Father&Son: una rassegna a tutto campo che «pesca» nella vita di tutti i giorni, personale, sociale e politica. Tema vasto e trasversale. Di certo rilevante, finora poco esplorato.
Father&Son, con la & commerciale, è uno slogan; è il marchio più diffuso del capitalismo, anzitutto americano: padre e figlio contraddistinti dall’avere in comune la medesima azienda o impresa.
Con qualche precedente ante litteram, rappresentato dalla parabola del figliol prodigo. Ovvero: gli affari innanzi tutto. L’interessante è che non si possono curare i propri affari se non passando per quelli di un altro. Un simile pensiero è più prossimo alla posizione del padre o del figlio? Viene il giorno in cui tale alternativa decade. Espressioni quali amore paterno o amor filiale rivestono di una patina sentimentale la questione, che invece a volte può farsi puntuta, fino a diventare per taluni una specie di forche caudine. Infatti spesso capita di trovare padre e figlio su fronti contrapposti, come nel romanzo autobiografico Onora il padre di T. Berger (2007) o nel più datato Figlio!… Figlio mio! di H. Spring (1949).
Father&Son alla prova, dunque: in quel che si può reperire nei media e nella letteratura, nella produzione cinematografica o musicale, come pure nelle conversazioni ordinarie. Chiunque può accorgersi della presenza o meno di questo tema in un discorso o in un’argomentazione: anzi, talvolta la sua assenza rivela più della sua presenza. Né serve dichiararsi neutrali, quando occorre invece prendere posizione. Nello spirito del nostro tempo, allorché troviamo la patologia del rapporto padre-figlio, registriamo uno di questi tre casi: 1) è un tabù, e non si deve nemmeno menzionare; 2) è un caso di perversione, di cui non mancano esempi nella letteratura, non soltanto gay; 3) è solo un binomio che non si appoggia ad alcun concetto preciso.
Father&Son: eredità, successione, regalità, titolarità. La lista può continuare a lungo, perché abbraccia i millenni, spaziando dai miti antichi fino alla storia dei nostri giorni:
dalla teogonia dell’antica Grecia, in cui Urano è castrato dal figlio Crono, poi detronizzato a sua volta da Zeus, fino al racconto omerico dell’incontro tra Priamo e Achille, dove il primo si imbratta di sterco per ottenere dal nemico la restituzione del cadavere del figlio Ettore;
dai primi patriarchi dell’Antico Testamento, Abramo e Isacco, al concilio di Nicea (325 d.C.) che affermò il Figlio come omousios (consustanziale) anziché soltanto omoiusios (consimile) al Padre;
nell’era moderna: l’imponente produzione shakespeariana, o alcune raffinate ricostruzioni recenti (penso alla figura di Giorgio VI nel film Il discorso del re, 2010).
Father&Son: «i tuoi affari si stanno esaurendo» (your business is running out), canta la graziosa e giovanissima Eliza Dolittle nel brano che l’ha resa celebre, Pack up. Lo ha tratto da una nota marcia militare del 1915, Pack up your troubles in your old kit-bag. Poco più di un anno dopo gli USA entravano in guerra. Nel ’68, i nipoti di quei figli che erano stati lanciati in trincea sarebbero passati in massa a pretendere di riscuotere il frutto, molto incerto, di quelle promesse.
Father&Son: cliccando queste parole in google, si rimane sorpresi. Le prime tre pagine sono tutte centrate sull’omonima canzone di Cat Stevens (1970), convertitosi qualche anno dopo alla fede musulmana fino a mutare il nome in quello di Yusuf Islam. Caso sorprendente e istruttivo.
La rubrica si presenta come un’inchiesta senza limiti e freewheeling, a ruota libera, che utilizzerà e vaglierà i materiali più diversi. Un posto del tutto particolare spetta a Freud che, privilegiando il complesso paterno, sostiene il concetto di «padre». Il pensiero di natura, elaborato da G.B. Contri, ne raccoglie e rilancia l’eredità.
Regia di Lorena Luciano, Filippo Piscopo (USA, 2018 durata 93')
anteprima italiana del documentario
SARÀ IL CAOS (It Will Be Chaos)
A tema: la crisi dei rifugiati che attraversano il Mediterraneo, la resilienza dei richiedenti asilo e degli italiani che si trovano a fronteggiare il massiccio afflusso di migranti. Prodotto dal canale statunitense HBO, è stato trasmesso in occasione del World Refugee Day e premiato nel luglio scorso al Taormina Film Festival. Qui l’articolo-intervista de La Repubblica di venerdì scorso.
Dopo la proiezione i registi, che hanno lavorato a lungo con i migranti, racconteranno all’uditorio come hanno realizzato il film.
INFO
Ingresso: 5 euro. Suggerisco di essere lì alle 18.30 per accedere ad un posto da cui si veda bene. Teatro Studio Melato – MM Lanza. I biglietti sono acquistabili solo il giorno stesso. La biglietteria del Piccolo Teatro (Studio Melato) sarà aperta dalle 17:30 alle 23:30 Info: naga@naga.it, 349 160 33 05 – Milano Film Festival www.milanofilmfestival.it
(The Railway Man) Australia – Gran Bretagna, 2013, col. 113′, regia di J. Teplitzky. Con: Colin Firth, Nicole Kidman, Jeremy Irvine, Hiroyuki Sanada.
Ci sono fatti, e persone, che tutti dovrebbero conoscere.
È il caso di Eric Lomax, giovane ufficiale britannico appassionato di ferrovie e radio, prigioniero dei giapponesi in Thailandia dal 1942 al 1945 e costretto a lavorare alla ‘Ferrovia della Morte’: una follia che costò la vita a decine di migliaia di persone.
Lomax sopravvisse alla guerra, ma per decenni rimase ossessionato dal ricordo delle torture subite (disturbo post-traumatico da stress?) finché, con l’aiuto della moglie, decise di dare uno speciale seguito ai suoi propositi di vendetta.
La vicenda colpisce per l’inatteso bivio cui si affacciano il protagonista e il suo aguzzino di un tempo: la vendetta può davvero riparare ferite così radicate nella memoria? Freud, che si occupò, tra il 1918 e il 1920, delle nevrosi di guerra e dei loro trattamenti, scrisse che in simili casi il “conflitto si svolge tra il vecchio Io pacifico e il nuovo Io bellicoso del soldato”.
Il film, tratto dall’avvincente autobiografia The Railway Man (bestseller 1995), è stato presentato in anteprima mondiale al Toronto International Film Festival 2013. Il regista australiano Teplitzky ha saputo rendere – anche grazie ad un Colin Firth superlativo – la figura straordinaria di Lomax, che chiuse il proprio libro con queste parole: “Avevo dimostrato a me stesso che ricordare non serve a nulla se si limita ad alimentare l’odio.”
Al termine della proiezione, seguirà una conversazione a più voci.
INFO
MIC, Museo Interattivo del Cinema, viale Fulvio Testi 121 (MM5 Bicocca), 22 marzo 2018, ore 20.30. Raccomando di arrivare almeno alle 20.15: la proiezione inizierà alle 20.30 in punto. Se è interessata/o, le consiglio di inviare al più presto l’adesione all’indirizzo: gmg-cinema@glaucomariagenga.it Potrà ritirare il suo biglietto (€ 6.50) all’ingresso del MIC.
proiezione del terzo film del Cine-seminario THE DEAD-END ROAD OF REVENGE. IL VICOLO CIECO DELLA VENDETTA
Contrariamente a quanto previsto nel programma iniziale, non sarà proiettato il film Corno di capra, per sopraggiunte difficoltà comunicateci solo nei giorni scorsi dall’Associazione Bulgaria-Italia, che avrebbe dovuto procurare il dvd. Pertanto sarà proiettato il film:
IL SOSPETTO
(Jagten), Danimarca, 2012, col. 115’ Regia di Thomas Vintenberg con Mads Mikkelsen e Annika Vedderkopp
Perno della vicenda è, più che la vendetta, la sanzione di una bambina di cinque anni, Klara, nei confronti di Lucas, il maestro della sua scuola materna. Il film mostra fin dall’inizio che l’accusa della bimba è falsa e il maestro è innocente, rivelando anche le ragioni della piccola, le cui profferte amorose sono state ingiustamente rifiutate dall’adulto.
Il roccioso pregiudizio condiviso da tutta la comunità (un piccolo paese della Danimarca) produrrà un effetto a valanga, anche quando la piccola accusatrice cercherà di scagionare Lucas: in tutti vincerà lo stereotipo secondo il quale ‘i bambini non mentono mai’.
