, goliardia e attesa spasmodica dell’arrivo degli Alleati (lascio immaginare al lettore i particolari). Un giorno un uomo in tonaca color cremisi fece irruzione nella Basilica protestando per quel contegno indecoroso, ma fu scambiato per una comparsa in abito da scena. Solo De Sica si inginocchiò: aveva subito riconosciuto monsignor Montini, il futuro Papa Paolo VI. Il regista continuò le riprese, fino a fingere di girare anche quando non aveva più pellicola a disposizione. All’arrivo degli americani, il 4 giugno ‘44, congedò tutti e, a chi gli chiedeva se avesse inserito il miracolo, rispose di no: il suo amico Zavattini, ateo e comunista, non l’aveva voluto mettere nel copione. Senza chiedere il permesso a nessuno. (4) In un certo senso Vittorio e Za (5) avevano già operato un vero “miracolo”.
    Volendo ora tratteggiare in poche righe il rapporto di Vittorio con suo padre, riporterò tre episodi, l’ultimo dei quali riguarda il film Umberto D., uno dei suoi massimi capolavori. (6) Un caso riuscito di trasmissione tra generazioni.
    1) In un bel libro autobiografico, il regista narra il consiglio che ricevette dal padre, impiegato di banca, circa la scelta della carriera del figlio. Appena diplomatosi in ragioneria, Vittorio aveva fatto domanda per entrare anch’egli in Banca d’Italia. Ma non ne era convinto. Così, quando un amico gli disse che stava per “entrare in Arte”, senza capire bene che cosa ciò significasse, egli gli chiese di essere presentato ad un’attrice russa che cercava attori per la sua compagnia teatrale. Ottenuta l’offerta di lavoro, si precipitò dal padre: «“Che cosa mi consigli? La Banca o “entrare in Arte” con un’attrice russa che mi offre per ora un posto di comparsa?”. Mio padre tacque un momento, poi calmo, sicuro di sé mi disse: “Entra in Arte.”» (7)
    2) Qualche anno dopo, nel 1930, Vittorio recitava in un teatro di una città del Nord Italia. Il padre lo andò a trovare, ma non poté rimanere per assistere allo spettacolo, dovendo rientrare a Roma per lavoro. Salito sul treno, Umberto si sistemò in terza classe. Mentre il treno partiva, Vittorio dalla banchina offrì del denaro al controllore perché gli trovasse posto in seconda. All’improvviso, il padre gli gridò con forza dal finestrino: «Fatti la fama e futtetenne!». (8)
    3) Il film Umberto D., girato nel 1952 con attori non professionisti, (9) inizia con una scritta in sovraimpressione: «Dedicato a mio padre». Non è una dedica qualunque: attesta pubblicamente che quel mestiere, cui il padre l’aveva avviato, era ormai diventato suo. Il protagonista è un pensionato che non ha più un tetto né un letto né una lira per mangiare, ed è tentato di farla finita, dopo aver condotto tutta la vita in tono minore. Infatti, costretto a vendere i suoi libri ad una bancarella, confessa che non li ha mai aperti «per non rovinarli». (10) Umberto D. fu all’epoca al centro di polemiche e censure, mentre di recente la rivista Time lo ha annoverato tra i cento migliori film di tutti i tempi, accanto ad altre tre sole pellicole italiane. Il processo a questo film resta ancora tutto da istruire. (11) Per nulla melanconico, il protagonista non vuole affatto suicidarsi: vorrebbe invece trovare chi investa ancora su di lui, cioè un altro essere umano finalmente imputabile. Ma non ne trova. (12) Chi è dunque Umberto D.? Rispondo: è un orfano, la cui esistenza rappresenta un sospeso. Il regista rivolge l’accusa di questo sospeso a tutta la società civile, e in ciò non ha torto. Tuttavia resta in ombra la delusione che doveva avere provato nella vita reale per il proprio padre, l’impiegato Umberto D(e Sica). Un’esperienza comunissima, peraltro. Vittorio risolve il sospeso salvando il proprio padre e riconoscendogli il merito di averlo avviato a quella carriera artistica che era già stata la passione di Umberto. In questo modo Vittorio è stato per una volta il padre di suo padre. Come accadde a Freud nei confronti di suo padre, e a quel bambino che conosciamo come il piccolo Hans. (13)
    «Il padre – come scrive G.B. Contri – non è quello che fa promesse, ma quello che fa eredità (…). Se si sommano: 1) l’introduzione del desiderio di ricchezza che si chiama correntemente stare bene, e 2) l’ampliamento di questa espressione a tutti i significati di stare bene, si ottiene la definizione di salute o sanità psichica. Il concetto di Padre ne è il fondamento». (14)
    Un uomo – ma anche una donna – è padre solo se è davvero immune dall’invidia, sia verso i propri figli che verso il proprio padre. «In tre è meglio» è il titolo di una recente intervista a Manuel e Christian: allude al loro rapporto con la sorella maggiore Emi, la figlia che Vittorio ebbe da un precedente matrimonio. Ma l’ambito di validità di questa frase è più ampio: essa non riguarda solo i fratelli.

    NOTE

    1. Cfr. l’intervista a Manuel e Christian De Sica realizzata da Corrado Ruggeri:
    http://www.leiweb.it/a/2013/christian-manuel-emi-de-sica-401261766954.shtml
    2. L’episodio è narrato in modo molto efficace sia da Manuel (op. cit. pagg. 58-59) che da Christian (op. cit. pagg.118-123), cui ho attinto liberamente e copiosamente, non potendo riportare l’intero capitolo (poche pagine vivide e toccanti) per ovvie ragioni di spazio. Entrambi sono documenti preziosi, cui rinvio per una informazione più completa.
    3. La porta del cielo (Italia 1945, b/n, 90’), regia di V. De Sica, sceneggiatura di V. De Sica, C. Zavattini, D. Fabbri, A. Franci, C. Musso.
    4. Nel film «i malati si convincevano che il miracolo non dovevano aspettarselo dalla Madonna ma da loro stessi. Trovando dentro di loro la volontà e l’energia di vivere e guarire.», da: Christian De Sica, Figlio di papà, Mondadori, 2008, pag. 122.
    5. “Za” era il soprannome con cui gli amici chiamavano Cesare Zavattini.
    6. Umberto D. (Italia 1952, b/n, 89’) regia di V. De Sica, sceneggiatura di C. Zavattini, con Carlo Battisti, Mara Pia Casilio, Lina Gennari.
    7. Vittorio De Sica, La Porta del Cielo. Memorie 1901-1952, Avagliano, Roma, pagg. 50-51.
    8. Manuel De Sica, Di figlio in padre, Bompiani, 2013, pag. 87.
    9. Carlo Battisti (1882-1977) era uno studioso di dialettologia italiana, di latino e della lingua etrusca. Dopo essere stato libero docente presso l’Università di Vienna, divenne professore di glottologia presso l’Università di Firenze, nonché Socio dell’Accademia della Crusca e autore di numerose e autorevoli pubblicazioni scientifiche. La sua interpretazione in Umberto D. (l’unica sua esperienza di attore) è, a detta di tutti, perfetta.
    10. Alla serva adolescente rimasta incinta senza nemmeno sapere di chi (uno dei due soldati che la ragazza frequenta), Umberto dice: «Queste cose accadono quando non si sa la grammatica: la gente se ne approfitta!».
    11. Giulio Andreotti, che nei primi anni ’50 era Sottosegretario al Turismo e allo Spettacolo, attaccò duramente film e regista: «Se è vero che il male si può combattere anche mettendone a nudo gli aspetti più crudi, è pur vero che se nel mondo si sarà indotti – erroneamente – a ritenere che quella di Umberto D. è l’Italia della metà del XX secolo, De Sica avrà reso un pessimo servizio alla sua patria, che è anche la patria di Don Bosco, del Forlanini e di una progredita legislazione sociale». Anni dopo lo stesso Andreotti mitigò molto questa posizione, riconoscendo al regista il suo valore. Si veda anche:
    http://archiviostorico.corriere.it/1994/settembre/04/via_quella_censura_Umberto__co_0_94090411322.shtml 12. Il top del dramma è tutto racchiuso nell’ultimo minuto del film, allorché Umberto cerca di uscire dalla vita in punta di piedi (così il regista ce lo rappresenta nell’atto di lasciare la camera in affitto che non può più pagare). Il cagnolino gli sfugge dalle braccia l’attimo prima che il treno li investa: tanto basta per decidere (niente affatto «istintivamente») di mettersi a cercarlo. Si imbatte però con sorpresa e amarezza nella istintiva sfiducia del cane. La tragedia è evitata nel momento in cui il cagnolino torna a giocare con il vecchio che gli lancia una pigna: Umberto non sa dove dormirà, né come e se mangerà, ma non è più catturato dal pensiero del suicidio.
    13. Cfr. in questa stessa rubrica Un Edipo senza confitti, aprile 2013, nota 3. http://www.culturacattolica.it/default.asp?id=516&id_n=32772
    14. G.B. Contri, Il padre, il sessantotto e J. Lacan, in: Pensare con Freud, a cura di G.M. Genga e M.G. Pediconi, Sic Edizioni, 3^ ed, 2008. pag. 110.

