Autore: Matti

  • “And the winner is…” Il totem degli Oscar e Dustin Hoffman (1980)

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    Che cosa fa uno psicoanalista quando non siede dietro il divano? Va al cinema, o legge un libro, o fa altre cose che gli piacciono quanto ascoltare i suoi pazienti. Nel mio caso, amo vedere buoni film.
    Di recente, consultando il web in cerca di notizie su qualche film, mi sono imbattuto negli archivi dei “Premi Oscar”, rimanendo catturato dall’evento mediatico che fa gola ai cinefili di quasi tutto il mondo. Lì accade un po’ di tutto: un tripudio che sembra accomunare tutti i protagonisti del mondo hollywoodiano, dai più vecchi ai più giovani. Molti gli ingredienti di quella “magica” atmosfera: abiti elegantissimi o a dir poco stravaganti, acconciature costosissime e look che si impongono per la ricercatezza e i dettagli, ma anche performance inaspettate (il settantatreenne Jack Palance improvvisò sul palco una serie di flessioni su un solo braccio!) o irrefrenabili commozioni in cui non si riesce a distinguere quel che c’è di vero e quel che è frutto del mestiere.
    Americanate… Non solo o non sempre. Dustin Hoffman, per esempio, fa eccezione.
    Per cominciare, il lettore può dare un’occhiata a questo breve e divertente videoclip:(1)


    Che cosa combina Dustin Hoffman subito dopo aver ricevuto l’Oscar dalla splendida Jane Fonda?
    Accenna a sorridere, tace a lungo, poi prende in mano la preziosa statuetta la rimira… e l’appoggia nuovamente sul tavolino di cristallo.(2)
    Le prime parole sono una formidabile battuta di spirito, con cui sembra dirci che non abbiamo ancora ben capito quel che rappresenta veramente la mitica statuetta: «Non ha i genitali e tiene in mano una spada!». Còlti di sorpresa, tutti ridono. Un attimo di suspense, poi riprende e sorprende ancora: «Vorrei ringraziare i miei genitori perché non hanno praticato il controllo delle nascite.» Altra risata generale.
    Il breve discorso di poco dopo è invece molto serio: «Sono qui con sentimenti contrastanti. Sono stato critico nei confronti dell’Academy, e con ragione. Sono profondamente grato per l’opportunità di poter lavorare e molto onorato per essere stato scelto dal produttore Stanley Jaffe e dal regista Bob Benton, e per avere lavorato come in famiglia con loro…».
    La lezione non è finita: «Ci prendono in giro quando siamo qui, talvolta per ringraziare altri. Ma quando si lavora ad un film, si scopre che ci sono persone che danno il meglio di sé – la loro parte artistica – ben oltre lo stipendio; eppure non compaiono mai su questo palco. Molti di loro non sono Membri dell’Academy né abbiamo mai sentito parlare di loro. Ma questo Oscar è un simbolo, credo, ed è dato dall’apprezzamento di quanti ci votano senza che noi li vediamo. Anche costoro fanno parte della nostra vita.»
    Hoffman non smorza i toni, anzi: «Mi rifiuto di credere che ho battuto Jack Lemmon, che ho battuto Al Pacino, che ho battuto Peter Sellers. Mi rifiuto di credere che Robert Duvall abbia perso. Noi tutti siamo parte di una famiglia di artisti. Ci sono sessantamila attori in questa Academy – pardon – nella Screen Actors Guild,(3) e probabilmente un centinaio di migliaia in Equity.(4) E la maggior parte degli attori non lavorano, mentre pochi di noi sono così fortunati da avere la possibilità di lavorare ad un copione e con una regia. Perché quando sei un attore squattrinato non puoi scrivere, non puoi dipingere, ma devi solo fare esercizio con gli accenti mentre guidi un taxi. (…) A voi dico che nessuno di voi ha mai perso, e io sono orgoglioso di condividere questo premio con voi. E vi ringrazio.»

    Come a dire:
    1) premiandomi, mi dite che sono il migliore. Ma attenti: nessuno di noi può arrivare a questi risultati se non grazie all’apporto di tutta la troupe. E nessuno può vantarsi per avere battuto un collega, perché siamo tutti accomunati dalla medesima passione per la recitazione.
    2) so di essere un bravo attore, e lo so indipendentemente da questa buffa statuetta, che oltretutto rappresenta un tizio poco raccomandabile che, se mi fidassi di lui, finirebbe con il… tagliarmelo!»
    3) sono grato ai miei genitori, che mi hanno messo al mondo infischiandosene del controllo delle nascite!
    Un’ottima lezione su come distinguere il successo dal narcisismo, ancor più potente se si pensa che viene da qualcuno che ha imparato ad amministrare un’infinità di pensieri, affetti, posture e mimiche per interpretare alla perfezione ruoli e tipi umani così diversi tra loro: il “Sozzo” di Midnight Cowboy, il laureato sedotto dal fascino della donna matura, il maratoneta di Central Park, il giustiziere improvvisato de Il cane di paglia, il giornalista d’assalto di Tutti gli uomini del presidente, e ancora Tootsie, Capitan Uncino, l’autistico Rain Man o il commesso viaggiatore in preda alla demenza, e molti altri ancora!(5)
    E nessuna illusione circa l’essersi “fatto da sé”. Complimenti, caro Dustin.

    Avevo venticinque anni quando, dopo aver letto, tutto d’un fiato, Opinioni di un clown di Heinrich Böll,(6) accarezzavo l’idea di scrivere all’agente di Hoffman per proporgli di farne un film: nessuno come lui avrebbe saputo portare sullo schermo ciò che paralizza il protagonista dalla prima all’ultima pagina: l’ingenuità. La psicoanalisi insegna a riconoscerla come la buccia di banana che fa scivolare chiunque nella psicopatologia. Mi spiace non avere dato seguito a quell’idea. Ne dò notizia oggi che compio sessant’anni. Chissà che qualcuno non voglia raccoglierla.(7)

    Milano, 7 novembre 2015

     