Il film sarà seguito da un commento a più voci: sono state invitate la prof.ssa Marina Mombelli, Docente di Psicologia Giuridica presso l’Università Cattolica di Milano e la dott.ssa Silvia Nanni, in servizio presso la Squadra Mobile della Questura di Varese.
INFO
MIC, Museo Interattivo del Cinema, viale Fulvio Testi 121 (MM5 Bicocca), 22 febbraio 2018, ore 20.30. Raccomando di arrivare alle 20.15: la proiezione inizierà alle 20.30 in punto. Se è interessata/o, le consiglio di inviare al più presto l’adesione all’indirizzo: gmg-cinema@glaucomariagenga.it Potrà ritirare il suo biglietto (€ 6.50) all’ingresso del MIC.
Nell’articolo Freud con Goethe dell’ottobre scorso mi riproponevo di dedicare una pagina alla bellissima pièce teatrale Padre e figlio, rappresentata all’ultimo Meeting di Rimini.[1] Lo faccio solo ora, dopo alcuni mesi: tempi… biblici, ma pur sempre proporzionati, trattandosi di relazioni bibliche.
Fin da bambino provavo un sentimento denso e spiacevole di fronte ai tantissimi delitti narrati nell’Antico Testamento: la colpa dei progenitori che ricade, chissà perché, su tutte le generazioni successive, un fratricidio, un ragazzino abbandonato dai fratelli nel deserto in una cisterna e venduto come schiavo, popoli interi passati a fil di spada, e via dicendo. L’infanzia e l’educazione di molti di noi sono state accompagnate da quei personaggi, storici o letterari che fossero. In Padre e figlio, il drammaturgo Sinisi ne offre una eccellente caratterizzazione, dotandoli di pensieri che rendono ragione degli atti loro attribuiti dalla Bibbia. Ora mi soffermerò su Caino.
La pièce teatrale ‘Padre e figlio’
Massimo Popolizio interpreta in modo straordinario il testo che Sinisi ha concepito partendo da alcuni brani dell’Antico Testamento. L’opera è suddivisa in tre capitoli: Caino e Abele; Abramo e Isacco; Giacobbe ed Esaù. Sulla scena l’attore non è l’unica presenza: un ruolo fondamentale è svolto dal Siman Tov Quintet, che esegue bellissimi brani di musica klezmer, genere tradizionale ebraico. Il tutto è arricchito dalla sorprendente arte interattiva di Massimo Ottoni: in piedi ad un lato del palco, egli sfiora lo schermo di un computer come se avesse in mano un pennello, mentre sullo sfondo del palcoscenico danzano forme colorate e sinuose in grande sintonia con le note. Un accompagnamento perfetto e coinvolgente.
Caino e Abele: quando le economie erano separate
Il racconto biblico riserva poche e scarne righe alla vicenda dei due fratelli. Sinisi ha potuto – e saputo – prestare loro una fisionomia, argomentazioni logiche, passioni ed affetti, offrendo allo spettatore molteplici spunti e suggestioni.
Per esempio ad Abele, che conosciamo solo come prima vittima innocente, viene messa in bocca una pesante accusa verso il fratello maggiore: “Il Signore ama i semplici, e tu, Caino, pensi troppo”.
Una vera infamia, la sua! Che significa? Non è cosa peggiore pensare troppo poco? Niente è più pericoloso della coppia malvagità-stupidità, come mostrano moltissimi episodi di cronaca nera.
È quel che sostiene anche Woody Allen in più di un film: in particolare, Sogni e delitti (2007) è una rivisitazione lucida e impietosa del fratricidio, i cui protagonisti sono per l’appunto due fratelli, delinquenti e inetti allo stesso tempo.[2] Tipi così esistono davvero, e sono molto lontani da drammi o conversioni simili a quella creata dal Manzoni nella ‘notte dell’Innominato’.
Tornando alla pièce, Caino ci viene presentato capace di dibattere con suo padre Adamo: “E Abele, che ha di meglio di me?’. ‘Abele dà quello che ha senza trattenere nulla. Dona e non vuole niente in cambio. Ha tutto perché vuole tutto. Davanti al Signore non ha segreti né pretese. C’è molto da imparare, in Abele. Ma tu non lo guardi. Non lo guardi mai.’ Non è vero che non lo guardavo. Lo guardavo eccome. Ma senza che nessuno mai se ne accorgesse.”
Il Caino di Sinisi non si dà per vinto: “non solo i padri morirebbero per i figli, ma anche i figli morirebbero per i padri, se gli venisse chiesto. E uccidere Abele per me fu come morire, morire per te (si rivolge ancora al padre, ndr), morire perché tu finalmente mi guardassi per quello che ero: non l’altro, ma ‘io’, Caino, ‘io’.” Egli vuole, pretende che il padre conosca il suo smisurato ‘amore’ per lui, ora che è arrivato perfino ad uccidere per emanciparsi dal secondogenito così scomodo.
Tema vasto e complesso. Freud osserva: “Il bambino piccolo non ama necessariamente i suoi fratelli, spesso palesemente non li ama affatto (corsivo mio, ndr).” “Si può osservarlo con maggiore facilità in bambini da due anni e mezzo fino a quattro o cinque anni, quando sopravviene un nuovo fratellino. Questi perlopiù ha un’accoglienza molto scortese. Espressioni quali: “Non mi piace, voglio che la cicogna se lo riporti via” sono assai frequenti. In seguito ogni occasione sarà buona per denigrare il piccolo arrivato, e tentativi di fargli persino del male, veri e propri attentati, non sono niente di inaudito.”[3]
Dopo Freud moltissimi autori, psicoanalisti e non, hanno sottolineato il narcisismo di Caino, la sua incapacità di amare e i diversi ‘meccanismi psichici’ legati all’invidia che egli ha coltivato per non essere stato il preferito agli occhi dei genitori.[4] Ma simili commenti possono scivolare nell’errore, comune a tanta psicologia novecentesca, di separare la vita intrapsichica da quella reale, e l’economia affettiva dall’altra economia, che guida la politica e la società.
Preferisco seguire il commento di G.B. Contri, che scrive: “Sulla vicenda di Caino e Abele è prevalsa l’idea del delitto passionale, ma non torna perché i due “fratelli” sono intercambiabili (poteva essere Abele a uccidere Caino, proprio come x e y sono intercambiabili). I due coltivano campi separati e non connessi (pastorizia e agricoltura), non sono “fratelli”, non hanno legame sociale, l’uno è civilmente morto per l’altro, una pura sagoma per l’altro”. Contri individua bene qual è l’errore comune ad entrambi: in ciascuno dei due “l’indifferenza precede e prepara l’ostilità. Nessuno dei due si è permesso di offrire appuntamento ossia di fare società d’affari come Regime dell’appuntamento.”[5]
Per dirlo con uno slogan: l’alba della civiltà non ha visto il sorgere di una ‘Eredi di Adamo ed Eva S.p.A.’
Nessuno tocchi Caino
Nel testo biblico, quel fratricidio ha un seguito – anche se spesso la predicazione non ne fa menzione – nel grido accorato di Caino (“la mia iniquità è tanto grande che io non posso sopportarla!”) e nella pronta risposta di Jahvè, che proibisce a chiunque di ucciderlo; se ne può dedurre che, quando questo testo venne redatto, la legge del taglione era già in vigore presso quei popoli.
Javhè – scrive ancora Contri – “gli lascia tempo per passare a nuovo Ordine, e infatti Caino “divenne un costruttore di Città”. Nessuno tocchi Caino è anche il nome di una nota lega internazionale, costituitasi nel 1993, attiva nella lotta contro la pena di morte e la tortura, nella ricerca di forme di giustizia in cui sia espunta ogni sete di vendetta.[6]
Nel Caino di Lord Byron (1821), sia la madre Eva che l’Angelo del Signore paventano al fratricida le terribili conseguenze del suo atto: “Tu hai ucciso tuo fratello, e chi ti garantirà da tuo figlio?”[7] Il clima livido di quel momento è reso molto bene dall’impressionante dipinto di Fernand Cormon (1845-1924) riprodotto all’inizio di questa pagina: Caino si avvia all’esilio con tutti i suoi familiari. Poiché Abele non aveva generato figli, su quel carro è raffigurata in un certo senso l’intera umanità, perché tutti possiamo considerarci suoi discendenti. Nessuno può dirsi estraneo rispetto al compito di costruire un legame sociale foriero di pace. Ha dunque ragione Sinisi, quando sottolinea la contemporaneità dell’intera vicenda riproposta nel suo spettacolo.