    Illustrazioni di Chiara Ciceri

  • Figli d’arte – 1 – Il «passaggio generazionale» in casa De Sica

    Figli d'arte - 1 - Il «passaggio generazionale» in casa De Sica

    In questa pagina e in quella del mese prossimo mi ricollego idealmente agli articoli di febbraio e marzo scorsi, Il padre generale e Padre e figlio al capolinea: la storia di Tito Manlio Torquato che fece uccidere il proprio figlio. Nell’antica Roma l’istituto giuridico del pater familias non metteva al riparo dai reati di parricidio e figlicidio. (1) Nella Roma di oggi, mentre il «passaggio generazionale» è caratterizzato pressoché ovunque da un drammatico conflitto, troviamo con sorpresa un esempio edificante di una diversa e felice soluzione. Casa De Sica è, infatti, ricca di «figli d’arte», espressione tutta da riscoprire. Nel Novecento, in Italia e non solo, cinema, musica e teatro hanno fatto il nostro modo di vivere almeno quanto le parrocchie, le cellule di partito o i campi da calcio: realtà costituite da legami sociali, ovvero “pane psichico” per tutti e per più generazioni. In questo quadro spicca il caso dei De Sica. Christian, il popolarissimo attore comico, ne ha scritto anni fa nel suo libro Figlio di papà, (2) mentre proprio in questo mese il fratello maggiore Manuel, musicista e anch’egli uomo di successo, ha pubblicato Di figlio in padre: (3) libri godibilissimi e molto diversi tra loro, come lo sono i figli del grandissimo attore e regista Vittorio De Sica (4) e della sua seconda moglie, l’attrice spagnola Maria Mercader, scomparsa pochi anni orsono. (5) Christian racconta così gli esordi della sua carriera:
    «Avevo diciott’anni (…). Mio padre mi diceva: “Vuoi fare l’attore? Altro che l’attore, tu devi studiare. Ma che sei matto? Studia, studia, tu devi prendere la laurea. In lettere.” (…) Mio padre non voleva in nessun modo che io facessi l’attore, e mai mi avrebbe aiutato, segnalato ad altri o fatto lavorare in un suo film.» (6)
    Ma ecco come Christian descrive il passaggio saliente dei suoi inizi:
    «Presa la maturità, bei voti, media dell’otto. Voglio fare il viaggio iniziatico, quello esistenziale, picaresco e godereccio, quello che sancisce la fine della scuola e dell’adolescenza. Destinazione Sudamerica. Caracas. Ho vent’anni, papà e mamma mi accompagnano all’aeroporto. E’ il primo viaggio importante che faccio da solo. Le altre volte partivo con i miei cugini o con mio fratello o con i miei genitori. Silenziosi, non mi dicono niente. Pensavo che mi dicessero: “Sta’ attento, la metti incinta…”. Andavo da una ragazza venezuelana, Rina Ottolina, figlia di un presentatore televisivo, con la speranza di cominciare a fare l’attore. (…) “Chiamaci, non fare lo stronzo, non prendere droghe, non bere martini, whisky, mettiti la maglia”, insomma le cose che i genitori dicono a un ragazzo di quell’età che sta per partire (per Caracas, sognando mitici ribelli e barbudos, generali leggendari, fiesta, fuego, amor.) Niente. Silenzio. Annunciano il volo, scendo a prendere la navetta che mi avrebbe portato all’aereo. Mamma comincia a piangere, papà persevera a non dire niente, io mi avvio, sentendomi quasi in colpa per questo irreale non detto, quando, mentre sto sulla scaletta, sento un fatale e teatrale “Christian! Christian!” e mi giro: “Che è?”. “Ricordati, prima di entrare in scena, un’ombra di grigio sulle palpebre.” Il consiglio di papà. Un attore.» (7)
    Fu così che il padre diede il suo viatico alla carriera di attore del figlio. Nulla a che fare con l’invidia, anzi. In quell’unico e meditato consiglio, verrebbe da dire, c’è più realismo di quanto ce ne sia nel neorealismo, (8) di cui pure Vittorio De Sica era stato un fondatore.
    Per parte sua, molti anni dopo, nel 1974, Christian riuscì ad essere accanto al padre nel momento in cui questi morì, a seguito delle complicanze di un intervento chirurgico non riuscito. Ad un certo punto Vittorio gli sussurrò con un filo di voce le sue ultime parole: «Mi raccomando. Quanto mi dispiace che siete così giovani, tu e Manuel. Stai vicino a mamma, Christian, e soprattutto, guarda che bel culo che c’ha quell’infermiera». (9) Un commiato in stile “cinepanettone”. Riflettiamo prima di stigmatizzare! Aveva in mano un bicchiere di whisky, non la cicuta. E la frase non sarebbe mai venuta in mente a Socrate.
    Anche il libro Di figlio in padre, di Manuel De Sica, offre moltissimi spunti di riflessione. Ad esempio, Manuel e Christian, quando erano ancora bambini, si esibivano in recite per familiari ed amici, interpretando episodi scritti appositamente per loro dal padre. Per inciso, quei testi erano per lo più redatti nello stile di Achille Campanile, loro amico e lontano parente. (10)
    Manuel, alludendo alla vena goliardica che serpeggiava in famiglia, scrive che «i parenti di papà erano un branco di matti.» Lo zio Elmo li batteva tutti: «scherzava sempre. Entrando al buio in una sala cinematografica, seguito dalla moglie Lina, da mio padre e da mia madre, si abbassava gradatamente, fingendo di scendere dei gradini e mandando in disperazione il suo seguito!» (11)
    Il libro è una miniera di episodi raccontati con freschezza e in modo personale, che descrivono bene il clima di favore di cui entrambi i figli godettero. Tuttavia non fu affatto un idillio: Manuel lo attesta ripetutamente. Ciononostante, egli testimonia fino all’ultima pagina il solido desiderio di avere ancora il padre accanto a sé. Riportando le parole commosse di Cesare Zavattini (12) alla morte dell’amico regista, Manuel scrive: «Chissà cosa direbbero oggi “i due fanciulli”, se potessero ammirare l’opera più compiuta della mia vita: mio figlio Andrea.» E’ il medesimo pensiero di Napoleone Bonaparte nel momento della sua incoronazione, come annota Freud in un suo scritto del 1936. (13)
    E’ opinione assai diffusa che il talento o la genialità dei figli siano da ascrivere al sangue o al DNA. Il celeberrimo film Miracolo a Milano (1951) fa giustizia di tali ridicolaggini. In una breve e divertentissima scena, il barbone Giuseppe fa l’indovino: rivolgendosi ad ogni suo cliente, senzatetto come lui, lo guarda intensamente e gli dice con aria ispirata, da esperto fisionomista: «Che fronte! Che bel sorriso! Che profilo! Lei non finisce qui. Chissà chi era suo padre! [e, cambiando tono repentinamente] Cento lire.» (14) Fantastico!
    Sarà anche vero che i De Sica hanno l’arte nel sangue, ma si tratta di “sangue psichico”. Non so quanti oggi conoscano quella bellissima canzone di Charles Aznavour, L’istrione (1969): (15) «Io sono un istrione, ma la genialità è nata insieme a me. (…) Io sono un istrione, ma la teatralità scorre dentro di me.»
    Genialità e teatralità sono solo sostantivi astratti: non risiedono nel DNA, né sono qualità self-made. Manuel e Christian De Sica, invece, hanno avuto a che fare con un padre reale, e non lo hanno rinnegato. (1 – continua)