    NOTE:
    1. Il video originale ha una durata di 8 minuti, di cui i primi 3 sono dedicati alle nominations. Qui è riprodotto dal momento in cui Jane Fonda lo proclama vincitore nella categoria “miglior attore protagonista” per il film Kramer contro Kramer (regia di Robert Benton), distribuito l’anno precedente e vincitore di ben cinque Oscar. Riporto per intero il discorso di Hoffman in lingua originale:
    «Thank you. [Inspects the Oscar.] He has no genitalia and he’s holding a sword. I’d like to thank my parents for not practicing birth control.
    I’m up here with mixed feelings. I’ve been critical of the Academy, and for reason. I am deeply grateful for the opportunity to be able to work. I am greatly honored for being chosen by the producer, Stanley Jaffe, and the director, Bob Benton, and to have worked in a family with them, and with Meryl and with Justin, who if he loses again we’ll have to give him a lifetime achievement award. And to Jane Alexander and to Jerry Greenberg and to Néstor and to the crew on the film who was part of that family. And to the crew and to the directors like Bob Fosse and Mike Nichols and John Schlesinger that I’ve worked with before. We are laughed at when we are up here, sometimes, for thanking. But when you work on a film you discover that there are people who are giving that artistic part of themself that goes beyond a paycheck, and they are never up here. And many of them are not members of the Academy, and we never hear of them. But this Oscar is a symbol, I think, and it is given for appreciation from those people whom we never see. They are part of our life.
    I refuse to believe that I beat Jack Lemmon, that I beat Al Pacino, that I beat Peter Sellers. I refuse to believe that Robert Duvall lost. We are a part of an artistic family. There are sixty thousand actors in this Academy – pardon me – in the Screen Actors Guild, and probably a hundred thousand in Equity. And most actors don’t work, and a few of us are so lucky to have a chance to work with writing and to work with directing. Because when you’re a broke actor you can’t write; you can’t paint; you have to practice accents while you’re driving a taxi cab. And to that artistic family that strives for excellence, none of you have ever lost and I am proud to share this with you. And I thank you.»
    (Fonte: Academy Awards Acceptance Speech database, http://aaspeechesdb.oscars.org/link/052-1/)
    2. Il valore commerciale della piccola scultura, alta 35 centimetri e placcata in oro 24 carati, si aggira intorno ai 300 dollari. Sembra che sia stata chiamata “Oscar” da una certa Margaret Herrik, Segretaria dell’Academy of Motion Picture Art and Sciences, la quale nel vedere la statuetta avrebbe esclamato: «Somiglia a mio zio Oscar!». E’ solo una delle tante leggende legate all’Academy Awards e al cinema hollywoodiano.
    3. Screen Actors Guild è un sindacato statunitense che rappresenta più di 150.000 attori di cinema e televisione.
    4. Equity è una organizzazione molto influente che si occupa di finanziamenti, agenzie, diritti di proprietà intellettuale, assicurazioni ed altro ancora a favore degli artisti che lavorano nel cinema e in TV.
    5. Dustin Hoffman, nato a Los Angeles nel 1937, ha interpretato almeno 50 film in 40 anni di carriera, vincendo due Premi Oscar (il secondo gli fu conferito per Rain Man nel 1989), numerosi Golden Globe, BAFTA e David di Donatello, nonché il Leone d’Oro alla carriera nel 1996. E’ anche doppiatore, regista e produttore per il cinema e la TV. Per noi italiani, fino alla metà degli anni ’90 la sua voce è stata quella, indimenticabile, di Ferruccio Amendola, poi deceduto.
    6. H. Böll, Opinioni di un clown, traduzione di Amina Pandolfi, Oscar Mondadori, 2001 (1963). Ringrazio Alberto Brasioli che mi fece conoscere questo affascinante e sferzante romanzo.
    7. In realtà, si tratterebbe di raccoglierla di nuovo: all’epoca non sapevo che nel 1976 un regista ceco, Vojtěch Jasný, aveva già realizzato il film Opinioni di un clown, che tuttavia rimase pressoché sconosciuto.

  • Freud ad Atene e quel disturbo della memoria sull’Acropoli

     

    «Dunque, quello che ci guastò la gioia del viaggio ad Atene fu un sentimento di “pietà filiale”.» (1)

    Così Freud conclude una breve pagina autobiografica, Un disturbo della memoria sull’Acropoli: un bellissimo documento del suo modo di lavorare a partire da quel che osserva, anzitutto nella propria vita quotidiana. Essa è sempre e per ciascuno vita psichica (non esistono “fatterelli”). Qui è in primo piano il tema del rapporto con il padre: «È come se l’essenziale del successo consistesse nel fare più strada del padre, e che fosse tuttora proibito voler superare il padre (…)». E’ una questione che riguarda tutti, non soltanto chi si occupa professionalmente di psicoanalisi.

    Il fatto (1904)
    Freud era solito concedersi una lunga pausa estiva dal suo lavoro compiendo molti viaggi, spessissimo in Italia: non è esagerato dire che visitò il nostro Paese in lungo e in largo. Nel 1904 decise di trascorrere una settimana a Corfù in compagnia del fratello minore Alexander. Ma a Trieste, poco prima di imbarcarsi, un amico consigliò loro di evitare quell’isola, troppo calda in quei giorni, e di dirigersi invece ad Atene. Dapprima entrambi rimasero contrariati e incerti se prendere davvero il piroscafo per Atene. Ma dopo alcune ore si recarono tutti e due a cambiare i biglietti.
    Così il 30 agosto s’imbarcarono per Brindisi e il 3 settembre raggiunsero Atene. Il suo biografo, E. Jones, racconta: «La mattina dopo trascorsero due ore sull’Acropoli: per la circostanza Freud aveva indossato la sua camicia più bella. Nello scrivere a casa raccontò che quella visita aveva superato qualunque altra esperienza che avesse mai fatto o immaginato prima (…). Più di vent’anni dopo ripeté che le colonne color ambra dell’Acropoli erano la cosa più bella che avesse mai visto in vita sua.» (2)
    Questa visita fuori programma nel luogo più rappresentativo della civiltà greca classica, che egli ben conosceva e ammirava fin dagli anni liceali, produsse in lui un momentaneo disturbo della memoria (Erinnerungstörung): una curiosa esperienza sintomatica, di quelle che egli stesso aveva imparato ad apprezzare e a descrivere pochi anni prima in Psicopatologia della vita quotidiana (1901). Egli «fu colto da un senso di dubbio sulla realtà di ciò che aveva davanti agli occhi, tanto che stupì il fratello col chiedergli se si trovavano davvero sull’Acropoli». (3)