P.S.: Trovo che il Natale abbia a che fare con tutto questo, molto più che con la favola moderna dei buoni sentimenti, rappresentata al meglio da quel Canto di Natale con cui Dickens nel 1843 perfezionò la rimozione del Natale – perché di questo si trattò – reinventandone completamente il senso originario.[8]
[1]Padre e figlio (sceneggiatura di Fabrizio Sinisi e regia di Otello Cenci) è stato rappresentato a Rimini il 23 agosto 2017. Autore, regista e interpreti hanno saputo portare all’attenzione di un vasto pubblico temi molto rilevanti. Rinvio all’intervista rilasciata da Sinisi a Il Sussidiario il 17 agosto 2017: Padre e figlio. Tra Bibbia e teatro per riscoprire i rapporti fondamentali per l’uomo. Mi auguro che lo spettacolo venga presto riproposto in diversi teatri italiani: merita.
[2] I due anti-eroi di Woody Allen, ingenui eppure bastardi senza scrupoli, ricordano i balordi del film di Godard Bande à part (1964), sopravvalutato dalla critica, o i sicari di Fargo (1996) dei fratelli Coen, i quali trassero da un fatto di cronaca una sceneggiatura dal cinismo esasperato e quasi insostenibile.
[3] S. Freud, Introduzione alla psicoanalisi, 1915-17, lezione 13, OSF, VIII pagg. 372-3.
[4] Sull’argomento rinvio a: M.G. Pediconi, G.M. Genga, L. Flabbi, Invidia versus legame sociale. Una nuova idea di profitto, in: Teorie & Modelli, n.s., XVIII, 2, 2013 (7-23). Una breve rassegna di autori e opere che hanno riproposto la figura e il dramma di Caino tra ‘800 e ‘900 (tra cui Byron, Santucci, Borges, Lacan, Saramago e Steinbeck) si trova in A. Zaccuri, Caino, il dramma del fratricida, https://www.avvenire.it/agora/pagine/il-dramma-di-caino
[7] Lord Byron, Cain. A Mystery, testo originale a fronte, con un articolo di J.W. Goethe, tr. it. di F. Milone, introduzione e note di G. De Lorenzo, Sansoni Ed., Firenze, 1942.
[8]Dickens: l’uomo che inventò il Natale è il titolo dell’interessante film diretto dall’indiano B. Nalluri, con D. Stevens e C. Plummer, uscito in questi giorni nelle sale italiane.
Che cosa hanno in comune un ebreo medico, un laico in sacerdozio, [1] uno psicoanalista di lungo corso già allievo di Jacques Lacan? Un medesimo punto di vista, una Weltanschauung, una filosofia? La religione, la psicoanalisi? Non è quel che sostengo, mentre sottolineo – porto a fattor comune – una parola presente e rilevante nell’opera di tutti e tre: il sostantivo ‘fatto’. L’idea mi è venuta leggendo l’intervista rilasciata recentemente da Giacomo Contri ad Antonio Gnoli (La Repubblica, 16 luglio 2017). [2]
Freud è partito dall’osservazione dei fatti. Il 7 dicembre 1938, pochi mesi dopo il suo arrivo a Londra per sfuggire alla persecuzione nazista, la BBC chiese e ottenne di intervistarlo. In nota riporto il breve testo in lingua originale, poco più di una pagina, e il file audio. [3] “Sotto l’influenza di un amico più avanti negli anni e con i miei stessi sforzi, ho scoperto alcuni importanti fatti nuovi circa l’inconscio nella vita psichica, il ruolo delle sollecitazioni pulsionali e altro ancora. Da queste scoperte ha preso avvio una nuova scienza, la psicoanalisi, una parte della psicologia, e un nuovo metodo di trattamento delle nevrosi. Ho dovuto pagare pesantemente questa buona sorte. I più non davano credito ai miei fatti e ritenevano malsane le mie teorie. La resistenza è stata forte e spietata.”
Freud impernia la sua dichiarazione proprio sui “fatti”, per descrivere la dura lotta che era sorta intorno alle sue scoperte. Non sta parlando di religione, ma della, – nonché dalla – nuova scienza da lui fondata in mezzo secolo di incessante lavoro a Vienna.
Gli esempi di questi fatti possono essere molteplici: un sintomo (svenimento, dispnea, paralisi muscolare, tic), ma anche un lapsus e molti altri. Persino un sogno è un fatto della vita psichica.
Un inciso: nel 1969 il regista John Huston, che aveva realizzato pochi anni prima il film Freud. The Secret Passion, ebbe a lamentarsi dei tagli imposti dalla produzione, e disse: “…dopo che furono fatti i tagli (Freud) cessa di essere un investigatore super-efficiente che lavora sempre con argomenti razionali sulla scorta dell’evidenza, e diventa un certo tipo di genio malato e ispirato che coglie le risposte giuste nel limbo dell’ispirazione”. Huston aveva capito il modo di lavorare di Freud.
Del resto, il maltrattamento cui andò incontro Freud non era una novità. In Per la storia del movimento psicoanalitico (1914) egli scrisse:
“Nella fase presente della lotta intorno alla psicoanalisi la resistenza contro i risultati della psicoanalisi ha notoriamente assunto una nuova forma. Prima, ci si accontentava di contestare che i fatti asseriti dall’analisi fossero un fatto, e a questo scopo la tecnica migliore sembrava quella di evitare di verificarli. Questo procedimento sembra andar lentamente esaurendosi. Oggi si batte l’altra strada, quella di esaminare i fatti, ma sopprimendo attraverso interpretazioni deviate le conclusioni che ne risultano, in modo da preservarsi ancora una volta da verità scandalose.” [4]
Giussani: “Un fatto è un criterio alla portata di chiunque”. In uno dei suoi testi, Giussani scrive che “un fatto è un criterio alla portata di chiunque”, appoggiandosi all’affermazione di tale padre Pierre Rousselot, riportata da Henri de Lubac: “Il Cristianesimo è fondato su un fatto, il fatto di Gesù, la vita terrena di Gesù.” E ancora: “L’imperativo cristiano è che il contenuto del messaggio suo si pone come fatto. Ciò non sarà mai sottolineato a sufficienza. Un’insidiosa slealtà culturale ha reso possibile, per l’ambiguità e la fragilità anche dei cristiani, la diffusione di una vaga idea di cristianesimo come discorso (…). No: è anzitutto un fatto, un uomo che è entrato nel novero degli uomini”. [5] Nell’intervista a Gnoli, Contri si diffonde su don Giussani e sul rapporto personale che intrattenne con lui: “Era un prete che non aveva niente del prete. (…) Parlava di Gesù come di un ‘fatto’”.
Mentre scrivo, non ho la minima idea di quale effetto abbia oggi questa frase in chi vi si imbatte per la prima volta: certo non è scontata, né la si incontra facilmente: insomma, non circola. Anche questo è un fatto. Leggendo l’intervista, ci si accorge che a Contri non sfugge la difficile collocazione della proposta di Giussani: egli “non era sulla via tradizionale della “Riforma” della Chiesa: né Riforma né Controriforma. (…) Con il suo operato Giussani si portava dunque avanti rispetto alla storia del cristianesimo, non rientrava in schemi precostituiti, ortodossi o eterodossi.” [6]
Giacomo Contri: il corpo e l’ ‘inconscio’ come fatti. In un suo saggio dal suggestivo titolo …e Dio non creò l’inconscio, [7] Contri pone ad esergo un’eccellente frase che Aristotele riprende da Agatone: “Sol questo pure a Dio non è concesso, ciò ch’è già fatto far che non sia fatto” (Etica a Nicomaco, VI,2). Lo stesso Contri la commenta così:
“Ciò che è già fatto è il corpo, la (prima) Città, il pensiero. Uniamo queste tre parole nell’unico concetto di aldilà. In questo articolo si parla dell’inconscio come di un fatto, per il fatto che è l’individuo a farlo. Si potrebbe obiettare che si tratti di uno di quei fatti che possono essere disfatti, come la casa costruita sulla sabbia. Possibile che un fatto come quel costrutto di pensiero che è stato chiamato a suo tempo «inconscio», ma che è la memoria di aver attivamente elaborato qualcosa, non possa essere disfatto? Come si può attribuire a un risultato di pensiero l’assurdità di ritenere che esso sia certamente solido come la casa costruita sulla roccia? Ai nostri pensieri merita di essere applicato il detto evangelico: «Tutti i vostri capelli sono contati».” [8] Ora possiamo intendere come la questione rilevata da Freud (1914 e 1938) e quella denunciata da Giussani in un contesto affatto diverso (“un’insidiosa slealtà culturale…”) siano la medesima questione. In entrambi i casi è chiamato in causa il pensiero del singolo, cioè una realtà scomoda per l’organizzazione della Cultura di ogni tempo. C’è chi se ne è accorto. Non tutti.