    NOTE
    1. Il 10 aprile scorso, a Milano in S. Maria delle Grazie, Eva Cantarella, nella sua lezione Padri e figli nell’antica Roma, ha bene illustrato quanto fosse allora diffuso il parricidio.
    2. Christian De Sica, Figlio di papà, Mondadori, 2008.
    3. Manuel De Sica, Di figlio in padre, Bompiani, 2013. Il libro è anche un accorato appello perché la storia del cinema venga insegnata nelle scuole medie insieme alla storia dell’arte: un auspicio che merita la massima attenzione.
    4. Vittorio De Sica (1901-1974) è stato uno straordinario attore, regista e sceneggiatore. E’ uno dei protagonisti della commedia all’italiana e del neorealismo (accanto a Rossellini, Visconti e Antonioni e ad altri). La sua produzione è vastissima e vanta numerosi capolavori che hanno fatto la storia del cinema mondiale.
    5. Maria Mercader (1918-2011), di origini spagnole, iniziò a lavorare come attrice in Italia. Fu la seconda moglie di Vittorio De Sica, e la madre di Manuel e Christian.
    6. C. De Sica, Figlio di papà, op. cit., pag. 73.
    7. Ibidem, pag. 35.
    8. Il neorealismo, in ambito cinematografico, fu un movimento sorto spontaneamente in Italia durante la seconda guerra mondiale e nell’immediato dopoguerra. Rappresentò in modo drammatico e innovativo l’anelito alla ricostruzione e la speranza di tanta parte dell’Italia di quegli anni, soprattutto delle classi più povere: una lezione da riscoprire.
    9. C. De Sica, Figlio di papà, op. cit., pag. 60.
    10. M. De Sica, Di figlio in padre, op. cit., pag. 43. I testi di quegli sketchandarono perduti. Furono prestati in originale a Marcello Marchesi, altro geniale umorista italiano, scomparso prematuramente in un incidente nel 1978: «annegò insieme al quaderno di papà», scrive Manuel De Sica.
    11. M. De Sica, Di figlio in padre, op. cit. pag. 135.
    12. Cesare Zavattini (1902-1989), detto “Za”, fu sceneggiatore e scrittore, e realizzò con De Sica un fecondo sodalizio pluridecennale, cui dobbiamo opere come: Sciuscià (1946), Ladri di biciclette (1948), Miracolo a Milano (1951), Umberto D. (1952).
    13. M. De Sica, Di figlio in padre, op. cit. pag. 220. Cfr. anche il mio articolo Un Edipo senza conflitti in questa stessa rubrica.
    14. La sequenza è disponibile su Youtube: https://www.youtube.com/watch?v=_IH3fsG34gk
    15. Il link ad una performance di Aznavour: https://www.youtube.com/watch?v=hfGHWqnstU0

    Illustrazioni di Chiara Ciceri

  • Un Edipo senza conflitti

    Un Edipo senza conflitti

    Un bambino di quattro anni, dopo avere guardato più volte il cartone Cenerentola in compagnia della madre, la invita a giocare con lui. Con qualche incertezza fonologica, ma nessuna incertezza nell’assegnare le parti, le dice: «Io plincipe, tu Cenelentola; poi andiamo alla fètta con tutti notti amici: Pieto, Maìa… poi mangiamo, balliamo… e papà… papà…». La madre: «E papà?». Il bimbo ci pensa un momento, poi risponde con tono soddisfatto: «Papà chiude callozza!». (1)
    Un Eureka degno di Archimede: papà farà il lacchè, come il cane Tobia nel cartone di Disney.
    Eppure la maggior parte dei genitori troverebbe la conversazione – raccontatami anni fa dalla madre stessa – simpatica e divertente, e glisserebbe con un sorrisino di compiacimento. Grave censura: l’episodio descrive infatti un pensiero coniugale, perfettamente civile e cólto, elaborato motu proprio dal bambino quattrenne, che desidera entrare a far parte del legame già esistente tra quell’uomo e quella donna, detti papà e mamma.
    Questo bambino, o meglio questo pensatore, ha approfittato della fiaba per proporsi come principe e fare la corte alla madre. Una soluzione intellettuale, morale e giuridica che io trovo perfino migliore rispetto a quella contenuta nella tragedia di Sofocle, di cui Freud si è servito per descrivere ciò che ha chiamato complesso edipico.
    Infatti qui non vi è nessuna volontà omicida nei confronti del padre, nessun parricidio reale né fantasticato. Anzi, il figlio prende in prestito la donna del padre e ne fa la sua sposa. Non la rapisce, né fugge con lei, ma celebra nozze legittime al cospetto di tutti, rappresentati in particolar modo dal posto assegnato al padre: papà farà da testimone. Oltretutto troverà così un nuovo impiego.
    Non solo: nel caso pensassimo a chissà quale istinto filiale destatosi per corrispondere all’istinto materno, (2) informo che questo bambino conosceva appena sua madre, essendo stato adottato qualche mese prima dell’episodio narrato. Del resto, ogni bambino non reca inscritta, nel cervello o nel patrimonio genetico, l’idea precostituita (engramma) di papà e mamma.
    Bisogna dire che ad un pensiero nuziale siffatto non corrisponde una civiltà identicamente orientata, e forse non è mai esistita. Ciò non impedisce che il bambino, una volta eccitato dalle prime cure ricevute, tratti tutta la realtà che gli è accessibile come un bene ereditabile.

    Due osservazioni:
    1) Chiunque abbia a che fare con bambini in età prescolare, o comunque entro la prima infanzia, può raccogliere molti esempi analoghi a quello che ho narrato. Per farlo, non occorre possedere una speciale preparazione in psicologia dello sviluppo. Ma è vero che troppo spesso risulta difficile al nostro intelletto adulto realizzare – nel duplice senso della parola – una soluzione del genere: perciò non la recepiamo quando essa viene elaborata dall’intelletto di un bambino. L’episodio narrato rappresenta così un ottimo test per l’intelletto dell’adulto.
    2) Qualcosa del genere è stato osservato dallo stesso Freud, ad esempio nel caso del Piccolo Hans. Quando il padre di Hans lo sorprende mentre gioca con i suoi bambini immaginari, Freud commenta: «Tutto finisce bene: Il piccolo Edipo ha trovato una soluzione più felice di quella prescritta dal destino. Invece di togliere il padre di mezzo, gli accorda la stessa felicità che ambisce per sé: lo nomina nonno e fa sposare anche a lui la sua madre». (3) La letteratura, psicoanalitica e non, ha sì versato i proverbiali fiumi d’inchiostro intorno a questo celebre saggio freudiano, ma non su questo rilevantissimo punto! Un’omissione, e un’occasione mancata.
    Altri passaggi dell’opera freudiana documentano il suo preciso orientamento sempre volto a guadagnare, per via logica, il rapporto con il padre. Un solo esempio: in una pagina autobiografica del 1936, Freud riferisce che persino Napoleone Bonaparte avrebbe voluto il padre accanto a sé nel momento della sua massima gloria. Egli menziona infatti la frase con cui Napoleone si sarebbe rivolto al fratello al momento dell’incoronazione, «per commentare: “Cosa direbbe Monsieur notre père, se potesse essere qui adesso?”». (4)

    Un’ultima informazione per coloro che hanno ricevuto una buona formazione liceale. La cultura classica – certo non da buttare – è ricchissima di miti e teorie che rappresentano ancora oggi il lascito dei Greci. Ebbene, il mito del Re tebano Edipo ha ancora qualcosa da dire. Risulta pertanto difficilmente sostituibile con quello di Telemaco, cui Massimo Recalcati dedica il suo ultimo libro, ancora fresco di stampa e non privo di spunti interessanti. (5)
    Telemaco, il giusto erede, il figlio giusto – come l’Autore lo definisce – attende con tutto se stesso il ritorno del padre. Ma che farà dopo la notte dei Proci, cioè dopo che Ulisse avrà compiuto la sua vendetta riscattando il regno e l’onore di Itaca? Siederà sul trono al posto del padre o i due regneranno insieme? Condivideranno il talamo con Penelope o passeranno la vita ad uccidere altri per non ammazzarsi tra loro? Nell’Epilogo del suo libro, Recalcati confida di avere avuto, da bambino, «due eroi: Gesù e Telemaco. Era il mio modo di meditare sul legame con mio padre e sulla sua assenza.» Se la via greca al rapporto col padre sembra ormai del tutto esplorata, non si può dire altrettanto della via inaugurata dall’ebreo Gesù, non a caso più volte citato in questo libro. A mio avviso, sia dentro che fuori il cristianesimo, il suo pensiero resta in gran parte inesplorato all’inizio del terzo millennio. (6)

    P.S. Ho notizia che quel bambino di quattro anni ha recentemente compiuto i diciotto: gli dedico questa pagina, con l’augurio che sappia ritrovare quel suo primo pensiero, riscattandolo dall’oblìo cui sarà andato incontro nel frattempo.