    Trent’anni dopo (1936)
    Nel gennaio 1936, Freud analizzò quell’episodio: «Quando poi il pomeriggio dopo l’arrivo mi trovai sull’Acropoli e abbracciai con lo sguardo il paesaggio, mi venne improvvisamente il pensiero singolare: “Dunque tutto questo esiste veramente, proprio come l’abbiamo imparato a scuola?!”»
    Fu come sentirsi sdoppiato in due persone, una delle quali si interrogava sulla realtà delle proprie percezioni mentre l’altra, con meraviglia, ne «prendeva nota». Del resto, prosegue Freud, «vedere una cosa coi propri occhi è del tutto differente dal sentirne parlare o leggere». Di qui la sua incredulità: «Noi arriveremo a vedere Atene? Non è possibile, è troppo difficile. (…) Sarebbe stato così bello! (…) E’ un caso di “too good to be true” [troppo bello per essere vero], come ne incontriamo così frequentemente. (…) Un’incredulità di questo tipo è palesemente un tentativo di ricusare un frammento della realtà, ma qui c’è qualcosa di strano.» Non si sarebbe stupito se si fosse trattato di evitare un dispiacere, «ma perché una tale incredulità verso qualcosa che invece promette un intenso piacere? Un comportamento veramente paradossale!». Il caso è analogo a quel che accade a quanti «soccombono al successo» perché in preda al «senso di colpa o d’inferiorità che si può tradurre: “Non sono degno di tanta felicità, non la merito.»
    Ed ecco spiegato il suo «sentimento di estraniazione» (Entfremdungsgefühl, parola già in uso nella psichiatria dell’epoca): (4) un fenomeno dovuto alla rimozione, «il più primitivo e fondamentale dei meccanismi di difesa, da cui ha preso l’avvio il nostro addentrarci nella psicopatologia.» In altre parole, la rimozione è un mezzo con cui la nevrosi impedisce di realizzare un fine avvertito come potenzialmente positivo, ma al tempo stesso foriero di un’oscura minaccia.
    È precisamente quel che accadde a Freud di fronte alla prospettiva di spingersi fino ad Atene: «Viaggiare così lontano, “fare tanta strada”, mi appariva al di fuori di ogni possibilità. Questo era legato alla ristrettezze e alla povertà delle condizioni di vita nella mia famiglia quand’ero ragazzo. La mia brama di viaggiare era certamente anche un’espressione del desiderio di sfuggire a quella oppressione, affine all’impulso che spinge tanti adolescenti a scappare di casa. Da tempo sapevo con chiarezza che gran parte del mio piacere di viaggiare consisteva nell’appagamento di questi desideri giovanili, era cioè radicato nella mia insoddisfazione verso la casa e verso la famiglia».
    Chi l’avrebbe detto? Freud, come Leopardi, non tollerava il natio borgo selvaggio.
    Chi compie un passo che i propri genitori non si sono mai concessi «si sente come un eroe che ha compiuto incredibili prodezze.» Per sottolineare come in quel momento il suo pensiero fosse andato a suo padre, Freud riporta un episodio che aveva letto in una biografia di Napoleone Bonaparte: nel 1805, prendendo in mano la corona ferrea per cingersi il capo, il nuovo Imperatore si era rivolto al fratello chiedendogli: “Cosa direbbe Monsieur notre père, se potesse essere qui adesso?”. Nel momento del massimo successo, ecco il desiderio di avere il padre al proprio fianco.

    Quel che ci riguarda
    Quando scrisse questa pagina, Freud aveva ormai ottant’anni. Due anni dopo si lasciò convincere a lasciare Vienna alla volta di Londra per sfuggire alle crescenti persecuzioni del nazismo (l’Anschluss avvenne nel marzo 1938). Ebbene, nella notte in cui attraversava la Manica, sognò di sbarcare in Inghilterra: non a Denver, dove era diretto, bensì a Pevensey, la località in cui era approdato nel 1066 Guglielmo il Conquistatore. Freud, vecchio e malato, nel sogno addirittura veste i panni di Guglielmo il Conquistatore! (5)
    Nel finale della lettera a Rolland leggiamo: «Nostro padre era un mercante, non aveva una formazione umanistica, e Atene non poteva significare molto per lui. Dunque, quello che ci guastò la gioia del viaggio ad Atene fu un sentimento di “pietà filiale”». Freud sa che non vi sarebbe stato alcun bisogno di provare un simile affetto per il padre mentre ne oltrepassava l’orizzonte. Ma sa anche quanto sia problematico per chiunque questo passaggio, a motivo dell’idealizzazione, per cui ogni genitore dovrebbe essere sempre perfetto e infallibile: «un senso di colpa resta legato alla soddisfazione di avere fatto tanta strada; c’è qualcosa di illecito in questo, di proibito fin dall’età più lontana. Tutto ciò ha a che fare con la critica del bambino verso il padre, con il disprezzo che ha sostituito la sopravvalutazione infantile della sua persona».
    In realtà, la costante elaborazione intorno al tema del padre gli consentì di procedere speditamente e con determinazione, nella vita come nella professione, raccogliendo tutto quel che poteva raccogliere dal padre, come pure dai maestri, dai pazienti, etc. Questa è la via inaugurata dalla psicoanalisi: una via che non comporta affatto il parricidio, come a torto si ritiene. (6)
    A mia volta, non mi tratterrò dal formulare a questo proposito una critica a Cesare L. Musatti, figura centrale nella storia della psicoanalisi nel nostro Paese. Debbo al suo Trattato di psicoanalisi, (7) che lessi con entusiasmo a quindici anni, la mia prima conoscenza di Freud. Tuttavia ora mi accorgo che nelle poche righe dedicate alla lettera a Rolland, egli non seppe o non volle coglierne compiutamente il senso. Per Musatti, questo breve saggio «presenta particolare interesse per la storia personale di Freud e per determinati suoi conflitti e complessi» (corsivi miei): (8) uno scorcio biografico curioso, ma privo di vero interesse per la scienza psicoanalitica. Come ha potuto censurare in questo modo la centralità del tema del padre? In realtà, Freud non fa che illustrare e ribadire che il punto cruciale è precisamente e nient’altro che il complesso paterno. (9)