Contri racconta a Gnoli di avere avuto vita difficile nel movimento psicoanalitico. Un punto non sfiorato dall’intervista è l’accusa che proveniva da esponenti del movimento psicoanalitico di allora, e che riguardava proprio la sua prossimità con Giussani. Era un’accusa di copertura, mossa da un ‘fronte interno’ alla psicoanalisi, italiana e francese, che non sopportava uno psicoanalista pensante in proprio e allo stesso tempo freudiano in toto. Gli rimproveravano la prossimità con Giussani per coglierlo in fallo: esattamente come avevano fatto i farisei con Gesù quando lo interrogavano sul sabato. [9] Peraltro, Contri non ha mai rinnegato il suo orientamento cattolico, e in quel clima bellicoso (1978) scriveva: “(…) radicatomi nel razionalismo teologico, cioè nella più lunga signoria storica della ragione, il monopolio laico-borghese dell’ateismo non solo non ha avuto la minima presa su di me, ma mi è sempre parso ridicolo, spregevole e filisteo, sul che il mio giudizio di psicoanalista non ha fatto che rinforzarsi.” [10]
Che cosa possiamo intendere per ‘fatto’? [11] Atteniamoci ad una definizione ispirata al buon senso: un fatto è un evento, circostanza o accadimento della natura, ma anche un’azione compiuta in qualsiasi campo dell’attività umana: piove, l’aereo decolla in ritardo, una persona mi sorride o invece mi chiude il telefono in faccia, il capufficio elogia o stigmatizza il mio operato. Tutto registrato dai sensi e processato dal mio pensiero. Fin qui, la serie è disomogenea.
Occorre il diritto per distinguere tra specie diverse di fatti, nonché tra fatti e atti. Non posso diffondermi ora, ma annoto solamente che l’esplorazione del punto di contatto, diciamo così, tra la dottrina psicoanalitica (Freud) e la scienza del diritto (Kelsen) è ciò che ha consentito a Contri di formulare l’idea che la vita psichica è sempre vita giuridica, dunque imputabile. È un’idea incomprensibile ai più, me ne rendo conto, ma potabile e digeribile per chi, avendo conosciuto la cura del divano, abbia avuto modo di apprezzarne i risultati. Fatto è ogni accadimento naturale o atto umano che abbia avuto conseguenze nella vita di un individuo o addirittura della collettività. Non esistono ‘fatterelli’, neppure nella vita quotidiana intessuta com’è di rapporti, abitudini, appuntamenti, successi o insuccessi, etc.
La stima intellettuale per la categoria del fatto promuove in chiunque (credenti e non) un sovvertimento generale della mentalità, un eccitamento del pensiero in quanto tale: finalmente liberi di farci venire delle buone idee!
Con queste mie note non ho inteso sant(on)izzare Freud, né ‘psicanalizzare’ Giussani. Ho invece preso sul serio una questione in sé semplice, quella della capacità stessa di osservare i fatti, ad ogni livello. Se non suonasse rétro, sarebbe il caso di dire: ce n’est qu’un début, è solo un inizio.
* Articolo pubblicato il 18 agosto 2017 nella rubrica Father and Son del sito www.culturacattolica.it
[3] Questo breve brano fu scelto da Contri come apertura delle prime pubblicazioni di Sic (giugno 1975), l’iniziativa editoriale cui aveva dato l’abbrivio in quegli anni, e dei libri di quella prima collana (tra cui La tolleranza del dolore e Lacan in Italia). Sic significa ‘è così’.
[4] L. Giussani, All’origine della pretesa cristiana, Jaca Book, 1988, pag. 56 e pag. 47.
[6] G.B. Contri, … E Dio non creò l’inconscio, in: La questione laica, Sic Edizioni, 1991, pagg. 77-105.
[7] G.B. Contri, “Sol questo pure a Dio non è concesso…”, in: AA.VV., L’Aldilà. Il corpo, Sic Edizioni, 2000, pagg. 91-93.
[8] Debbo questa osservazione, che faccio mia, ad una recente conversazione con Maria Gabriella Pediconi.
[9] G. Contri, Lacan in Italia, Sic 1978. Subito, leggendo, pensai che bisognava saperla lunga per scrivere una frase come quella.
[10] Per un rapido excursus quanto alla definizione del sostantivo ‘fatto’ mi sono servito del Grande Dizionario della Lingua Italiana di S. Battaglia, vol. V.Dopo una prima e più generale definizione, ne segue una seconda, coerente con la precedente e più vicina all’uso del termine nelle discipline scientifiche: Ciò che è (o può essere) oggetto dell’esperienza scientifica, nella sua funzione di guida allo studio dei fenomeni di ogni ordine e grado e alla scoperta delle leggi che li governano.
[11] Ancor più interessante è la definizione del lemma ‘fatto’ nell’ambito del diritto, ovvero il concetto di fatto giuridico: circostanza, accadimento a cui la norma giuridica ricollega il prodursi di conseguenze giuridiche, cioè la costituzione, la modifica, o l’estinzione di diritti, doveri, rapporti, situazioni giuridiche (e il temine è usato per designare sia l’astratto modello di accadimento delineato da una norma giuridica, sia il concreto accadimento storico che corrisponde al modello legale). Fatto giuridico naturale, fatto giuridico volontario: a seconda che non dipende o che dipende dalla volontà dell’uomo (nell’ambito di questa seconda categoria si distinguono a loro volta i fatti illeciti e i fatti leciti, a seconda che sono o no vietati dal diritto, come i reati e, rispettivamente, i contratti).
“Quello che erediti dai tuoi padri, riguadagnatelo, per possederlo” *
Prima di archiviare l’estate appena trascorsa, propongo una nota sul tema dell’ultimo Meeting di Rimini, “Quello che erediti dai tuoi padri, riguadagnatelo, per possederlo”: uno dei titoli migliori nella storia della kermesse riminese.[1] La frase (Was du ererbt von deinen Vätern hast, / Erwirb es, um es zu besitzen) è tratta dal Faust, l’opera più celebre del massimo poeta tedesco, W. J. Goethe (1749-1832), ed è nota a molti. Pochi, però, sanno che anche Freud l’ha citata, rivelandola per ciò che essa è: una questione fondamentale per la civiltà stessa. Il tema meriterebbe una trattazione ben più ampia, mentre mi limiterò a delineare appena il nocciolo dell’apporto freudiano. [2]
FREUD CON GOETHE: IL DISCORSO NELLA CASA NATALE DEL POETA
“L’onore che mi tributate, e che mi sorprende, (…) evocando la figura universale del Grande che nacque in questa casa, che trascorse in queste stanze la sua infanzia, ammonisce in un certo senso a render conto del proprio operato di fonte a lui, e pone la questione di come si sarebbe comportato lui, se il suo sguardo attento ad ogni innovazione scientifica fosse caduto anche sulla psicoanalisi.” [3] Sono parole di Freud in occasione del Premio Goethe, conferitogli a Francoforte nel 1930, nella casa natale del poeta: il discorso, letto dalla figlia Anna – egli, già molto malato, non poté recarvisi personalmente – ha attirato l’attenzione di diversi studiosi, anche tra coloro che non sono psicoanalisti. Ad esempio, Tomas Anz, nel saggio Una linea retta da Goethe a Freud, [4] osserva come Freud rovesciò le attese di quanti si aspettavano che egli si giustificasse per essere stato accostato a Goethe, autore che del resto conosceva a menadito, come ogni viennese o tedesco colto dell’epoca, e per il quale nutriva una enorme ammirazione. Non senza ragione, “la vicenda di Faust è stata considerata un’anticipazione della psicoanalisi”. [5] Il brano riportato è un esempio della posizione di Freud nei confronti di molti autori classici, il cui retaggio egli teneva nella massima considerazione, pur senza alcuna timidezza o ossequio pregiudiziale. Nel caso di Goethe, viene da pensare che egli sia stato influenzato anche da un’altra opera del poeta, Il divano occidentale-orientale (1819): mi riferisco all’uso del divano in quella particolarissima conversazione che è la seduta psicoanalitica.
FREUD RACCOGLIE LA QUESTIONE DI GOETHE
Fra le molte citazioni di Goethe riportate da Freud, segnalo solo quelle relative al nucleo ora in esame, un nucleo che lo stesso poeta sembra evocare da un duplice punto di vista: dalla posizione del figlio-erede, o allievo, e da quella del padre, o maestro.
La posizione del figlio-erede è richiamata nel monologo di Faust, ed è appunto la frase posta a titolo dal Meeting: “Quel che hai ereditato dai tuoi padri / riguadagnatelo, per possederlo.”