    NOTE
    1. L’episodio, e parte del commento, si trovano anche nel paragrafo L’appuntamento di Edipo, in: G.M. Genga, Aldilà: il corpo e i suoi appuntamenti, in: Pensare con Freud, 3^ ed., a cura di G.M. Genga e M. G. Pediconi, Sic Edizioni, 2008, pagg. 82-84.
    2. Bip-bip: così viene rappresentato il legame madre-bambino in alcune orribili favole recenti.
    3. S. Freud, Analisi di una fobia di un bambino di cinque anni (Caso clinico del piccolo Hans), 1908, OSF, Bollati Boringhieri, vol. V, pag. 551.
    4. S. Freud, Un disturbo della memoria sull’Acropoli: lettera aperta a Romain Rolland, 1936, OSF, vol. XI, pag. 480. A questo breve scritto di tenore autobiografico dedicherò presto un commento più articolato, che ora rinvio per motivi di spazio.
    5. M. Recalcati, Il complesso di Telemaco. Genitori e figli dopo il tramonto del padre, Feltrinelli, marzo 2013.
    6. Su questo tema, rinvio anche a: AA.VV., Mosè Gesù Freud, Sic Edizioni, 2007.

    Illustrazioni di Chiara Ciceri

  • Il padre generale – 2 – Padre e figlio al capolinea

    Il padre generale - 2 - Padre e figlio al capolinea

    Tito Manlio Torquato e suo figlio Tito (1): il loro non è affatto un esempio di rapporto padre-figlio, ma all’opposto ne rappresenta il capolinea, rintracciabile al tempo stesso sia nell’era antica che in quella moderna. (2)
    «Come padre ti abbraccio, come capo dell’esercito ti condanno a morte. Questa fu la bella trovata di quel generale romano (…) il quale – avendo dato in battaglia un certo ordine pena la morte ai trasgressori, e all’ordine avendo trasgredito proprio suo figlio, che tuttavia, proprio con la trasgressione fece vincere la battaglia, le cui sorti erano compromesse dall’infausto ordine paterno – pensò bene di cavarsela prima abbracciandolo e poi facendo ammazzare il giovinotto.» (3)
    Così Achille Campanile, il maggiore umorista italiano del Novecento, ripercorre nel suo stile sapido e arguto la triste vicenda. (4) Il suo non è un puro divertissement. Il suo umorismo raffinato coglie i tratti psicologici e psicopatologici dei personaggi storici o letterari che rivisita. In questo caso egli ricava una morale ben diversa da quella di Tito Livio, attento solo alla “ragion di stato” della Roma imperiale: (5)
    «La decisione del generale potrebbe a prima vista essere considerata anche un esempio di sottigliezza d’argomentatore che spacca il capello (e poco importa se, per spaccarlo, spacca anche la testa che c’è sotto; e se questa testa è di suo figlio). Però, una volta ammessa nel generale una così notevole capacità di sdoppiarsi, di distinguere fra padre e capo dell’esercito, la sua decisione appare la più stolta proprio a fil di logica, oltre che la più crudele e inumana sia dato immaginare. Difatti, come padre egli abbracciò. Evidentemente per la vittoria e non per la trasgressione; ché sarebbe poco verosimile che un padre abbracciasse il figlio per aver questi trasgredito a un ordine del generale. Come capo dell’esercito, punì. E che cosa punì? E’ ovvio: la trasgressione. Sarebbe quanto mai assurdo che il comandante supremo delle forze armate punisse un sodato (e quale punizione!) per il solo fatto che egli ha causato la vittoria del proprio esercito (a meno che non si tratti d’un soldato nemico). (…) Viceversa egli sarebbe stato più logico, miglior padre e miglior generale, e anche meno dannoso al giovinotto, se avesse adottato la soluzione opposta. Se, cioè, avesse utilizzato la possibilità di sdoppiarsi al contrario di come fece, lasciando la severità al padre invece che al generale, e le considerazioni militari a questo invece che a quello. (…) Tutti sanno essere severi come generali: è come padri che vi voglio vedere; e tutti sanno essere amorosi come padri, ma provate a esserlo come generali! Ma forse nella storica frase di quel generale va anche cercata una punta di gelosia di stratega scornato.» (6) (corsivo mio)
    Campanile imputa a Tito Manlio Torquato: a) di non aver saputo pensare, «una volta ammessa una così notevole capacità di sdoppiarsi», una diversa e migliore soluzione; b) di essersi lasciato guidare da quella «punta di gelosia di stratega scornato». Qui sta la chiave della diagnosi, ovvero del giudizio sull’intera vicenda: quel padre-generale fu invidioso del successo del figlio. In ciò non ebbe nemmeno bisogno di derogare dalle prerogative del pater familias il quale, come sappiamo, aveva, nell’antica Roma, potere di vita e di morte sui figli. (7)
    Senza questa grave invidia patologica, egli, appresa la notizia della vittoria sull’esercito nemico, avrebbe potuto vantarsene a propria volta e dichiarare, di fronte all’esercito e ai media di allora, che tutto si era svolto secondo le sue previsioni: il comando di non sferrare l’attacco si era rivelato un efficace mezzo per ingannare il nemico, e la felice sortita del figlio faceva anch’essa parte del piano. Quale piano? La vittoria di Roma!
    Sarebbe stata una ben diversa strategia, (8) e un caso di partnership tra padre e figlio, entrambi uomini pubblici, entrambi votati al successo della Repubblica romana. Chi avrebbe potuto trovare da ridire? Invece il generale figlicida dichiarò a parole l’amore per Roma, mentre di fatto uccise colui che l’aveva davvero difesa.
    Inoltre: non sembra strano e inspiegabile che lo stesso Tito Manlio, divenuto padre, abbia a sua volta trattato così crudelmente il proprio figlio? Egli, che era stato un ultrà nel difendere il padre da cui era stato punito, restò fissato alla «figura paterna», facendosi troppo uguale a suo padre. Si chiama identificazione, di cui vediamo qui il vero nocciolo: l’odio. Ecco che cosa muove il passaggio dall’ingiustizia subìta (ad opera del padre) a quella arrecata (al proprio figlio): i conti in sospeso con la propria istanza di vendetta.
    Parricidio e figlicidio in questo caso si congiungono nel pensiero e nell’atto di uno stesso individuo.

    NOTE
    1. Rinvio a: Il padre generale – prima parte, apparso in questa stessa rubrica il 2 febbraio 2013.
    2. Penso per esempio a Il Principe di Homburg (1810) del drammaturgo Heinrich von Kleist (1777-1821), figlio di un generale prussiano. Messo in scena per la prima volta nel 1824, questo dramma romantico presenta forti analogie con la storia dei Manlii. Von Kleist morì suicida con la sua donna prima di pubblicarlo.
    3. A. Campanile, Vite degli Uomini Illustri, Rizzoli, 1975.
    4. A. Campanile, Quel generale romano, op. cit., pagg. 33-38.
    5. Nello stesso libro altri personaggi sono tratteggiati e processati allo stesso modo, ovvero secondo il sapere proprio della psicopatologia: ad esempio Socrate, Talleyrand o Voltaire. Fin da bambino ho appreso da mio padre Nino Genga un certo gusto per gli umoristi italiani. Tramite le loro pagine, Campanile, Guareschi e Mosca erano spesso illustri ospiti della nostra tavola.
    6. Vite degli Uomini Illustri, op. cit., pagg. 34-36.
    7. L’argomento è accostato anche da G.B. Contri in Pater non familias, Blog Think!, 2-3 febbraio 2013: «Nell’antica Roma il pater familias aveva potere di vita e morte sui figli (vitae necisque potestas), poi decaduto ma rimasto anche oggi nel furioso Padre Ideale, padre di tutti i paranoici e querulomani sempre lì a brandire “diritti”».
    8. Si tratta della distinzione tra strategia e tattica: le probabilità di successo sono maggiori allorché si è capaci di predisporre le proprie azioni a lungo termine tenendo conto della possibilità di esiti diversi: l’apporto dell’altro, soprattutto nel caso si abbia un partner, è sempre incalcolabile a priori. Ciò vale in campo militare come in quello economico: si veda a questo proposito: Luca Flabbi, Teoria dei giochi in economia, (2005), in: http://www.studiumcartello.it/Public/EditorUpload/Documents/CORSO_INTERVENTI/050514SC_FL3.pdf

    Illustrazioni di Chiara Ciceri

  • Il padre generale – prima parte

    Il padre generale - prima parte

    Nella sua storia di Roma, Ab Urbe Condita, Tito Livio (1) narra gesta epiche in cui si intersecano cronaca e leggenda. Il suo intento educativo nei confronti dei contemporanei (I sec. a.C.) è palese. Il suo racconto ci permette di entrare nella casa, o meglio nella discendenza, della gens Manlia, una delle più influenti famiglie patrizie della Roma repubblicana. Seguiremo le loro vicende per un breve tratto: il ventennio intorno alla metà del IV secolo a.C. Ho suddiviso il mio articolo in due parti: nella prima presento la ricostruzione dei fatti; nella seconda esporrò un’ipotesi e un commento.