    NOTE
    1. S. Freud, Un disturbo della memoria sull’Acropolilettera aperta a Romain Rolland (1936), OSF vol. XI, Bollati Boringhieri, pagg. 473-481. Le citazioni successive sono tratte dalla medesima edizione. Romain Rolland era uno scrittore francese di dieci anni più giovane di Freud, col quale egli fu in corrispondenza. La lettera aperta fu scritta in occasione del suo settantesimo compleanno.
    2. E. Jones, Vita e opere di Freud, Il Saggiatore, 1962; Garzanti, 1977 (3 voll.), vol. 2, pag. 41. E’ significativo che nel movimento psicoanalitico, ad eccezione di queste poche righe di Jones, le prime pubblicazioni intorno a questo saggio siano comparse solo a partire dalla seconda metà degli anni ’60.
    3. Ibidem.
    4. Freud accosta senza mezzi termini questo fenomeno allo svenimento e alla “doppia coscienza”, nella quale può accadere persino di fare qualcosa senza sapere che cosa si sta facendo.
    5. E. Jones, op. cit. vol. 3, pagg. 273-4.
    6. Ritengo che in questo modo Freud preparò la via all’ulteriore elaborazione proposta recentemente da Giacomo B. Contri ne Il pensiero di natura, Sic Edizioni, 1994, 3^ ed. 2006.
    7. C. L. Musatti, Trattato di psicoanalisi, 2 voll., Edizioni Scientifiche Einaudi, 1950, 1953.
    8. C.L. Musatti, Introduzione, OSF, Vol. XI, Bollati Boringhieri, p. XVII. Segnalo che anche il voluminoso carteggio tra Freud e Jung può e deve essere letto come un lungo e accorato dibattito su questo stesso tema, fino alla rottura senza ritorno del discepolo zurighese su cui Freud aveva riposto le maggiori speranze e aspettative.
    9. Nella stesura di questo articolo mi sono avvalso degli appunti redatti in occasione dell’incontro che ho promosso nel maggio scorso presso il Freud Museum di Londra, il cui tema era: «Che cosa significa che il padre è un concetto?». Venticinque i partecipanti, tra colleghi e amici della Società Amici del pensiero «Sigmund Freud». Dopo la visita, abbiamo assistito a The Lion King, la cui trama è imperniata sul rapporto padre-figlio. Rinvio a: “The Lion King”: non solo musical, pubblicato in questa stessa rubrica il 4 novembre 2012: http://www.culturacattolica.it/default.asp?id=516&id_n=31789

    Questo articolo è stato pubblicato il 29/09/2015 sul sito http://www.culturacattolica.it

  • Ragazzi “difficili”? Facciamoli fuori!

    Mi si potrebbe chiedere come mai io dedichi un articolo per stroncare un racconto che mi ha suscitato orrore e rabbia. Non sarebbe stato meglio archiviarlo anziché renderlo noto? Il fatto è che alcune letture possono risultare molto istruttive, anche se “in negativo”. E’ il caso di questo racconto, contenuto in più di un’antologia per ragazzi delle medie inferiori. L’autore, Al Sarrantonio, è uno scrittore statunitense molto prolifico, che riscuote grande successo nel generehorror anche qui in Italia. (1)
    Per comprendere di che cosa stiamo parlando, invito a leggere il breve testo che segue, prima delle mie righe di commento.

    LETTERE DAL CAMPEGGIO ESTIVO: un racconto di Al Sarrantonio (2)

    Lo sconcerto
    Se la pagina del sito su cui scrivo fosse “interattiva”, ora chiederei al lettore se ha compreso subito il finale o dopo un attimo di sconcerto. Io sono rimasto sconcertato dal fatto che un ragazzo di undici anni, cui il testo era stato assegnato per un compito a casa, non l’avesse compreso “fino in fondo”. Infatti, senza quel finale, sarebbe tutto un altro racconto. Successivamente ho voluto mostrarlo ad alcuni adulti, tra cui un mio collega, persona “con molte primavere sulle spalle”: con sorpresa ho registrato che diversi di loro hanno subìto lo stesso contraccolpo. Il che ha accresciuto il mio interesse.

    Falso e vero orrore
    Il genere horror, vasto e composito, è di tutto rispetto e da anni vi trova posto anche un nutrito filone per ragazzi. Fin qui, benissimo. Lo stesso Sarrantonio ha dichiarato di aver curato un’imponente antologia proprio per «tastare il polso al paziente, la scrittura horror, per vedere come sta all’alba del nuovo millennio.» (3)
    Nel racconto in questione, il problema non è il Tyrannosaurus Rex, come non lo è mai stato l’orco, Mangiafuoco o il lupo cattivo nelle fiabe di una volta: penso anzitutto a certi racconti dei Grimm. Ogni bambino può trovare divertente il gioco «io scappo, tu mi prendi!», anche se poi, da adulti, si stenta a pensarlo o a ricordarsene.
    In Lettere dal campeggio estivo l’orrore, lo scandalo imperdonabile, è tutto nella rivelazione finale: dalla lettera del direttore apprendiamo che i ragazzi non sono stati rapiti o sequestrati e che i genitori, ben consci di quel che sarebbe successo, sono i veri mandati dell’omicidio!
    Perché è di questo che si tratta, con l’aggravante del figlicidio: il Campeggio Ultima è in realtà un’associazione a delinquere, il reato è addirittura omicidio volontario plurimo e quei genitori dovrebbero rispondere in concorso di omicidio.
    Ripeto: impensabile per ogni intelletto ben costituito.
    Anche perché, come qualcuno mi diceva in questi giorni, «la soluzione prospettata contraddice vistosamente l’idea instillata sin dall’infanzia, ovvero che i genitori “ti faranno sempre del bene”».