La posizione del padre o del maestro è invece messa in bocca a Mefistofele, ed è complementare alla precedente: “Addentrarsi in indagini scientifiche non serve: / ognuno impara solamente quel che può.” E ancora: “Tanto quel che sai di meglio / non puoi dirlo ai tuoi alunni”. [6] Il gap generazionale non è dunque un fenomeno del Novecento o degli anni della contestazione. Allo stesso tempo, è interessante notare che “Faust e Mefistofele si dividono i ruoli ma agiscono in vista del medesimo scopo.” [7] Viene da pensare che Goethe abbia rielaborato in questo modo il rapporto non facile che ebbe col proprio padre, uomo colto e benestante, il quale si dedicò a lungo alla formazione del figlio, avviandolo a quella carriera di avvocato che invece il giovane decise ben presto di abbandonare.
Questa tensione, insita in ogni passaggio generazionale, è proprio ciò che destò l’interesse di Freud, costantemente attento ad individuare tutto ciò che compone il ‘complesso paterno’.
Occorre però sbarazzare il campo da un equivoco, suggerito dalla presenza dell’albero stilizzato nella locandina del Meeting. Con le sue linee e i campi geometrici che ricordano Piet Mondrian, l’immagine non rende ragione alla questione goethiana: infatti nell’ereditare non vi sono radici o frutti, bensì atti prettamente giuridici, cioè umani.
LA MEDESIMA QUESTIONE SECONDO FREUD
Nelle ultime pagine di Totem e tabù (1912-13) troviamo un esame molto attento di ciò che consente il progresso nella civiltà: “Se i processi psichici di ogni generazione non si prolungassero nella generazione successiva, ogni generazione dovrebbe acquisire ex novo il proprio atteggiamento verso l’esistenza, e non vi sarebbe in questo campo nessun progresso e in sostanza nessuna evoluzione. (…) E di quali mezzi e vie si serve una generazione per trasferire alla successiva le proprie condizioni psichiche? [quesito perfetto, ndr] Non sarò io ad affermare che questi problemi siano stati sufficientemente chiariti, o che la comunicazione diretta e la tradizione, alle quali si pensa come prima cosa, siano sufficienti alla bisogna. (…) il compito sembra assolto in parte con l’ereditarietà di alcune disposizioni psichiche, che richiedono tuttaviauna certa spinta individuale per ridestarsi e diventare operanti. Forse è questo il senso delle parole del poeta: “Ciò che hai ereditato dai padri / riconquistalo, se voi possederlo davvero”.
Freud non si ferma qui, ma fa un passo ulteriore: “Il problema apparirebbe ancora più difficile se dovessimo ammettere che esistono moti psichici tali da poter essere repressi così completamente che di essi non resta traccia alcuna. Ma moti del genere non esistono. Anche la repressione più violenta è costretta a lasciare spazio a moti sostitutivi deformati e alle reazioni che ne conseguono. Ma se le cose stanno così, possiamo formulare l’ipotesi che nessuna generazione sia in grado di nascondere alla generazione successiva processi psichici di una certa importanza. La psicoanalisi ci ha infatti insegnato che ogni uomo possiede nella sua attività psichica inconscia un apparato che gli consente di interpretare le reazioni di altri uomini, ossia di far recedere le deformazioni che l’altro ha imposto all’espressione dei propri impulsi emotivi. Su questa stessa strada (…) può essere riuscito a generazioni successive di fare propria l’eredità emotiva delle generazioni precedenti.” [8] [il corsivo nel testo è mio, ndr]
Apprendiamo così che per Freud un pensiero non può mai essere rigettato fino a scomparire del tutto e a far sì che non lasci traccia di sé. Pur se deformato, esso trapela fino a divenire pubblico, cosicché le generazioni successive possono accorgersi delle deformazioni operate da quelle precedenti e ricostruire quanto era stato rimosso. Non è il caso di drammatizzare, come invece fa l’isteria: anche i padri possono venire ‘sgamati’, e il modo più mite per farlo è ricorrere ad un’analisi. Se mi è consentita un’altra espressione gergale, direi che Freud invita ciascuno a ‘darsi una mossa’. Insomma, figli non si nasce, ma si diventa.
IL ‘PROFITTO TEORICO’, O LA PRIMA VOLTA DELLE NUOVE GENERAZIONI
Freud era consapevole di essersi proposto un compito che esulava dai limiti della formazione ricevuta anzitutto dal proprio padre. Inoltre, la riluttanza e l’ostilità con cui le sue prime scoperte furono recepite dall’ambiente medico viennese lo convinsero ben presto della novità e della portata di tali scoperte.
Quando scrisse che “il Super-io è l’erede del complesso edipico”, sentì il bisogno di aggiungere che esso “si insedia solo in seguito alla liquidazione di quest’ultimo”. Ora: il complesso edipico designa il pensiero ben formato del bambino allorché la sua ricerca del soddisfacimento incontra la differenza tra i sessi e quella tra le generazioni. Dunque il Super-io (la coscienza morale) non è tanto l’erede di quel primo pensiero, quanto piuttosto l’usurpatore. [9] Passato e presente non si compongono necessariamente in una sintesi, ma disegnano i confini in cui solo il lavoro di pensiero dell’individuo può venire a capo del conflitto, talvolta con successo, talaltra con discrepanze e insuccessi. Il futuro sarà l’esito di questa ricapitolazione individuale, e dipenderà da quello che sarà stato il lavoro costituente di ognuno.
L’apporto dei genitori e degli educatori può essere certo rilevante, ma non è affatto garantito che si riveli benefico in ogni caso: spesso, anzi, gli adulti mostrano di non essere all’altezza di una legge compiuta dei propri moti, finendo per deludere e confondere il bambino.
Nel caso della nevrosi, questi riesce, benché a fatica, ad individuare altri sportelli grazie ai quali potrà riorientare i propri moti. Freud parla addirittura di un ‘profitto teorico’: l’aggettivo teorico in questo caso è tutto da scoprire. Infatti ha a che fare con il mangiare, correre, disegnare e mille altre azioni che il bambino eredita e ripete in altrettante ‘prime volte’ rispetto alle generazioni che lo hanno preceduto. [10] Solo così egli può riconoscere e consolidare le proprie competenze e abilità, ben oltre ogni modellizzazione o misurazione (Q.I., scale di intelligenza e test non servono o sono addirittura dannosi).
Faust o non Faust, ciascuno farà bene a non lasciarsi arrestare o inibire da alcun ipse dixit, e a procedere a ricapitolare quanto gli è stato insegnato, o che ha letto e ascoltato. Ereditare comporta seguire i propri eccitamenti, come pure seguire chi li ha destati o ri-destati, insieme alla spinta ad emulare i padri e i maestri. Il monito di Goethe rilanciato dal Meeting resta di cruciale importanza.
Il fatto è che Freud a Rimini… non c’era: ce l’ho portato io adesso.
[1] Questa traduzione, adottata dai promotori del Meeting, si discosta leggermente da quella di A. Casalegno (Faust Urfaust, Garzanti 1990, pagg. 52-53): “Quello che hai ereditato dai tuoi padri, guadàgnatelo, per possederlo”, come pure da quella che troviamo nelle Opere di Sigmund Freud (Bollati Boringhieri, vol. VII, pag. 161): “Ciò che hai ereditato dai padri, riconquistalo, se vuoi possederlo davvero.” Infatti il tempo presente (erediti) non traduce letteralmente, ma ha il vantaggio di mostrare come l’ereditare non sia qualcosa di concluso una volta per sempre, ma continui a rinnovarsi nel presente. Per quanto riguarda “erwirb es”, l’aggiunta del prefisso (ri-guadagnalo, ri-conquistalo) forse non convince pienamente, poiché il verbo tedesco non indica una ripetizione in senso stretto; tuttavia è corretta se quel ri- significa “ogni volta, tutte le volte”. (Ringrazio Maria Guidarelli e Peter Aufkleiter per i loro suggerimenti a questo riguardo).
[2] Il Meeting 2017 ha offerto più di un’occasione di riflessione intorno all’eredità: ad esempio, la sorprendente mostra curata da Giuseppe Frangi Il passaggio di Enea, che presenta l’artista contemporaneo come un nuovo Enea; l’originalissima e suggestiva rappresentazione teatrale Padre e figlio, opera del drammaturgo Fabrizio Sinisi; l’avvincente lezione del prof. J.H.H. Weiler, Rubando l’eredità dei padri. Giacobbe ed Esaù. Su questi importanti contributi mi propongo di ritornare più avanti.
[3] Cfr. S. Freud, Discorso nella casa natale di Goethe a Francoforte, OSF, vol. XI, pag. 7.