    Lucio Manlio Imperioso.
    Eletto dittatore (2) nel 363, Lucio Manlio si attirò le inimicizie dei tribuni della plebe allorché, «bramoso com’era di far guerra agli Ernici, con una leva rigorosa irritò la gioventù; e alla fine, essendo insorti contro di lui tutti i tribuni della plebe, o per forza o per pudore, depose la dittatura» (3) . Ciò non bastò a placare il tribuno Marco Pomponio, che infatti lo citò in giudizio per avere fustigato e imprigionato i renitenti alla leva. Tra questi vi era anche il figlio di Lucio, Tito Manlio. Pomponio accusò Lucio «di aver bandito il giovane figlio, che di nulla era stato trovato colpevole, dall’Urbe, dalla casa, dai Penati, privandolo della luce del Foro e di ogni rapporto coi suoi coetanei, e di averlo ridotto ai lavori servili, condannato quasi al carcere e all’ergastolo, perché qui, nella quotidiana miseria, imparasse, lui, giovane di nobilissima famiglia, figlio d’un dittatore, che era nato da un padre veramente imperioso. E per quale delitto? Perché era troppo rozzo nel parlare e aveva la lingua impacciata! Ma questo difetto di natura il padre avrebbe dovuto curarlo, se v’era in lui un briciolo d’umanità, oppure farlo ancor di più risaltare coi maltrattamenti? (…) Invece Lucio Manlio, per Ercole!, accresceva la sofferenza del figlio con la sofferenza, comprimeva ancor più la sua tarda indole (…) lo spegneva costringendolo a una vita selvatica e a una rozza educazione fra le bestie». (4) La mano dello storico, come si vede, non è certo tenera, ma rende bene l’idea: rozzo nel parlare, con la lingua impacciata, di indole tarda: il giovane Tito Manlio doveva essere un «ragazzone di borgata», a dir poco. E il padre Imperioso– di nome perché di fatto – giunse a vergognarsene, non tollerando che il suo rampollo non fosse corso ad arruolarsi in difesa di Roma.

    Come il figlio difese il padre.
    Una prima sorpresa: Lucio Manlio riuscì ad evitare il processo proprio grazie al figlio Tito, che non sopportava – narra Livio – di essere motivo dell’incriminazione del padre. Così, anziché ribellarsi, un giorno il giovane si presenta a casa del tribuno Pomponio e, dopo averlo convinto ad allontanare i servi facendogli credere di essere lì per allearsi con lui, all’improvviso lo minaccia con la spada, intimandogli di ritirare l’accusa contro il padre, altrimenti lo avrebbe ucciso all’istante. Pomponio, «impaurito perché vedeva luccicare dinanzi agli occhi la lama, lui solo ed inerme, essendo l’altro giovane e assai robusto (…) presta il giuramento secondo la formula impostagli». (5) Risultato: la plebe approvò che un figlio avesse osato tanto per il padre, e Tito, ammirato da tutti come esempio di amore filiale (pietas), cominciò in questo modo la propria carriera, venendo eletto tribuno militare «pur non avendo alcun merito civile e militare» e anzi avendo «trascorso la giovinezza in campagna, lontano dall’umano consorzio». Fino a qui, dunque, non vi fu spargimento di sangue.

    Vent’anni dopo: i Romani contro i Latini.
    Dal 361, Tito Manlio, che fu chiamato Torquato per avere strappato una collana dal collo ad un barbaro sfidato e vinto in duello, inanellò una serie di vittorie, su cui ora sorvolo. Basti dire che fu più volte console e dittatore a sua volta. Giungiamo così all’episodio centrale della mia ricostruzione. Eletto console per la terza volta nel 340 insieme a Publio Decio Mure, Tito Manlio dichiarò guerra ai Latini (340-338 a.C.), i quali avevano cercato invano l’alleanza dei Romani. La tracotanza del loro capo Annio, allorché fu ricevuto in Campidoglio, aveva irritato Tito Manlio, che convinse il Senato a votare all’unanimità per la guerra. Bisogna dire che molte, se non tutte le guerre, a ben vedere, sono motivate dall’odio tra «cugini», ovvero tra popoli o contendenti che risultano essere più prossimi di quanto ritengono. Molto opportunamente, Freud chiamò questo fenomeno narcisismo delle piccole differenze. (6) E’ il caso di questa guerra. Infatti Tito Livio sottolinea come i Latini fossero «perfettamente simili per lingua, per costumi, per armamento e soprattutto per ordinamenti militari: si erano trovati insieme, come compagni e colleghi (romani e latini, ndr), soldati con soldati, centurioni con centurioni, tribuni con tribuni, mescolati negli stessi presidi. Perciò (ed è questo il particolare che qui rileva, ndr) ad evitare che i soldati cadessero in qualche errore, i consoli intimarono che nessuno combattesse contro il nemico fuori dalle file». (7) Chi avesse disubbidito sarebbe stato condannato a morte.

    Fu vera disobbedienza?
    Il figlio del console Tito Manlio Torquato Imperioso, anch’egli di nome Tito, in quella guerra comandava uno degli squadroni a cavallo, e fu spedito in avanscoperta oltre il campo nemico. Fatto si è che il comandante dell’esercito nemico lo riconobbe e iniziò a sfotterlo, diremmo oggi. Il giovane Tito non si fece pregare e senza indugi accettò il duello, «dimentico pertanto dell’ordine paterno e dell’intimazione dei consoli». (8) Alla fine, egli infilzò il nemico con un colpo alla gola e tornò al proprio accampamento con le spoglie di questi, «ignaro del destino che lo attendeva, senza nemmeno sapere se avesse meritato una lode o un castigo». Ingenuamente. Era tutto fiero per l’impresa valorosa e vittoriosa, sapendo tra l’altro che il padre aveva esitato a sferrare l’attacco per via di certi sogni premonitori e per le risposte negative degli aruspici: insomma, fino al momento prima della sua sortita, tutti erano convinti che gli dei non fossero propizi a Roma.

    L’epilogo: il figlicidio.
    Ma ecco l’amara, terribile sorpresa. Il padre non lo guardò neppure ma convocò subito l’assemblea, proclamando la sua sentenza senza appello: «Poiché tu, Tito Manlio, senza portare rispetto né all’autorità consolare né alla patria potestà, hai abbandonato il tuo posto, contro i nostri ordini, per affrontare il nemico, e con la tua personale iniziativa hai violato quella disciplina militare grazie alla quale la potenza romana è rimasta tale fino al giorno d’oggi, mi hai costretto a scegliere se dimenticare lo Stato o me stesso (corsivo mio), se dobbiamo noi essere puniti per la nostra colpa o piuttosto è il paese a dover pagare per le nostre colpe un prezzo tanto alto. Stabiliremo un precedente penoso, che però sarà d’aiuto per i giovani di domani. Quanto a me, sono toccato non solo dall’affetto naturale che un padre ha verso i figli, ma anche dalla dimostrazione di valore che ti ha fuorviato con una falsa parvenza di gloria. Ma visto che l’autorità consolare dev’essere o consolidata dalla tua morte oppure del tutto abrogata dalla tua impunità, e siccome penso che nemmeno tu, se in te c’è una goccia del mio sangue, rifiuteresti di ristabilire la disciplina militare messa in crisi dalla tua colpa, va’, o littore, e legalo al palo». (9) Fu così che il figlio valoroso, emulo di cotanto padre, venne decapitato sotto gli occhi di tutto l’esercito ammutolito. Seguirono grida e imprecazioni ogni tipo e, di lì a poco, solenni funerali per lo sventurato eroe!
    Tito Livio non si spinge ad elogiare il generale, ma certo si astiene dal condannarlo. Dal suo punto di vista ha ragione: la civiltà, come osserva Freud, comporta (sempre?) una rinuncia pulsionale. Tuttavia la narrazione, di cui ho riportato alcuni brani salienti, consente di formulare una congettura. La esporrò nel prossimo articolo, con cui concluderò il mio esame di questa «saga dei Manlii». (continua)

    NOTE
    1. Tito Livio, (59 a.C. – 17 d.C.), Ab Urbe Condita Libri CXLII. I brani citati sono tratti dall’edizione italiana con testo a fronte: Storia di Roma dalla sua fondazione, traduzione e repertorio di M. Scàndola, note di C. Moreschini, Classici BUR Rizzoli, Milano 2000, voll. 3° e 4°.
    2. Il termine dittatore indica in questo caso una carica propria della Roma repubblicana, una sorta di magistrato straordinario.
    3. Tito Livio, op. cit., VII, 5, pag. 263.
    4. Ibidem, pag. 265.
    5. Ibidem, p.. 267.
    6. Freud introdusse questa nozione nel suo saggio Il tabù della verginità (1917, OSF, vol. VI) e vi ritornò in seguito in altre sue opere.
    7. Tito Livio, op.cit. VIII, 6, pag. 19
    8. Tito Livio, op. cit., VIII, 7, pag. 21. Egli racconta perfino le fasi dello scontro: leggendolo sembra di assistere a un torneo o al racconto omerico del duello tra Achille ed Ettore.
    9. Ibidem, pag. 23.

