
Domenica scorsa l’inserto culturale del Sole24ore era tutto, dicasi tutto, centrato sul Natale. Finalmente! Il Sole non è l’organo del Vaticano o della CEI. Ed è vero che abbiamo bisogno di una tregua, persino nello sfogliare il giornale, cartaceo o immateriale. Natale fa notizia.
Con Natale laico non mi riferisco ai soliti “valori umani” o alle antichissime tradizioni di culti pagani e precristiani con cui è facile rimuovere, ossia cancellare, il significato cristiano: la nascita di Gesù di Nazaret. Più di venti anni fa, Umberto Galimberti propose un’interessante riflessione sull’inadeguatezza della cultura occidentale a dirsi cristiana, a motivo dell’opulenza (scriveva nel 2002) e della rigida sottomissione alle leggi del mercato (oggi aggiungerei: della finanza). In sintesi: cristiano = inversamente proporzionale al profitto. Questo è il punto su cui riflettere.
Da settembre scorso, due libri freschi di stampa (Francesco. Il primo italiano di Aldo Cazzullo e San Francesco, di Alessandro Barbero) si sono aggiunti a molti altri che vengono riproposti per celebrare gli ottocento anni dalla morte di Francesco d’Assisi. Tra questi, spicca la vasta produzione di Chiara Frugoni, l’illustre medievista che alla vita del santo ha dedicato trent’anni della propria ricerca e numerosissimi titoli di grande pregio, tra i quali: Vita di un uomo: Francesco d’Assisi, Storia di Chiara e Francesco, Il presepe di San Francesco, Francesco e l’invenzione delle stimmate. Uno più bello dell’altro.
Frugoni scrive che Francesco «non si propose di fondare un Ordine, parola che nel suo vocabolario manca del tutto (…) non previde, almeno finché non vi fu costretto dallo straordinario successo, alcuna struttura all’interno della comunità. Fu un’altra grande innovazione di Francesco quella di avere dato vita a una fraternità sostanzialmente di laici, senza che si creassero al suo interno (così fu nei primi tempi) differenze di considerazione e di trattamento quando si aggiunsero sacerdoti o persone dotte che avevano frequentato le Università. (…) Morto Francesco, la forza della tradizione prenderà il sopravvento con una decisa clericalizzazione dell’Ordine.»
Quella di Aldo Cazzullo è una scrittura avvincente. Ad esempio, sorprende leggere l’elenco di coloro che furono terziari francescani o comunque legati alla “grande famiglia francescana”. Vi troviamo nomi di poeti e letterati arcinoti quali Petrarca, Boccaccio, Tasso, Manzoni, ma anche esploratori come Cristoforo Colombo e Amerigo Vespucci (che «volle essere sepolto vestito del saio francescano»). Francescani furono Galvani, Volta, Ampère e Marconi: praticamente tutto il pantheon dell’elettricità e della radio. Tra i politici e gli statisti: Tommaso Moro, Silvio Pellico e, nel secolo scorso, Robert Schuman, tra i padri fondatori dell’Unione Europea, nonché gli italiani De Gasperi e La Pira, protagonisti della nascita della nostra Costituzione Repubblicana.
Vero che «i francescani hanno avuto cinque Papi. Ma nessuno di loro ha mai pensato di chiamarsi Francesco. Francesco non era considerato un nome da Papa.» L’ha fatto Bergoglio, che non era francescano, ma gesuita.
Eppure, scrive Cazzullo, «all’apparenza, Francesco ha fallito. Il denaro non è mai stato così importante. La finanza prevale sul lavoro. E fenomeni come la globalizzazione non hanno posto fine alle guerre, anzi.»
Mi aggancio volentieri alle sue considerazioni per ricordare che diversi anni fa Giacomo B. Contri tratteggiò una sorta di rapido identikit di san Francesco:
«Nella sua laicità, non solo voleva che i suoi seguaci fossero né preti né monaci, ma anche che non avessero il clericalismo ancora odierno che distingue sapere alto da sapere volgare; voleva un’identica regola per uomini e donne, dunque laici anche le donne (su questo punto le resistenze a Francesco e Chiara sono state violentissime); (…) era contro la concezione e la pratica del lavoro in quanto salariato (“povertà”): non si è speso in vani pronunciamenti contro la proprietà privata, ma si è pronunciato attivamente-vocazionalmente contro il salario in quanto asservimento privato del lavoro. Era un mondo intero a venire messo in crisi (come Francesco voleva), e senza “tirate” morali sul denaro come sterco del diavolo. (…) Faremmo bene a pensarci in anni in cui diminuiscono salari e salariati, e senza speranza di inversione della tendenza.»
Ne risulta un’idea di laicità ben più corposa di quel che si pensa comunemente.
Per Contri, Francesco comprese che «il lavoro è impagabile, non ha prezzo (…) ecco una nuova scoperta sulla legge di moto umana detta “pulsione”. Francesco è stato un uomo di pensiero.»