[4] T. Anz, Eine gerade Linie von Goethe zu Freud. Zum Streit um die Verleihung des Frankfurter Goethe-Preises im Jahre 1930, http://literaturkritik.de/id/9478
Costa Azzurra, 1915: la giovane Andrée fa il suo ingresso in casa Renoir, divenendo l’ultima modella del grande pittore impressionista, vecchio e malato, e in seguito la moglie del suo secondogenito, il futuro regista Jean Renoir. Appena quindicenne, ella si trova così al centro di un rapporto padre-figlio che si mostrerà solido nonostante lo scontro generazionale, il momento drammatico (lo scoppio della 1^ guerra mondiale) e il trasporto di entrambi per la medesima donna. Una storia preziosa quanto rara. Non solo: in casa Renoir avviene il passaggio dalla grande pittura di fine ‘800 alla cinematografia che nasceva in quegli anni. Gli interpreti sono bravissimi, e la fotografia sa evocare toni e luci degli ultimi capolavori del grande maestro dell’impressionismo. La pellicola, presentata a Cannes nel 2012, inspiegabilmente non è distribuita in Italia. Ma è uno dei film più belli che io abbia mai visto. Da non perdere.
INFO MIC, Viale Fulvio Testi 121 (MM5 Bicocca) Milano, 20 aprile 2017, ore 20.30. Raccomando di arrivare alle 20.15. I posti sono limitati. La prenotazione è obbligatoria. Se è interessata/o, invii al più presto l’adesione all’indirizzo alcinemaconfreud@glaucomariagenga.it. Riceverà conferma via email. È gradito un contributo alle spese a partire da 5 euro.
“Schiacciato dal padre che lo vuole musicista di successo, il giovane David Helfgott intraprende lo studio del pianoforte con un’ossessione che lo porterà al collasso nervoso e all’internamento psichiatrico” (Mereghetti). Troverà una via di uscita, nonché una “sistemazione” della propria patologia, nel matrimonio con l’astrologa Gillian Murray.
Un biopic di successo, cui hanno collaborato il pianista Helfgott e sua moglie.
Geoffrey Rush vinse l’Oscar come migliore attore protagonista. L’interpretazione di Noah Taylor (David adolescente), non è di minor valore.
La storia di Helfgott e del suo rapporto con il padre può essere accostata a quella di Daniel Paul Schreber, il Presidente della Corte d’Appello di Dresda vissuto a cavallo di ‘800 e ‘900, cui Freud dedicò un saggio decisivo e insuperato circa l’interpretazione della paranoia.
Sarà con noi Barbara Sorrentini, giornalista di Radio Popolare e Direttrice artistica del Festival dei beni confiscati alle mafie.
INFO MIC, Viale Fulvio Testi 121 (MM5 Bicocca) Milano, 23 marzo 2017. La proiezione avrà inizio alle 20.30. Raccomando di arrivare alle 20.15. I posti sono limitati. La prenotazione è obbligatoria. Se è interessata/o, invii al più presto l’adesione all’indirizzo alcinemaconfreud@glaucomariagenga.it. Riceverà conferma via email. È gradito un contributo alle spese a partire da 5 euro.
Ci sono film e libri che con il passare del tempo non invecchiano, a differenza di altri che a distanza di decenni, o solo di anni, non suscitano affatto l’interesse o l’entusiasmo della prima volta. Come mai? Per ora lascio aperto l’interrogativo: ognuno può provare a rispondere in proprio.
La gatta sul tetto che scotta (1958)[1] è appunto un film ‘sempreverde’, ad alta tensione morale e confezionato in modo elegante e lieve. Recitato in maniera perfetta da tutti gli interpreti, tra cui spiccano Elizabeth Taylor e Paul Newman,[2] ottenne un grande successo e sei nomination all’Oscar, pur non vincendone neppure uno. Il film ha quasi sessant’anni, ma non li dimostra.
‘La gatta sul tetto che scotta’: un cenno alla trama
Mississippi, anni Cinquanta: «Un autoritario barone terriero malato di cancro festeggia il 65° compleanno insoddisfatto dei due figli, uno dei quali è un avido bruto e l’altro un ex-atleta nevrotico che rifiuta di dormire con la bella moglie» (Morandini). Il regista e sceneggiatore Richard Brooks, figlio di immigrati russi di origine ebraica, adattò per il cinema l’omonima pièce teatrale di Tennessee Williams,[3] che in quegli anni era in cartellone al Morosco Theatre di New York. Brooks ne fece un ottimo dramma familiare, imperniato sullo «scontro generazionale e catarsi collettiva» (Mereghetti). Memorabili le scene in cui la giovane moglie cerca di sedurre il marito renitente.[4] In un certo senso la protagonista dell’intera storia è proprio lei, Maggie “la gatta”, sul cui soprannome tornerò tra poco. Bellissima lei, bellissimo lui, eppure le cose tra loro non funzionano, it doesn’t work out. La coppia sembra destinata a non avere alcun futuro, né figli.[5] Il marito (Brick) non fa che attaccarsi alla bottiglia, logorato dal senso di colpa per la perdita dell’amico Skipper, suicidatosi anni prima in circostanze mai chiarite. Maggie è arrabbiatissima (sia pure in modi assai civili, se paragonati agli stili narrativi ben più aggressivi di oggi): la giovane proviene da una famiglia povera, e non intende affatto mandare a rotoli matrimonio e posizione sociale, persuasa che il marito possa ancora riprendersi e guidare la ricchissima azienda paterna. Il fratello e la cognata di Brick non fanno che aspettare la morte del padre (Bid Daddy) mentre mentono a tutto spiano sulle proprie intenzioni e incolpano Maggie di non aver dato alla luce neanche un figlio. Attraverso i fantasmi del passato, lo scontro tra Brick e suo padre troverà infine una soluzione proprio grazie all’intraprendenza di Maggie, a vantaggio di molti, se non di tutti.
A onor del vero, il film non fa capire chiaramente la vera ragione del sospeso tra padre e figlio, perché Brooks dovette stemperare ogni riferimento all’omosessualità del personaggio del giovane, in obbedienza al codice di autoregolamentazione in vigore in quegli anni nel cinema statunitense.[6] Il passato di Brick viene rappresentato in modo tale da non svelare granché. Afferriamo però il nocciolo del conflitto: il figlio sente di avere deluso le aspettative del padre, che avrebbe voluto farne una star del football.
Va detto che il film fu realizzato superando difficoltà diverse e crescenti: all’inizio Newman, allora molto meno celebre della Taylor, si lamentò ripetutamente con il regista per la recitazione della diva, a suo giudizio troppo passiva e scostante durante le prove. Ma il 22 marzo 1958 il marito della Taylor, allora ventiseienne e già al terzo matrimonio, morì improvvisamente precipitando con il suo aereo privato (il Lucky Liz), sul quale avrebbe dovuto trovarsi anche la moglie. L’attrice, rimasta vedova con tre figli piccoli tra cui la terzogenita di appena sette mesi, dapprima rifiutò di proseguire le riprese del film, trattando il regista a male parole, ma poi tornò sui suoi passi spontaneamente. Brooks dichiarò: «Non è mai mancata un giorno e non è mai arrivata in ritardo»: la sua forza d’animo sorprese tutti e contribuì a creare un ottimo clima sul set.[7]
Che c’entra la ‘gatta’?
Il titolo suona un po’ frivolo e non rende giustizia alla vicenda, che invece non lo è affatto. Nella sceneggiatura di Brooks, Maggie si adopera in tutti i modi per riconquistare lo scontroso marito e allo stesso tempo non nasconde il suo trasporto per il suocero, ancor prima che a costui venga diagnosticato un cancro incurabile. Il ‘tetto che scotta’ allude al clima di menzogna imputabile a tutti i componenti della famiglia: dunque la sua non è affatto una condotta isterica o irragionevole. Persino nel finale, allorché dichiara di essere incinta mentre non lo è ancora, si mostra intelligente e coraggiosa. Mente anch’essa? Niente affatto. Piuttosto getta le basi per ricostruire l’intesa con Brick. Maggie bluffa, non bara: tanto di cappello! Nei decenni successivi il cinema, nel rappresentare il rapporto tra i sessi, ci ha quasi assuefatti ad ogni specie di impasse, come se il fallimento sia l’unico destino cui può andare incontro la vita sessuale.
Anche il rapporto tra Maggie e Big Daddy è degno di nota; a me ha ricordato la stima e l’affetto che legavano Sigmund Freud alla moglie di suo figlio Ernst, Lucie Brasch. Freud «presto sviluppò una cordiale simpatia per la nuova nuora, la quale lo contraccambiava al punto da confessare al marito: “Sono contenta di non averlo conosciuto prima di te. Mi sarei sempre tormentata a chiedermi se è a causa sua che io amo te”.»[8] Qualcosa del genere è di buon auspicio per ogni matrimonio: Freud mette in guardia gli uomini dallo sposare donne in grave conflitto con il proprio padre.