    La parola alla difesa
    Anna M. Mazzucco, psicologa in campo educativo ed esperta di problematiche preadolescenziali, ha dedicato alcune righe a questo racconto. Dopo avere precisato che «non sappiamo di cosa essi [i ragazzi] siano effettivamente “colpevoli”», essa analizza del tutto correttamente i passaggi in cui Sarrantonio articola la sua soluzione finale: 1) l’allontanamento dalla famiglia, orami impotente; 2) l’isolamento in cui il ragazzo “non deve render conto di niente” ai robot del campeggio; 3) l’eliminazione. (4)
    «La punizione del racconto, nel suo paradosso – prosegue la Mazzucco – non è poi molto diversa almeno nelle sue fasi dagli interventi punitivi ai quali spesso si ricorre a scuola. Può sembrare un’affermazione azzardata. Ma se si prova a esaminare quello che succede spesso in una classe, con molte probabilità ci si ritroverà di fronte alla medesima successione dei tre atti sopra descritti.»
    Povera scuola!, vien da esclamare, proprio come Jannacci cantava “Povero re!”.
    Ad ogni modo, la Mazzucco ha ragione nel difendere il racconto di Sarrantonio: così inteso, sarebbe ottimo materiale per la formazione degli insegnanti oltre che per aiutare quei genitori che, non potendone più dei figli “difficili” e non trovando nessuno capace di trattare con loro, non riescono ad uscire dall’impasse!
    La fantasia di Sarrantonio viene dunque loro in aiuto: pensieri estremi a estremi conflitti, evidentemente lasciati covare troppo a lungo sotto la cenere.

    Letture amiche e nemiche
    Ma è grave e insensato che Lettere dal campeggio estivo venga fatto leggere ai ragazzi delle medie inferiori, per i quali non è affatto una buona lettura, ma un attentato al pensiero: un attacco non meno grave di quello che abbatté le Twin Towers. Il rischio è che possa colare non il loro sangue ma l’anima. (5)
    Molto meglio il finale dei pifferaio di Hamelin, ovvero la risposta-sanzione dei bambini che seguono questo strano personaggio lasciandosi alle spalle gli adulti spergiuri e cialtroni della loro cittadina, antesignana del campeggio-recinto di Sarrantonio. (6)
    Tutta un’altra soluzione. (7)

    P.S.
    Con ciò, non ho “stroncato” il racconto di Al Sarrantonio: l’ho “giustiziato”. (8)

    NOTE
    1. Al Sarrantonio (1952) ha pubblicato, nel corso degli ultimi 35 anni, più di 45 libri e 80 racconti. Ha inoltre curato numerose antologie ed è considerato un “brillante maestro di antologie”.
    2. Lettere dal campeggio estivo è pubblicato in Storie da un altro mondo, a cura di I. Asimov, Mondadori, Milano, 1992. Il testo qui riportato è tratto da: Rosetta Zordan, Il quadrato magico, Fabbri Editori © 2004 RCS Libri S.p.A. – Divisione Education, www.amicascuola.it.
    3. Cfr.: http://www.occhirossi.it/libri_horror/666.htm. I pareri sulla “diagnosi” di Sarrantonio non sono concordi, ma tant’è.
    4. Cfr. M. Marchegiani, Anna M. Mazzucco, Fianco a fianco. Storie di preadolescenti a scuola, Armando, Roma, 2012.
    5. L’espressione, drastica ma efficace, è stata coniata anni fa da Giacomo B. Contri. Qui si attaglia molto bene.
    6. Circa la fiaba dei Grimm, rinvio a: Hamelin: genitor(t)i e figli, in: Think!, 16 marzo 2011:
    http://www.giacomocontri.it/BLOG/2011/2011-03/2011-03-16-BLOG-hamelin%20genitor%20ti%20e%20figli.htm
    7. Mentre ero intento a superare il mio sconcerto, mi sono ricordato di una pagina poco nota di Freud, dedicata ad un editore di Vienna che gli aveva chiesto di mettere per iscritto una lista di dieci “buoni libri”. Freud risponde soffermandosi sull’aggettivo “buono”: «con questo predicato [suppongo che] Ella voglia indicare libri che si considerano alla stregua di “buoni” amici, a cui si deve qualcosa per la propria conoscenza della vita e la propria concezione del mondo, che ci hanno procurato del godimento e che raccomandiamo volentieri agli altri… [corsivi miei]» S. Freud, Risposta a un questionario sulla lettura e sui buoni libri (1907), OSF, vol. V, pag. 367. Ci siamo, mi sono detto: si tratterà di distinguere tra letture amiche e nemiche del pensiero.
    8. Ho parafrasato il finale del celebre film di Billy Wilder Testimone d’accusa: il simpaticissimo avvocato, sconcertato dall’ignobile inganno finalmente svelatosi, di fronte al cadavere del colpevole, replica così a chi ha appena esclamato “L’ha ammazzato!»: «Non l’ha ammazzato. L’ha giustiziato!». E’ ben diverso.
    (Testimone d’accusa, USA 1957, con Charles Laughton, Marlene Dietrich, Tyron Power).

    Questo articolo è stato pubblicato il 22/05/2015 sul sito http://www.culturacattolica.it

  • Il bambino erede “a babbo vivo” – Elogio della Pasionaria di Guareschi

    «Gli scrittori che hanno vissuto la coda del secolo precedente e respirato l’aria del nuovo millennio non amano molto le impalcature delle storiografie ufficiali». E’ il caso di Guareschi (1908-1968), «figura scomoda anche dopo morto: la sua opera costringe a ripensare un Novecento liquidato da storie della letteratura fin troppo ingessate in categorie vecchie e obsolete».

    Così scrive Guido Conti nella breve introduzione alla sua avvincente e documentatissima biografia del celebre scrittore emiliano.[1] Colpisce il divario tra l’enorme popolarità di molte opere di Guareschi, tra cui anzitutto la saga di don Camillo, giustamente definita un successo planetario,[2] e la scarsa conoscenza della sua vita e del contesto in cui operò in modo davvero prolifico, prima, durante e dopo la seconda guerra. «Un resistente bipartisan», secondo Giampaolo Pansa.[3]

    Tralascio la letteratura, pressoché sterminata, su Guareschi giornalista, umorista, caricaturista e sceneggiatore, e mi limito a proporre una nota su un suo bellissimo racconto, Gli eredi, pubblicato la prima volta nel 1949 sul Candido, e riproposto in apertura del Corrierino delle famiglie nel 1954.[4]

    Non riassumo il racconto, ma invito coloro che non lo conoscessero a leggerlo prima di procedere:

    G. GUARESCHI: “GLI EREDI”

    Aldilà della commozione suscitata dal breve e geniale testo, non se ne coglie il senso se non si afferra che cosa accade tra i due protagonisti: un padre e la sua bambina di cinque anni. Aggiungo, per inciso, che la piccola Carlotta, la Pasionaria, ha la stessa età del piccolo Hans, il bambino divenuto celebre grazie alla penna di Freud circa cinquant’anni prima.[5] Poco importa se l’episodio narrato da Guareschi sia accaduto davvero o sia invece il prodotto della frizzante fantasia dell’autore. Nel primo caso l’atto descritto è da ascrivere al pensiero ben formato della bambina; nel secondo… è l’autore stesso, all’età di quarant’anni, a ritornare bambino, capace di trattare bene la propria figlia.