    Illustrazione di Chiara Ciceri

  • Natale, questione cattolica

    Natale, questione cattolica

    Prima premessa: La favola di Babbo Natale.
    Anni fa, in una scuola elementare australiana, (1) una supplente venne sospesa per avere rivelato ai suoi allievi che Santa Klaus non esiste, e che sono i genitori a portare i regali ai bambini. Un errore ritenuto imperdonabile: non pochi di quei genitori protestarono infuriati, e il Preside si vide costretto a chiedere l’intervento del Ministero della Pubblica Istruzione. Risultato: da quel momento tutte le scuole avrebbero dovuto attenersi ad una precisa indicazione: spetta ai genitori, e ad essi soltanto, rompere l’incantesimo di Babbo Natale.
    La raccomandazione e lo scandalo si reggevano su una teoria molto diffusa, secondo la quale ogni bambino nutrirebbe in sé un originario pensiero magico, prima di precipitare senza paracadute nel mondo reale, dove non ci sono più topolini, fate e folletti a proteggerlo. Ma chi ha autorità per decidere quale sia il momento opportuno per tale passaggio luttuoso?
    A questa domanda rispondo con un’altra domanda: noi adulti sappiamo davvero da dove vengono i bambini? Conosciamo chi sono i bambini che abbiamo messo al mondo e con cui viviamo, nonché quelli che noi stessi siamo stati? In realtà coltiviamo una non innocente ignoranza al riguardo, e intanto manteniamo la nostra stessa infanzia nell’amnesia: ci sembra di non ricordare le domande, le curiosità e il lavoro intellettuale con il quale noi per primi abbiamo ingaggiato gli adulti con cui siamo cresciuti.
    Il bambino è già al lavoro allorché sorprende l’adulto con la domanda più imbarazzante che l’umanità abbia mai conosciuto: da dove vengono i bambini?
    Questa domanda getta gli adulti nell’imbarazzo: spesso balbettano risposte parziali o addirittura raccontano storie improbabili. Presto o tardi il bambino si accorgerà che gli si raccontano favole, ossia frottole, per nascondere il corpo e le sue prime movenze sessuali, pisellini e passerine, sotto cavoli e cicogne. Al bambino non resterà che continuare ad indagare tutto «solo e pensoso», finché sconfortato non manderà tutto il ben pensato in … rimozione, congelando la questione. Di essa, con tutti gli annessi e connessi che si porta dietro, rimarranno solo brandelli di ricordi, mentre le favole continueranno a segnalarne importanza e confini. Dell’aura di quella questione fondamentale sono segnate anche le favole di Natale: dopo la leggenda di Babbo Natale, quella di Dickens più di altre.

    Seconda premessa: Il Racconto di Natale di Dickens.
    E’ noto a tutti il Racconto di Natale (A Christmas Carol) di Charles Dickens, pubblicato a metà dell’800: se non lo abbiamo letto nelle numerose edizioni per ragazzi, lo abbiamo conosciuto grazie al cartone di Disney (1983). Il racconto della tormentata notte dell’usuraio Scrooge, ammonito dai fantasmi alla vigilia del Natale 1843, «va al di là del semplice recupero di costumi del passato, creando di fatto un nuovo genere letterario, quello del “racconto di Natale” o “di fantasmi”, da narrarsi la sera della Vigilia riuniti in cerchio davanti al focolare”». In esso «la filosofia natalizia dickensiana, sentimentalista e populista, raggiunge la sua più perfetta espressione, con la celebrazione del mistero religioso della nascita, del trionfo della vita». (2)
    Ma è questo il Natale? O non è piuttosto l’adattamento di esso alle esigenze educative proprie del capitalismo borghese? Di certo, esso ha distolto l’attenzione da un fatto che ci interroga ancora oggi, coprendolo sotto la neve, le stelle e le strenne.

    Uno scoop: Freud e il Natale (1896).
    Il racconto di Dickens ebbe una grande diffusione ed è da ritenere che fosse noto anche a Freud. Questi, il 1° gennaio 1896, volle contrassegnare uno dei suoi primi scritti, La nevrosi da difesa, (Die Abwehrneurosen) con il sottotitolo Racconto di Natale (Weihnachtsmärchen). (3) Scherzava? Una battuta frivola o immotivata non era nel suo stile. L’accenno al Natale si spiega ancor meno se si pensa che egli era ebreo, in certo senso sui generis, ma con una robusta formazione nella cultura ebraica. (4) Che cosa lega, dunque, il suo Racconto di Natale agli inizi della nevrosi descritti in modo particolareggiato in quelle pagine?
    Certo, sembra che con esse Freud abbia voluto correggere il titolo del racconto dickensiano. Consultando la letteratura psicoanalitica, non ho trovato nessuno che abbia svolto indagini su questo punto. Eppure è impensabile che egli abbia “buttato lì” un simile sottotitolo senza avere in mente qualche nesso, sia pure solo implicito, con il contenuto di quelle pagine. Resta da vedere quale.

    La questione cattolica del Natale.
    Il nocciolo di quel breve testo è la descrizione dello scontro, o conflitto, tra il pensiero infantile e la censura operata dalle teorie che lo danneggiano e lo ammalano. (5) Fino a quel momento il bambino, come dicevo all’inizio, si applica correttamente al coniugio, in due modi o momenti: sia con l’attenzione con cui osserva il legame esistente tra i genitori, sia con il trasporto (Gefühl) con cui mira a prendervi posto.
    Eppure, di fronte alla censura impostagli dall’esterno, il pensiero del bambino è “impreparato” (parola usata da Freud nel testo). E’ questa l’ingenuità, come osserva G.B. Contri: il bambino ha nove vite come i gatti, ma non è pronto a reagire allo scandalo procurato dall’adulto che gli intima di non pensare a certe cose. (6)
    In realtà, come nascono i bambini è la questione per eccellenza. E’ logico supporre che Freud abbia chiamato queste pagine Racconto di Natale pensando che la nascita di Gesù veicola con sé proprio tale questione. Ed è interessante che la veicoli per i cristiani come per tutti. Freud non fa che raccoglierla. Infatti il racconto di quella nascita a Betlemme riapre i giochi per l’intelletto di ciascuno: che cosa significa Padre e che cosa significa essere figlio? Il caso di Myriam (Maria) di Nazareth, unico nella storia dell’umanità, resta da approfondire perché è rilevante per tutti, credenti e non. E’ davvero καθολικός, katà òlon, cattolico. Auspico che qualcuno tra i lettori, per primo Giacomo Contri, voglia proseguire la ricerca in tal senso.

    NOTE
    1. Cfr. La Repubblica, 4 dicembre 2001, p. 24.
    2. Cfr. Lucia Fiorella, Introduzione a Charles Dickens, Canto di Natale, Giunti Editore, 2005, pagg. 7-18.
    3. Il sottotitolo riportato dall’edizione italiana è Favola di Natale (OSF, Bollati Boringhieri, Epistolari, Lettere a Wilhelm Fliess, pagg. 190-198), mentre nell’edizione inglese (Standard Edition) esso è A Christmas Fairy Tale. Il 1° gennaio 1896 Freud scrive all’amico; oltre alla lettera, gli invia una bozza a carattere scientifico divenuta nota come Minuta K. Sono poche pagine in cui mette a punto la propria dottrina della nevrosi. Circa il curioso sottotitolo, i curatori delle edizioni inglese e italiana si limitano a ricondurlo al “momento della stesura”, per l’appunto i giorni antecedenti il 1° gennaio. Uno di essi trova perfino che Freud faccia dell’ironia, opinione da cui dissento decisamente: Freud è uno scrittore originale, ma sempre serio e sistematico, forse a volte persino pedante.
    4. E’ verosimile che Freud abbia ricevuto notizie circa il Natale cristiano dalla sua tata, una donna cattolica di nazionalità ceca, cui egli era stato molto affezionato.
    5. Un esempio molto istruttivo di censura imposta dagli adulti è quello della madre del piccolo Hans, narrato da Freud nel celebre saggio Analisi della fobia di un bambino di cinque anni (Caso clinico del piccolo Hans), 1909, OSF, Bollati Boringhieri, vol. V.
    6. Si veda la trattazione del lemma ingenuità in G.B. Contri, Ordine Giuridico del Linguaggio, Sic Edizioni, 2003, pag. 162. Ringrazio G.B. Contri e M.G. Pediconi per le conversazioni avute con loro su questo tema in questi giorni (Natale 2012).