Viene da pensare che Tennessee Williams abbia creato il personaggio di Maggie via identificazione: la “gatta” è lui stesso, e la protesta della giovane donna rappresenta in un certo senso la reazione del drammaturgo al mito americano del macho. Williams è arrivato fino a qui.
La soluzione vantaggiosa…
… è economica ed è incentrata sul profitto.[9] Ma occorre qualcuno che lo sappia produrre: non bastano gli acri di terra o le ingenti somme di denaro accumulate dal patriarca. La lamentela del fratello di Brick («ho fatto tutto quello che papà ha voluto… non è giusto!») ricorda la parabola evangelica dei talenti: chi non ci mette niente di suo non è davvero affidabile, né è un erede. I due figli incarnano due generi di obbedienza opposti.
Mi servo ancora del vangelo: «Un uomo aveva due figli; rivoltosi al primo disse: Figlio, va’ oggi a lavorare nella vigna. Ed egli rispose: Sì, signore; ma non andò. Rivoltosi al secondo, gli disse lo stesso. Ed egli rispose: Non ne ho voglia; ma poi, pentitosi, ci andò.Chi dei due ha compiuto la volontà del padre?”. Dicono: “L’ultimo”.» (Matteo, 21; 28-32)
La statura di Big Daddy emerge verso la fine del film, nell’incontro-scontro con Brick nella grande cantina zeppa di oggetti obsoleti, che sembrano ricordargli l’ineluttabilità della morte. Nella confessione circa il rapporto con il proprio padre (“amavo quel vagabondo”), Big Daddy si sorprende capace di essere ancora figlio. Da quel momento, egli torna ad essere interessante per Brick. La scena, che fu introdotta da Brooks (nel dramma di Williams non ve n’è traccia), è il momento più toccante del film, tutto intessuto intorno ad un doppio intreccio: quello del rapporto uomo-donna vòlto al profitto, e quello in cui padre e figlio si fronteggiano nella ricerca appassionata di una soluzione che valga per entrambi.
Nel prossimo film (Shine, 1996, regia di Scott Hicks) vedremo come la psicopatologia, nella fattispecie la psicosi, abbia invece una forte connotazione antieconomica, cosicché il titolo (Shine, splendore, fama) suona come uno sberleffo.
[1] Cat on a Hot Tin Roof, USA 1958, col., 108’. Regia di Richard Brooks. Con: Elizabeth Taylor, Paul Newman, Burl Ives, Judith Anderson. Ho proposto questo film il 23 febbraio scorso al Museo Interattivo del Cinema (MIC) all’interno del Cine-seminario con la psicoanalisi Onora il figlio. L’undicesimo comandamento. Alla proiezione è seguito un breve commento a più voci, cui ha partecipato il prof. Marco Cucco, docente di economia del cinema all’Università della Svizzera Italiana e professore a contratto presso l’Università Cattolica di Milano.
Questo articolo è in uscita in questi giorni sul sito www.societaamicidelpensiero.it, mentre una prima stesura è apparsa il 14 marzo scorso nella rubrica Father&Son del sito www.culturacattolica.it.
[3] Tennessee Williams (1911-1983) fu un autore molto prolifico; tra i suoi drammi di maggiore successo: Lo zoo di vetro (1944), Un tram che si chiama desiderio (1947), La gatta sul tetto che scotta (1955) e Improvvisamente l’estate scorsa (1958). In molte sue opere è presente un richiamo, ironico e/o provocatorio, all’omosessualità. L’adattamento cinematografico di Cat on a Hot Tin Roof non lo convinse affatto.
[4] La candida e raffinata sottoveste indossata dalla Taylor per buona parte del film contribuì – non senza ragione -al lancio di questo capo di lingerie che si andava affermando in quegli anni. Lo stesso accadde per la virile canottiera indossata da Brando in Un tram che si chiama desiderio (1951) e, ancor prima, per l’impermeabile di Bogart in Casablanca (1942). Il nesso tra cinema, costume e industria non è da dimostrare: è meglio non esercitare troppi distinguo tra cinema commerciale e autoriale ogni volta che un messaggio o un’idea raggiungono e influenzano milioni di persone.
[5] Una nota per i lettori più curiosi o più accorti. Che cosa pensare del rimprovero della madre di Brick alla nuora? «Insomma, qui c’è qualcosa che non va! Tu non hai figli, mio figlio beve! Quando un matrimonio affonda, cara mia, lo scoglio è il letto!» (When a marriage goes on the rocks… the rocks are there, right there!). C’è qualcosa di irrisolto in questa denuncia: per come essa è formulata, non è chiaro se i sessi soffrano per un’impasse che ha la propria origine altrove, o se invece ne siano la causa. Cambia tutto: il primo caso ricorda il rifiuto della posizione femminile, o ricevente, che Freud indica come ultimo ostacolo alla guarigione (la “roccia basilare”, in Analisi terminabile e interminabile (1937); nel secondo caso avremmo il solito stereotipo, ‘la sessualità’.
[6] «Il Production Code, o codice Hays, è una forma di autocensura che l’industria cinematografica statunitense adottò fin dagli anni ’30, a seguito di una serie di scandali legati alla vita privata di attori e registi dell’epoca. In forza di esso, tutti i film, per arrivare nelle sale, dovevano rispettare una serie di regole circa le scene di nudo o di rapina, la religione, la bandiera nazionale, etc. Il codice rimase in vigore sino al 1967, anche se col passare degli anni le sue maglie divennero più morbide. Dal 1967 venne sostituito da un rating system: alcuni film furono vietati ai minori di 14 o di 18 anni. In tal modo non si censurava più il contenuto, ma si regolamentava chi poteva avere accesso ad una determinata tipologia di contenuti.» (M. Cucco, dai miei appunti).
[7] Cfr.: S. Levy, Paul Newman. Una vita. Trad. di F. Pedroni, Baldini Castoldi Dalai, 2010, pag. 133.
[8] S. Freud, Intanto riminiamo uniti. Lettere ai figli, Archinto 2013, pag. 145. Inoltre, poco dopo la scomparsa della figlia Sophie (1920), Freud si rivolse alla futura nuora con queste parole: «Mia cara figlia, (…) come tu hai perso un padre amato, così io ho perso da poco una figlia e da allora sono così ferito, che non oso credere nella buona sorte. Ma pare che la buona sorte sia ancora possibile, e che essa sia tu.» (pag. 161). Per un approfondimento circa il rapporto tra Freud e i suoi figli, rinvio a: G.M. Genga e M.G. Pediconi, Ubi bene ibi patres. Freud e i suoi figli, Gli Argonauti n. 150, Carocci, settembre 2016.
L’occasione: un cine-seminario con la psicoanalisi
In questi mesi il Museo Interattivo del Cinema (MIC) ospita il Cine-seminario con la psicoanalisi Onora il figlio. L’undicesimo comandamento.[1] Il Leitmotiv è il medesimo di questa rubrica, ovvero il rapporto tra padri e figli. Il ciclo ha preso il via il 26 gennaio con Mio figlio Professore (1946).[2] La proiezione è stata preceduta da una breve introduzione di Luisa Comencini[3] e da una presentazione di Paolo Mereghetti.[4]
Uno sguardo alla trama di “mio figlio professore” (1946)
Orazio Belli (Aldo Fabrizi) è il bidello del liceo classico Visconti, il più antico e prestigioso di Roma. Rimasto vedovo con il figlio ancora in fasce, gli dedica tutta la propria vita, spingendolo a farsi una posizione: «per fargli avere la cattedra di latino nel suo liceo, è disposto a far carte false, ma l’intransigenza del figlio non gli permetterà di godere di questo piccolo trionfo.» (Mereghetti, 2014) Ripercorrendo vent’anni di storia italiana a partire dall’ascesa al potere del fascismo, il film racconta un certo tipo di ambizione paterna, votata all’insuccesso perché appesantita dall’ingenua ricerca del riscatto sociale.
Il narcisismo dei genitori: il vero tallone di Achille
La pagina che Freud scrisse a questo riguardo nel 1914 ci permette di comprendere le ragioni di tale insuccesso: «Se consideriamo l’atteggiamento dei genitori particolarmente teneri verso i loro figli, dobbiamo riconoscere che tale atteggiamento è la reviviscenza e la riproduzione del proprio narcisismo al quale i genitori stessi hanno da tempo rinunciato. (…) Si instaura in tal modo una coazione ad attribuire al bambino ogni sorta di perfezioni di cui non esiste indizio alcuno se lo si osserva attentamente, nonché a dimenticare e coprire ogni sua manchevolezza. (…) La sorte del bambino dev’essere migliore di quella dei suoi genitori (…) egli deve davvero ridiventare il centro e il nocciolo del creato, quel “His Majesty the Baby”, che i genitori si sentivano un tempo. Il bambino deve appagare i sogni e i desideri irrealizzati dei suoi genitori: (…) si ottiene sicurezza rifugiandosi nel bambino. L’amore parentale, così commovente e in fondo così infantile, non è altro che il narcisismo dei genitori tornato a nuova vita».[5] Cose vetuste e ormai sorpassate? Domanda retorica.