    Dunque, nel finale a sorpresa, la Pasionaria piazza il suo dischetto rosso sulla fronte del padre, che era diventato «roba sua», con le parole di Guareschi. Vero.

    Che cosa ha fatto la bambina?

    Primo: rispondendo al pericoloso «giochetto che piace alle mammine», stigmatizzato con molto garbo dall’autore, Carlotta coglie la palla al balzo per affermarsi come erede. Lo fa motu proprio, senza attendere ulteriori e luttuosi eventi. Erede a babbo vivo, insomma, secondo una felice espressione coniata anni fa dallo psicoanalista Giacomo Contri.
    Secondo: Carlotta opera secondo il pensiero descritto nel salmo 15, pur senza conoscerlo: «Il Signore è mia parte di eredità e mio calice». Cioè tratta come suo possesso legittimo non soltanto una serie di oggetti o beni già appartenenti alla famiglia, ma la fonte stessa di quell’eredità: suo padre. Lo fa con un salto logico, o meglio: con un salto sì, ma logico.

    Giustamente Guido Conti commenta: «Sotto l’apparente gioco, tra sorriso e ironia, Guareschi racconta un’angoscia vera, un dramma paventato che si vive in tutte le famiglie, che porta spesso al litigio furioso dei figli sull’eredità» (corsivo mio). Osserviamo che l’angoscia evocata in questo racconto è destata dall’eredità, non dal pensiero della morte.[6] Guareschi lo sa, e proprio per questo la sua intuizione è geniale: in questo racconto, personaggi e fatti sono in controtendenza rispetto al nostro tempo. Infatti il pensiero dell’eredità sembra essere la buccia di banana su cui scivola l’intera civiltà moderna. Del resto, le cose sono andate e vanno (quasi) sempre così.

    Quando lessi Una teoria della giustizia, del filosofo statunitense J. Rawls,[7] rimasi impressionato dal fatto che egli annettesse un’enorme importanza al tema dell’eredità, trattandola solo come ostacolo e questione apparentemente irrisolvibili nel definire i principi della giustizia. Per ovviarvi Rawls elaborò, riprendendola da altri filosofi, la sua teoria del “velo di ignoranza”. Essa rappresenterebbe l’unica posizione originaria (?), capace di accomunare tutti gli uomini nella scelta dei princìpi della giustizia. Una giustizia senza eredità alcuna, dunque. Non saprei dire se Rawls si accorgesse delle implicazioni che la teoria recava con sé: per il diritto, per le istituzioni, per tutti i rapporti che costituiscono la vita quotidiana di ognuno.

    Ancora. Spingerei l’interpretazione dell’atto della Pasionaria fino a paragonarlo con la celebre frase del protagonista della novella La roba di Verga: «Roba mia vientene con me!».[8] L’avido Mazzarò (quasi omen nomen, nome-destino), «omiciattolo basso e pingue» ormai prossimo alla morte, in piena crisi clastica, strillava e barcollava «ammazzando a colpi di bastone le sue anitre e i suoi tacchini». E’ il ritratto di un uomo disperato e psicotico (disperato perché psicotico), mentre qui la Pasionaria si rivela un’economista coi fiocchi, la cui mossa può essere considerata una divisione dei proventi derivanti dall’azienda di famiglia, o addirittura un caso di start up. Ma, a differenza dei giovanotti della Silicon Valley, la Pasionaria non ha il problema di rompere con il passato.

    In senso diametralmente opposto a quello di Mazzarò, «Roba mia, vientene con me» descrive bene il pensiero della figlia di cinque anni verso il proprio padre. Dichiarandogli tutto il suo trasporto, è come se gli dicesse: «Te, ti sposo io!» Casto coniugio.[9] Quel padre, sorpreso e soddisfatto, conclude: «…e tornai a letto col bollo rosso fieramente appiccicato sulla fronte…». Più vivo che mai!

    Mi piace pensare che Guareschi abbia voluto iniziare il suo Corrierino proprio con questo racconto anziché con altri, peraltro non meno arguti e di piacevolissima lettura.[10]

     


    [1] G. Conti, Giovannino Guareschi. Biografia di uno scrittore, Rizzoli, 2008. Il titolo dell’introduzione, Istruzioni per l’uso, rende onore alle pagine con cui Guareschi inizia il suo Diario clandestino (1949). Sulla figura e l’opera del grande scrittore segnalo solo: 100 anni di Guareschi. Letteratura, Cinema, Giornalismo, Grafica. Atti del Convegno Internazionale, Parma, 21-22 novembre 2008, a cura di A. Bergogni, MUP Editore, 2009. E, dello stesso editore, Le burrascose avventure di Giovannino Guareschi nel mondo del cinema, di E. Bandini, G. Casamatti, G. Conti, 2008.

    [2] A questo proposito, trovo rilevante la notizia che traggo da un’intervista di Antonella Pilla a Mons. Andrea Lonardo: «…nel ’59, appena eletto Papa, Giovanni XXIII (…) fece chiedere proprio a Guareschi se se la sentiva di scrivere un catechismo della Chiesa per mostrare la vitalità della morale, dei dogmi, della liturgia cristiana. Guareschi, a quel tempo, rispose subito che era assolutamente impensabile perché non si riteneva in grado. Poi, pian piano, ci ripensò e si rese conto che in realtà avrebbe potuto commentare ogni aspetto della fede cristiana dicendo: “Don Camillo dice… o don Camillo fece… o don Camillo pensò…”, ma era troppo tardi. Giovanni XXIII oramai era diventato anziano, si era ammalato ed il progetto era decaduto.»

    http://it.radiovaticana.va/storico/2014/03/16/la_diocesi_di_roma_rilegge_in_un_incontro_le_figure_di_don_camillo_e/it1-781932

    [3] G. Pansa, L’uomo che disse no, in Il Grande Diario. Giovannino cronista del Lager 1943-1945, Rizzoli, 2008. In queste settimane il Corriere della Sera ripropone l’edizione delle opere di Guareschi per i tipi di Rizzoli; mentre Gian Arturo Ferrari gli dedica un interessante articolo sul numero di Sette del Corriere della Sera del 2 gennaio 2015.