Purtroppo, il modo in cui il suo insegnamento è stato diffuso (ad esempio negli anni ’60 e ’70 del secolo scorso, attraverso le trasmissioni radiofoniche con padre Mariano, che accompagnavano le sere di moltissime famiglie) ha impedito di considerare san Francesco un economista. Eppure, secondo Contri, «lavoro senza salario significa essere mantenuti senza essere schiavi, ossia uno status giuridico inimmaginabile.»
Francesco sapeva chiedere: impostava i propri rapporti in modo da suscitare l’iniziativa altrui a proprio favore. È una precisa idea di povertà, la sua, come è attestato, ad esempio, da quel che gli scrisse il conte Orlando Catani di Chiusi che, dopo averlo conosciuto personalmente a San Leo, volle regalargli una sua proprietà, il monte della Verna: «Io ho in Toscana uno monte divotissimo il quale si chiama monte della Vernia, lo quale è molto solitario e salvatico ed è troppo bene atto a chi volesse fare penitenza, in luogo rimosso dalla gente, o a chi desidera fare vita solitaria. S’egli ti piacesse, volentieri Io ti donerei a te e a’ tuoi compagni per salute dell’anima mia.» Il conte munifico finanziò i lavori necessari per ricavarne le prime celle: una Spa ante litteram. Era il 1213, appena sette anni dopo il processo in cui Francesco si era denudato coram populo per restituire ogni cosa al padre, quel Pietro di Bernardone che l’aveva citato in giudizio. Fu un atto di disconoscimento di paternità.
Francesco, imprenditore sui generis, nel raccogliere l’invito evangelico “amerai il prossimo tuo come te stesso”, volle realizzare il passaggio da prossimo (il più vicino) a partner (collaboratore, socio).
IC’è dell’altro. Contri, oltre a spingersi ad accostare Francesco a Marx («voleva vivere anticipatamente di comunismo»: anche su questo mi riprometto di tornare nelle prossime settimane), rincara la dose immaginando una satira che potrebbe, seppure a torto, accusarlo di «voler vivere a sbafo: accusa «immeritata perché non voleva vivere senza lavoro.»
Ciò consente di pensare la distinzione, rilevantissima, tra salute psichica dalla psicopatologia. Quando ero tirocinante nella clinica psichiatrica del Policlinico di Milano, ricoverammo un giovane che, fuggito da casa, aveva fatto perdere le proprie tracce per vivere come un barbone. Era stato portato in ospedale denutrito, sporco e pressoché mutacico. Mi colpì quel che mi disse con un filo di voce: poiché non voleva lavorare, allora non aveva neppure il diritto di mangiare. Questa ammonizione, rivoltagli dal padre, aveva rinforzato la sua ribellione: non solo rifiutava di lavorare, ma cercava di controllare i propri atti respiratori. Non potendo impedirsi di respirare, si era riproposto di consumare meno aria possibile e si era condannato all’immobilità. Di lì a poco morì. Tempo dopo, il padre, stimato e illustre professionista, si lasciò morire anch’egli.
Quel giovane commetteva due errori: 1) faceva coincidere il contenuto della parola lavoro a quel che suo padre si aspettava da lui (che diventasse medico, avvocato o qualcosa del genere); 2) non riconosceva che il suo stesso pensiero era un lavoro: così come non poteva arrestare il respiro, non poteva nemmeno smettere di pensare. Fu così che imparai che cos’è la catatonia.
Francesco d’Assisi, all’opposto, stimava a tal punto il lavoro, quello manuale e quello psichico, che poco prima di morire fece scrivere nel suo Testamento “Et ego manibus meis laborabam, et volo laborare”. Frugoni ci informa che «in cambio delle loro fatiche i frati potevano ricevere il vitto necessario per vivere (questo è il significato che Francesco dà alla parola “elemosina”), senza tuttavia riporre avanzi di cibo per il giorno seguente.» Insomma, Francesco fece davvero apologia del lavoro. Oggi diremmo che la salvezza, come la soddisfazione, non sono raggiungibili con un’App.

La vicenda di Francesco d’Assisi è unica, ed è ancor più interessante alla luce della questione francescana, come è chiamata la storia delle sue biografie e delle loro fonti. Nell’arrestarmi qui, segnalo che la mattina del prossimo 18 gennaio il cinema Anteo di Milano proporrà in prima visione il film Parola di Tommaso, del regista Matteo Vanni, proiettato il 29 ottobre scorso al Senato della Repubblica.
Ne anticipo qualcosa riportando i titoli di coda: «Tommaso da Celano, primo biografo di San Francesco d’Assisi e autore del Dies irae, fu testimone diretto della nascita del francescanesimo. Lo storico Jacques Delarun riportò alla luce una Vita Francisci attribuita a Tommaso da Celano: il testo era stato messo in vendita da una casa d’aste canadese, dove lavorava la studiosa italiana Laura Light, la prima che ne intuì il valore storico. L’opera è sopravvissuta alla distruzione delle vite di Francesco ordinata da Bonaventura nel 1266. La Vita ritrovata ci ha restituito il volto vivo di Francesco, non del santo ma dell’uomo.» Occasione imperdibile (info e prevendita tra pochi giorni sul sito https://www.spaziocinema.info/)