Quando il padre è “faber sfortunae suae”
A mio avviso, questo film mostra molto bene il narcisismo del padre-bidello: “non ci sono né facili piagnistei né inutili sentimentalismi” (Mereghetti, 2016): Castellani non ha affatto ceduto al gusto del patetico nel giudicare la condotta del protagonista.[6]
Un solo esempio: allorché Orazio si scopre incapace di trovare una soluzione all’inaspettato conflitto con il figlio e decide di uscire di scena, si lascia andare ad una specie di auto-rimprovero: «Non ti scorda’ che tu sei bidello e lui professore…Così è fatto il mondo. E’ fatto male ma è così!» Ebbene, ha torto, anche se la sua figura impacciata, soccorrevole e paternalistica, aveva potuto destare fino a quel momento una certa compassione. Ma egli resta faber sfortunae suae (per dirla in latino maccheronico). I suoi modi dimessi lo spingono a… dimettersi: sentiva di avere osato troppo. Si pensi alla canzone Papaveri e papere di qualche anno dopo.[7]
Per il bidello Orazio l’ascesa sociale è un Oggetto idealizzato, un miraggio. Né può essere diversamente: la sua “ambizione” resta tutta interna alla cornice della Cultura classica, quella con la ‘C’ maiuscola.
Non a caso il film è ambientato, nonché girato, nel più prestigioso liceo classico romano, quell’Ennio Quirino Visconti che per decenni ha formato la crème intellettuale e politica italiana.[8] Una scuola di eccellenza, come si direbbe oggi. In questa cornice tanto austera, Castellani sceglie di ritrarre la figura più “bassa”, il bidello: un mestiere in certo senso servile ed esposto al dileggio, forse perché, a differenza del contadino o dell’operaio, non è un lavoro produttivo.
Vero che per i bambini delle elementari di ogni ceto, la figura del bidello non era affatto minore rispetto a quella del maestro o della maestra: prima della riforma del 1962, o fino al ’68, il bidello era una specie di zio, uno sportello preziosissimo, che provvedeva ai mille imprevisti e bisogni dei piccoli scolari. Ma qui non vi è alcuna traccia di tutto questo: Orazio senior è una figura claustrofobica, come scrive Pier Maria Bocchi: è dedito solo al figlio![9] E allo stesso tempo è un personaggio in certo senso all’avanguardia, perché ricorda da vicino il “mammo” dei nostri giorni.
Certo, si ride alla gag in cui Orazio farfuglia semi-parole incomprensibili quando vuole citare titoli e argomenti dei dotti articoli pubblicati dal figlio divenuto professore. Eppure egli non mostra alcuna curiosità per quella cultura: nessuna lettura, nessun movimento. Proprio come accade al protagonista di Umberto D. di De Sica[10] che, mentre vende per un tozzo di pane i suoi libri ad una bancarella, confessa di non averli mai aperti! Inescusabile.
‘Commedia dolceamara’, è stato scritto. Ma attenzione all’aggettivo composto: l’ossimoro nasconde spesso la perversione. Può qualcosa essere allo stesso tempo dolce e amaro?
Nel finale “di intensità quasi insopportabile” (Mereghetti 2016), il figlio non immagina neppure che il padre si sia autoesiliato. Ne è testimone invece la giovane Pinuccia, che dà l’addio al vecchio bidello con un bacio affettuoso. Spetterà a lei dare la notizia a Orazio jr. con cui sta per fidanzarsi. La nuova coppia avrà maggior fortuna? Melodramma o illusione? O un karma in versione occidentale? Resta che padre e figlio, in questa storia, non hanno in comune alcuna ‘azienda’, né alcun mezzo di produzione.
Nel prossimo film, La gatta sul tetto che scotta (Brooks, 1958), tutta la vicenda è imperniata sulla capacità del figlio di raccogliere in modo personale l’eredità paterna. Una capacità che deve anzitutto, come vedremo, alla moglie, una donna eccezionale. Appuntamento al MIC il 23 febbraio prossimo.
[1] L’espressione “onora il figlio”, coniata da G.B. Contri, ricapitola il decalogo più noto della storia dell’umanità. Chi non onora un figlio (figlia compresa) lo ammala, mostrando così di essere egli stesso malato. Quattro film molto diversi tra loro e imperniati su un unico tema: il passaggio generazionale. Sarà privilegiato l’apporto di Freud, l’unico pensatore moderno che abbia indagato a 360 gradi il tema del padre, partendo dal rendere nuovamente pensabile che cosa significhi essere figlio e figlia. Contri ha raccolto e perfezionato tale ricerca: esiste passaggio tra padre e figlio laddove il rapporto volge al profitto. È questo il test dell’amore (link alla pagina del sito MIC Onora il figlio. L’undicesimo comandamento.)
[2] Mio figlio Professore: Italia 1946, b/n, 100’, R. Castellani. Con: Aldo Fabrizi, Giorgio De Lullo, Mario Pisu, Pinuccia Nava, Mario Soldati, Ennio Flaiano. Per un approfondimento sull’intera opera del regista, rinvio al recente Il cinema di Renato Castellani, a cura di L. Malavasi et Al., Carocci, 2015. Non so se il regista o qualcuno degli sceneggiatori abbiano avuto contatti con lo scrittore Ugo Ojetti (1871-1946): questi aveva pubblicato nel 1922 un romanzo dal titolo Mio figlio ferroviere, alla cui trama il film di Castellani sembra fare da contrappunto.
[3] Luisa Comencini, Segretario Generale della Cineteca Italiana, che quest’anno festeggia i 70 anni di attività con un nugolo di interessanti iniziative (http://cineteca70.cinetecamilano.it/), ha ricordato il ribaltamento operato dal punto di vista che mette l’accento sull’onorare il figlio: “è come se, da un ipotetico undicesimo comandamento, si chiedesse al cinema di dirci qualcosa sulle modalità in cui il padre – non più il figlio – debba rendere onore all’altro.” (dai miei appunti).
[4] Paolo Mereghetti, noto giornalista e critico del Corriere della Sera, autore dell’autorevole Dizionario dei Film che porta il suo nome (Baldini&Castoldi, 11^ ed., 2016) ha sottolineato come le qualità di questo film non siano state apprezzate a lungo, come invece avrebbero meritato, a causa del dibattito ideologico che divideva la critica in opposti schieramenti sociali e politici. Solo quando tale dibattito ha assunto toni più sfumati, anche questo genere di “cinema non monocorde” ha potuto trovare degli estimatori (dai miei appunti).
[5] S. Freud, Introduzione al narcisismo, 1914, OSF. Vol. VII, pagg. 460-461.
[6] Una interessante espressione di Luigi Comencini: «Il pubblico vuole il patetico? Castellani gli dà il patetico, ma non ci crede, non ci crede assolutamente.» (F. Pitassio, Uomini e animali. Renato Castellani nonrealista, in: Malavasi, op.cit., pag. 26).
[7] G.B. Contri, commentando una battuta di Altan apparsa su Repubblica (“Forse è ora che l’umanità si dimetta”), scrisse: «Forse è ora di pensare che l’umanità possa cessare di dimettersi. Freud ha cercato questo pensiero. La migliore rappresentazione che conosco del peccato dell’umanità è la dimissione, o abdicazione, di Re Lear. Tutta la psicopatologia è dimissione, autogestione dell’esautorazione, prima subita poi inferta.» (G.B. Contri, L’inno del terrorismo: “papaveri e papere”, Bed&Board, 9/09/2004). Ricordo che Papaveri e papere si classificò al secondo posto al festival di Sanremo 1952. Nella sua malcelata melanconia fu un successo straordinario: https://www.youtube.com/watch?v=1a1GYZZt8Vw
[8] Il Visconti, fondato nel 1871 nella sede del prestigioso Collegio Romano istituito da Ignazio di Loyola per la formazione dei Gesuiti, annovera tra i suoi allievi molti nomi illustri, tra cui Pio XII, Giulio Andreotti, Giorgio Amendola, Franco Modigliani, Guido Carli e Roberto Longhi.
[9] “Il nemico di Orazio è Orazio stesso” (P.M. Bocchi, Mio figlio professore: prima di Umberto D., in: Malavasi, op.cit. pag. 144).