    [4] G. Guareschi, Gli eredi, in: Corrierino delle famiglie, 1^ ed. RCS Libri S.p.A., Milano 1954; 5^ ed. BUR Narrativa, aprile 2011. Chi desidera approfondire la conoscenza dell’opera di Guareschi può trovare moltissimo materiale sul sito www.giovanninoguareschi.com. Il link http://www.giovanninoguareschi.com/2014-Bibl-essenz.pdf riporta la vastissima bibliografia curata dal “Club dei Ventitré”, «l’associazione culturale costituita nell’aprile del 1987 che vuol essere un punto di riferimento per tutte le persone che sono interessate a Giovannino Guareschi e alla sua opera.» Inoltre, vale senz’altro una visita la mostra antologica permanente della Casa Archivio Guareschi a Roncole Verdi, curata dai figli Alberto e Carlotta, che ringrazio per la squisita ospitalità.

    http://www.mondopiccolo.it/web/it/?page_id=414 Rinvio anche all’intervista ad Alberto e Carlotta:

    http://www.mondoguareschi.com/roncole.php?lang=it&page=ron_ig_001

    [5] S. Freud, Analisi della fobia di un bambino di cinque anni (Caso clinico del piccolo Hans), 1908, OSF, Vol. V, pagg. 475-589. L’accostamento, per quanto possa sorprendere, è lecito: il tema, infatti, è il medesimo. Molto diversi, invece, il tono e il contenuto delle due relazioni e dei dialoghi corrispondenti: quella tra padre e figlia, qui tratteggiata da Guareschi, e quella tra la madre e il piccolo Hans, descritta dettagliatamente da Freud.

    [6] Lo dimostra anche un passaggio precedente, in cui il figlio maggiore Albertino (sette anni), ancora soggiogato dalle provocazioni materne, «continuava a leggere singhiozzando l’ultimo fascicolo delle Paperoavventure.» Il finale del racconto rivela una mossa ugualmente felice del primogenito nei confronti della madre.

    [7] J. Rawls, (1921-2002). A theory of justice, 1971. Trad. it. Teoria della giustizia, a cura di S. Maffettone, trad. di U. Santini, Feltrinelli, 1982. http://it.wikipedia.org/wiki/Una_teoria_della_giustizia

    [8] «Sicché quando gli dissero che era tempo di lasciare la sua roba, per pensare all’anima, uscì nel cortile come un pazzo, barcollando, e andava ammazzando a colpi di bastone le sue anitre e i suoi tacchini, e strillava: – Roba mia, vientene con me!». (G. Verga, La roba, in Novelle rusticane, 1883)

    [9] Mi piace ricordare che Casti Connubii è anche il titolo dell’Enciclica che Papa Pio XI dedicò al matrimonio nel 1930.

    [10] Tra essi, ricordo La rivoluzione d’ottobre, che racconta il primo giorno di scuola della Pasionaria. Si veda anche l’articolo di C. Mereghetti Quando una figlia si sposa: il “tragico” resoconto di papà Guareschi, sul sito www.culturacattolica.it Nella mia infanzia Guareschi è stato una compagnia costante, fino a comporre il clima in cui sono cresciuto. Tra gli umoristi del dopoguerra che mio padre ci invitava a leggere, Guareschi era senza dubbio il più amato da me e Annamaria, mia sorella, accanto ad altri umoristi come Carlo Manzoni, Achille Campanile e Giovanni Mosca, peraltro amici dello stesso Guareschi.

    Questo articolo è stato pubblicato l’8 gennaio 2015 sul sito www.culturacattolica.it.

     

     

  • “The Lion King”: non solo musical

    Suggerisco di anteporre alla lettura di questa pagina la visione dell’inizio di questo breve video: è il prologo del musical, in lingua zulu, composto del musicista sudafricano Lebo Morake:

    Lo spettacolo sta per iniziare: le luci in sala si sono spente, a rappresentare la notte della savana. All’improvviso il silenzio viene squarciato dal grido di Rafiki, il babbuino dalle sembianze di un simpatico donnone-sciamano, capace di tener testa a Mufasa e a Simba. Le risponde una voce maschile dalla platea, in un duetto cui si aggiunge il coro:

    Nants ingonyama bagithi Baba [Ecco un leone, padre]
    Sithi uhm ingonyama [Oh sì, è un leone]
    Ingonyama [Un leone]
    Siyo Nqoba [Il nostro destino è la conquista]
    Ingonyama Ingonyama nengw’ enamabala [Un leone e un leopardo sopraggiungono in questo spazio aperto]