  • Che fine ha fatto il padre del Sessantotto?

    Una celebre canzone del 1970, contenuta nell’album Tea For the Tillerman di Cat Stevens (Yusuf Islam, dopo la conversione alla religione islamica) si intitola Father and Son.
    Suggerisco al lettore di ascoltare il brano nella versione originale, ancora oggi facilmente reperibile online e quella incisa durante il concerto del 2007 al Porchester Hall di Londra:

    La conversione di Cat Stevens lasciò di stucco i suoi fans e quanti all’epoca seguivano la musica pop, anche perché coincise con il suo ritiro pressoché totale dalla produzione artistica e dallo star system. La fede islamica, come osserva Yahya Pallavicini, che conobbe personalmente il cantante (1), non comporta affatto la rinuncia alla musica come forma di espressione artistica. Dunque resta qualcosa da capire. Mi servirò, per l’appunto, della canzone Father and Son.
    In essa un padre si rivolge così al figlio: «Non è tempo di cambiare, sei ancora giovane, questa è la tua colpa. Hai ancora molte cose da conoscere. Tròvati una ragazza, sistémati, se vuoi puoi sposarti. Guarda me, sono vecchio ma felice. Una volta ero come sei tu ora, pensa a tutto quello che hai avuto. Tu sarai ancora qui domani, ma forse non i tuoi sogni».
    Il figlio replica: «Come posso provare a spiegare? Quando lo faccio, lui va via di nuovo! È sempre la stessa vecchia storia: dal momento in cui potevo parlare, mi è stato ordinato di ascoltare. Ma ora c’è una strada, e io so che devo andarmene».
    La canzone ebbe un successo enorme. Composta per un musical che non fu mai realizzato, Revolussia, ambientato ai tempi della rivoluzione bolscevica, avrebbe dovuto narrare il conflitto tra un padre e il proprio figlio che vuole unirsi ai rivoluzionari. Il brano non è certo l’unico a dare voce al conflitto generazionale di quegli anni: per restare nell’area della produzione musicale, il ricordo corre a Teach Your Children, cantata da Crosby, Stills, Nash & Young in quello stesso anno. E prima ancora c’era stata She’s Leaving Home (1967), dei Beatles, che avevano preso spunto da una notizia apparsa su un quotidiano: la fuga da casa di una studentessa diciassettenne alla vigilia dell’iscrizione al College. I genitori della ragazza avevano dichiarato alla stampa: «Non sappiamo spiegarci il perché di questo gesto: le avevamo dato tutto!».
    Tornando al brano di Stevens, qualcuno ha scritto che esso narra «l’impossibilità di una forma di comunicazione tra due mondi paralleli, che non si incontrano, ognuno accecato [corsivo mio] da una propria prospettiva. E questa è una costante della storia di ogni tempo». (2) Vero, ma occorre uscire dalla banalizzazione che, insieme al fascino della melodia può fuorviare il giudizio sulla posta in gioco. Ognuno dei due protagonisti del non-dialogo è accecato: ma da che? Le prospettive di ambedue, padre e figlio, sono omologhe: si tratta di identificazione e cecità speculari. Entrambi sono impegnati a storicizzare le loro posizioni: il conflitto è inevitabile!
    Tuttavia non è una delle tante canzoni di protesta: qui padre e figlio convivono, forse per l’ultima volta, in un’unica struttura narrativa: stessa melodia ma diversa tonalità. Gli argomenti del padre («Una volta ero come sei tu ora») sono perdenti in partenza, anche perché testimoniano solo come egli abbia raggiunto una ben misera sistematizzazione della propria esperienza. Al figlio non resta che prendere posto a sua volta nella sistematica del papà: può trovarsi una ragazza, sposarsi se vuole, purché sappia che dei suoi “sogni” non resterà pietra su pietra. Prospettiva melanconica. Inevitabile il «desiderio fin troppo “precoce” di affrancarsi dall’influenza di qualsiasi retaggio familiare». (3) Entrambi ne escono sconfitti: il terreno del rapporto è già disertato. Nessuno dei due vi intravvede un profitto. E’ solo zavorra.
    La cosa strana è che in quegli stessi anni padre e madre erano un binomio addirittura inflazionato: il più famoso complesso vocale degli USA, cui dobbiamo brani di eccezionale bellezza, aveva scelto di chiamarsi The Mamas and the Papas; e John Lennon cantava, anzi gridava «Mother, you had me, but I never had you» (1970).
    La storia personale di Cat Stevens prese un’altra piega, non meno istruttiva. Il cambiamento radicale del 1977 fu preceduto da un periodo di intensa coltivazione della numerologia: un suo album del 1975 (Numbers) narra la storia di un pianeta governato dai numeri! Nello stesso anno egli rischiò di morire annegato nelle acque del Pacifico, a Malibu. In quel frangente fece il voto di dedicarsi interamente a Dio, se si fosse salvato. Si salvò. L’anno dopo, il fratello gli regalò una copia del Corano. Ancora un anno, ed egli entrò nella più importante moschea di Londra abbracciando la fede islamica.
    Ritengo che Father and Son sia il brano cui egli teneva di più, certo accanto ad altri altrettanto fortunati, in cui ha affrontato il medesimo tema: Wild World, Peace Train, Oh Very Young, Another Saturday Night («Oh come vorrei avere qualcuno con cui parlare!»).
    A cavallo tra gli anni ’60 e ’70, Cat Stevens non fece che intessere una personalissima elegia del rapporto con il padre. E’ come se avesse proseguito, a suo modo e senza averlo letto, il saggio freudiano Il tramonto del complesso edipico. (4) Dopodiché… abbandonò definitivamente la questione: con la sua «scelta religiosa», appese il padre al chiodo, prima ancora che la chitarra, e mise Dio al posto del padre.
    Ecco dov’è finito il padre del sessantotto. Where have all the fathers gone? E’ facile parafrasare il titolo della famosa canzone di Pete Seeger del 1961, Where Have All the Flowers Gone? Osservo che oggi è pressoché impossibile parlare del sessantotto evitando i toni della retorica. Giacomo B. Contri ha paragonato i sessantottini agli assirobabilonesi, chiamandoli anche figli della promessa. (5) «I sessantottini erano giovani liceali e universitari destinatari di una promessa – comunista, cristiana o fascista – di realizzazione, di felicità, di compimento, di costituzione di qualche cosa che faccia star bene. E i padri, cattolici o comunisti che fossero, erano assunti dai figli come quelli che avevano formulato tale promessa. I sessantottini sono stati, da destra e da sinistra, anzi per lo più da sinistra, coloro che hanno preteso di riscuotere. (…) La spina nel fianco di tutti i partiti comunisti, europei e non solo, erano proprio i sessantottini, perché andavano a riscuotere una promessa presa come seria, e chi riceve una promessa ha ragione a chiederne conto». (6)
    Vengono in mente le parole di Cesare Pavese: «Com’è grande il pensiero che veramente nulla a noi è dovuto. Qualcuno ci ha mai promesso qualcosa? E allora perché attendiamo?» (7) Dal canto suo, Yusuf Islam ha cessato di attendere, senza aver cessato di vivere. In altre parole il suo pensiero ha assunto in toto la forma religiosa. (8) In essa il tema del padre non trova più posto, proprio come non ne trova nel Corano, dove leggiamo che Dio non ha figli. (9)
    Ai tempi di Father and Son, il parricidio non era ancora compiuto; era invece drammatizzato. In If You Want to Sing Out, Sing Out (colonna sonora dello splendido film Harold e Maude, 1974), egli cantava: «Se vuoi essere me, puoi esserlo; e se vuoi essere te stesso, puoi esserlo». Sono le ultime parole del padre, così come Cat Stevens l’aveva concepito. Oggi Yusuf Islam non potrebbe in alcun modo attribuire ad Allah parole simili. Sull’intera questione è calato il sipario: un religioso silenzio.

    NOTE
    (1) Yahya Pallavicini, Postfazione a: David Nieri, Da Cat Stevens a Yusuf Islam. Quattro passi all’ombra della luna, Pacini Editore, 2008, pagg. 147-151.
    (2) David Nieri, Da Cat Stevens a Yusuf Islam. Quattro passi all’ombra della luna, Pacini Editore, 2008, pagg. 98-99.
    (3) Ibidem.
    (4) S. Freud, Il tramonto del complesso edipico (1924), in: Sigmund Freud, Opere (OSF), Vol. X, Bollati Boringhieri, pagg. 25-33.
    (5) G.B. Contri, Il padre, il sessantotto e J. Lacan, in: Pensare con Freud, a cura di G.M. Genga e M.G. Pediconi, 3^ ed., Sic Edizioni, 2008, pagg. 104-111.
    (6) Ibidem.
    (7) C. Pavese, Il mestiere di vivere, 27 novembre 1945, pag. 276, Einaudi 1968.
    (8) Y. Pallavicini, op. cit.: «occorre piuttosto scoprire e rispettare la forma che Dio ci ha dato».
    (9) Il Corano, Sura XXV, Al-Furqân (Il Discrimine), v. 2.

  • L’omaggio di un freudiano a Paul Newman

    Quando ho appreso la notizia della sua morte, ho capito meglio che cosa mi aveva spinto ad andare con mia moglie a Broadway, il 25 gennaio 2003. Con l’aiuto degli amici Luca Flabbi e Anna Fruttero, all’epoca residenti a New York, realizzai uno dei miei «sogni»: vedere recitare Paul Newman dal vivo. Era la vigilia del suo 78° compleanno, ed era in scena Our Town, Piccola Città, di Thornton Wilder. Fino ad ora non vi avevo fatto caso: solo pochi mesi prima del mio blitz newyorkese avevo perso mio padre. Non che gli assomigliasse: a mio padre era stata attribuita, con ragione, una qualche somiglianza con Clark Gable. Ma è vero che, quanto ai padri, uno li cerca e li trova dove e come può.
    Un passo indietro. Poco più che sedicenne, vidi per la prima Paul Newman nel film Un uomo oggi(titolo originale WUSA, 1970, regia di Stuart Rosenberg). Era appena uscito nelle sale italiane. Pressoché sconosciuto, fu praticamente un flop ma, come appresi in seguito, era co-prodotto dallo stesso Newman, che amava moltissimo questo film.
    Il protagonista di WUSA non si discosta dal «tipo» del «bastardo pronto a vendersi per il successo» (come ha scritto M. Porro su La Repubblica), che Newman ha portato sugli
    schermi in moltissimi film più fortunati di WUSA. Qui è un anchorman al soldo di una radio statunitense di estrema destra, che si rende complice di un omicidio in uno stadio gremito di folla dove viene linciato, durante la sua trasmissione in diretta, un assistente sociale (Anthony Perkins) dedito alla causa dei più deboli. La malafede del protagonista spinge al suicidio la sua donna (Joanne Woodward), con cui si era appena legato. Alla fine, tornando dal cimitero, dice: «Sono stato là: sono un superstite». Il titolo del film doveva essere appunto The Survival. A due anni dal ’68, non era una piccola intuizione.
    Negli stessi anni mi ero imbattuto in questi versi di un certo Michajlov, un autore del Samizdat russo, che ebbe una certa fama anche da noi: «Se non sei stato in campo di concentramento, se non t’hanno torturato, se il tuo miglior amico non ha scritto una lettera anonima contro di te, se non sei strisciato fuori da un mucchio di cadaveri, (…) se non hai ammazzato l’amata eseguendo l’ordine di un estraneo (…) e non giuochi nemmeno a basketball, allora non sei un uomo del XX secolo».
    Ecco la cifra del personaggio creato da Newman e proposto in quasi tutti i suoi film: l’individuo in bilico tra cinismo e ri-inizio, un crinale che si dipana ben oltre i ristretti limiti della coscienza, meno ancora di quella rivoluzionaria, se mai questa è esistita. E’ un ritratto in cui non c’è più posto per l’ingenuità (il non sapevo o non volevo che Freud imputa alla nevrosi). Dietro la mimica inconfondibile di Newman, dietro la sua giacca gettata pigramente sulle spalle insieme ai delitti di cui si è macchiato – è la scena finale di WUSA – il pensiero si riapre alla via della ricerca dell’innocenza: possibilità appena intravista, ma reale e indelebile.
    Oggigiorno, se un uomo non vuole mentire a se stesso, non può contare su nulla di più.
    Questo è stato il suo modo di dirci che siamo tutti al day after, senza il minimo cedimento da parte sua al genere pulp. Caso quasi unico, per Newman l’uscita dall’inibizione psicologica non inaugura la catena delle perversioni (letteralmente: sangue e deiezioni), cui purtroppo ci ha abituati il cinema, non solo americano, negli ultimi trent’anni. Pochissime le eccezioni, tra cui Woody Allen e Dustin Hoffman.
    Ora che conosco gran parte della sua produzione cinematografica, sono convinto che in WUSANewman abbia espresso al meglio il cosiddetto «segreto» del suo fascino. Il vero segreto. Perché ce n’è anche uno falso, di cui egli era ben consapevole: i suoi occhi azzurri, di cui purtroppo hanno scritto in questi giorni la maggior parte dei critici. Il falso segreto è facile da svelare: Newman era daltonico! Viene da chiedersi come abbia fatto a guidare auto da corsa per decenni, fino a vincere almeno due competizioni, anche pochi anni orsono.
    Attribuire il successo di un attore ai suoi occhi azzurri sarebbe come voler credere che il velocista Carl Lewis abbia conquistato il suo record perché era un… nero: i neri sono molti
    milioni, ma pochissimi corrono i 100 metri in una manciata di secondi. E in effetti, con una buona battuta, una volta Newman disse: «Sulla mia tomba vorrei che scrivessero: qui riposa un uomo che divenne finalmente qualcuno quando i suoi occhi diventarono castani»!
    Aveva capito tutto della vita, Paul Newman: ecco perché è stato un uomo raro, anzi rarissimo.
    Sposando Joanne Woodward, nel ’58, le regalò una tazza d’argento che recava incisa la scritta: «Hai voluto a tutti i costi abbarbicarti ad Apollo; se ti capiterà di non riuscire a
    digerirlo, questa ti servirà
    ». E a chi gli chiedeva come mai si accontentasse di una sola donna potendo andare con tante, rispondeva: «(Joanne) ha sempre accettato incondizionatamente le mie scelte e i miei comportamenti, compresa la mia passione per le auto da corsa, che lei deplora. Questo è vero amore. Noi due non abbiamo niente in comune, se non il fatto che ci capita di fare film insieme; ognuno ha i suoi amici e i suoi interessi, non ci soffiamo sul collo, ci sentiamo liberi: sono le nostre distanze a unirci». E’ la migliore apologia del matrimonio che io conosca, scarsissimamente concepita e realizzata. Solitamente occorrono anni di cura psicoanalitica perché un individuo arrivi a pensare in questo modo il rapporto uomo-donna.
    Alla domanda: «Le piacerebbe essere immortale?» Newman rispose: «Devo pensarci…io gioco a poker, ma mi piace giocare a carte scoperte. L’immortalità dell’uomo non sarebbe un valore universale: chi sta bene starebbe ancora meglio e quelli che stanno male starebbero ancora peggio. No, no… niente immortalità!». Il nesso tra l’individuo e l’universo faceva parte del suo bagaglio intellettuale, a prescindere dal suo essere credente o meno. La prima questione è sempre la facoltà di desiderare, anche quando si tratta della vita eterna.
    Personalmente, l’ho imparato dallo psicoanalista Giacomo Contri (anch’io gioco a carte scoperte), e ho constatato che è una facoltà espunta o decaduta in tutta la patologia psichica.
    Ha detto Robert Forrester, vicepresidente della Newman’s Own Foundation, l’ente da lui realizzato a favore dei bambini gravemente malati: «Il dono di Paul Newman era la
    recitazione. La sua passione le corse. Il suo amore la famiglia e gli amici. Il suo cuore e la sua anima erano dedicati a rendere il mondo un posto migliore
    ». Ecco un pensiero paterno, impossibile a chi non si sia messo anzitutto nella posizione di figlio, cioè di ricevente un’eredità, di qualunque genere.
    A suo modo, Newman ha riproposto tutto ciò fino alla fine. Nel suo penultimo film, Per amore… dei soldi (Where the Money is, 2000), è l’anziano partner e complice di una giovane e seducente Linda Fiorentino: il tono scanzonato di questa commedia, inneggiante al furto (!), gli serve in realtà per trattare un tema pressoché tabù: il rapporto padre-figlia. E nel successivo, Era mio padre (The Road to Perdition, 2002, con Tom Hanks), criminalità e tragedia fanno da sfondo all’esame acuto e severo del rapporto padre-figlio: lo stesso esame cui egli stesso non poté sottrarsi alla morte per overdose dell’unico figlio maschio, nel ’78.
    Per accomiatarsi, Newman ha voluto che la notizia della sua morte fosse divulgata dapprima dal circuito delle opere di beneficenza a lui collegate, e solo diverse ore più tardi dal suo press-agent: un atto e un giudizio molto chiari.
    Paul Newman era tutto questo. Ed è per questo che, ben oltre la via dell’identificazione (che di per sé è solo road to perdition) un po’… era mio padre.