    Segue il primo brano, il celebre The Circle of Life, l’inno dell’intera saga. Ma già nei primi versi abbiamo una sorpresa: Rafiki canta: «There’s more to be seen than can ever be seen», «ci sono più cose da vedere di quanto sia mai stato visto». E il pensiero va a Shakespeare: «There are more things in heaven and earth, Horatio, than are dreamt of in your philosophy», «ci sono più cose in cielo e in terra, Orazio, di quante ne sogni la tua filosofia». (1) Il merito è del libretto, opera di Roger Allers e Irene Mecchi, registi e sceneggiatori statunitensi, autori dei maggiori successi della Walt Disney, compreso il cartone The Lion King (1994). Il musical, in cartellone a Broadway dal 1997 e dal 1999 a Londra, è molto più che un adattamento teatrale del cartone: ha ricevuto moltissimi premi ed è uno dei più applauditi di tutti i tempi. Con ottime ragioni perché ha moltissimi pregi: sorprende, commuove e fa pensare. E’ una miniera di spunti.
    La regista Julie Taymor, di origini ebraiche, nella sua carriera si è cimentata più volte con opere di Shakespeare, oltre che con l’Edipo re musicato da Stravinskij (1992).
    Le musiche, stupende, offrono un sapiente mix di generi e sonorità occidentali e africane, e portano la firma di Elton John, oltre che di Lebo Morake. Alcuni brani erano già contenuti nel cartone; altri sono stati scritti appositamente per il musical.
    I testi sono di Tim Rice, già coautore nei musical Jesus Christ Superstar ed Evita e nel cartone Aladdin. Quanto ai rinvii a Shakespeare, oltre all’Amleto già citato, ricordo la scena in cui il malefico Scar seduce la giovane leonessa Nala, allo stesso modo in cui lo scellerato Riccardo III non esita a sedurre, durante il funerale del legittimo erede al trono che egli stesso ha fatto uccidere, la vedova del defunto, Lady Anna.
    Scenografie, costumi e coreografie entusiasmano dall’inizio alla fine, oltre ad essere un’opera impeccabile di ingegneria. Un’occhiata ad altri video su YouTube (2) permette di farsi un’idea, ma forse è meglio arrivare a teatro impreparati, come è successo a me anni fa. (3)
    Non riassumo la trama, peraltro molto nota. E’ la trama per eccellenza, che anima la migliore letteratura mondiale (4) (quella che quasi nessuno legge più): The Lion King ne fa tesoro e la rende accessibile e godibile al pubblico di tutte le età. Il nucleo risiede nel rapporto padre-figlio, minato dal senso di colpa che Scar, lo zio regicida, riesce ad inculcare nel giovane Simba, facendogli credere di essere il colpevole della morte del padre, il re Mufasa. A Simba non resta che… rimuovere. Ottiene così di sospendere il senso di colpa. Chi non conosce questo genere di vita-senza-pensieri, la filosofia dell’Hakuna Matata? In lingua swahilisignifica appunto «non ci pensare» o «non ci sono problemi»: la soluzione di Simba, fino a qui, è la stessa di Rossella O’Hara in Via col vento.
    Ne seguirà l’angoscia, fino all’incubo in cui il padre viene allucinato dal figlio nel cielo pieno di stelle di una notte senza fine (Endless Night). Per inciso, il nome della nazione ngoni – cui appartiene il gruppo etnico degli zulu – significa «gente del cielo»: Simba vi si identifica, così sa di appartenere alla sua gente, un po’ come accade al brutto anatroccolo della fiaba di Andersen.
    L’epilogo della storia resta in certo senso sospeso:
    – da una parte c’è l’ingresso del figlio nella religione dei padri (they live in you, poi he lives in you): questi padri celesti ricordano da vicino i Lari e i Penati di casa nostra;
    – dall’altra c’è la lotta del figlio per il riscatto dell’intero regno a fianco di Nala, l’amata compagna dei giochi infantili, ora ritrovata come amica e sposa. L’uscita dalla rimozione è resa possibile dall’avvento di una nuova relazione uomo-donna.
    The Circle of Life – scrivevo all’inizio – è l’inno della saga di questa umanissima foresta: corrisponde ad una precisa branca della psicologia scientifica dei nostri giorni, detta appunto psicologia del ciclo di vita. Tuttavia Simba viene rappresentato, come Amleto, alle prese con l’aspirazione alla vendetta e al successo: proprio per questo la sua vicenda non è riconducibile ad una questione di evoluzione e proprio per questo ci conquista e ci commuove.

    Per quanto ne so, il musical non approderà in Italia.
    Invito dunque «i miei venticinque lettori» ad andare a vederlo al Lyceum Theater di Londra. E’ sufficiente un weekend: le poche decine di euro per il volo low cost e quelle per il biglietto del teatro saranno davvero ben spese.

    NOTE
    1. W. Shakespeare, Hamlet Act 1, scene 5, 159–167
    2. https://www.youtube.com/results?search_query=the+lion+king+musical&oq=the+lion+king&gs_l=youtube.1.0.35i39j0l9.6765.10375.0.13750.12.10.0.0.0.1.109.579.9j1.10.0…0.0…1ac.1.h4K8LvM7nUM
    3. Ringrazio Francesca Filippini e Carlos Pinto, che mi hanno consigliato lo spettacolo durante un breve soggiorno a Londra. Tempo dopo, trovandomi a New York, sono tornato a vederlo a Broadway. Meglio la performance londinese: il palcoscenico molto più ampio consente un numero maggiore di comparse, il che appaga ancor di più l’occhio.
    4. Questo è anche il giudizio di S. Freud, che accomuna in essa Edipo Re, Amleto e I fratelli Karamazov.

    Illustrazione a cura di Chiara Ciceri

  • Il padre di Hannah. La Arendt di Margarethe Von Trotta

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    Perché occuparsi ancora oggi del nazismo e di Adolf Eichmann, suo zelante burocrate, processato e giustiziato a Gerusalemme 15 anni dopo Norimberga? Rispondo: perché quel processo, e soprattutto il saggio che Hannah Arendt vi dedicò (La banalità del male. Eichmann a Gerusalemme) hanno ancora qualcosa da dirci, come mostra molto bene l’ottimo film della von Trotta.(1)

    Uscito in Italia il 27 gennaio scorso, «giorno della memoria»,(2) è stato distribuito nella versione originale in inglese e tedesco (con alcune toccanti sequenze del processo) e ben sottotitolato. Se non siamo abituati a considerare la visione di un film come un momento di lavoro, questo è invece l’unico modo per gustarlo: anche chi ne sa poco o nulla può così accostarsi a quel processo e farsi un’idea della personalità della protagonista, oltre che dell’imputato. Il film coinvolge e interroga.(3)

    Qui annoto soltanto tre passaggi rivelatori, a mio giudizio, del pensiero della Arendt: un pensiero decisamente fondato sul padre. Nel prossimo articolo riprenderò alcune impressionanti dichiarazioni rese da Eichmann durante il processo. Dichiarazioni che la Arendt giustamente gli imputò, e che le mostrarono come egli, più che un mostro antisemita, fosse «un uomo semplicemente incapace di pensare». Un’imputazione pesante, niente affatto un’attenuante.(4)

    Al ritorno da Gerusalemme, nel 1962, la Arendt si mette alla macchina da scrivere giorno e notte, tra montagne di fascicoli processuali e una sigaretta dietro l’altra (letteralmente). Un mattino il marito, vedendola al lavoro, sta per uscire di casa in punta di piedi. Hanna lo raggiunge sull’uscio per rivolgergli un curioso e dolce rimprovero: «Come puoi lasciarmi così, senza un bacio e un buffetto?». Lui: «Non si disturbano i grandi filosofi mentre pensano». La risposta di lei non si fa attendere: «Ma senza bacio non riescono a pensare!». Una intellettuale con i fiocchi. E lui non è da meno. Mai incollati l’uno all’altra, sono compagni fedeli ma per nulla possessivi nella loro relazione, iniziata prima della guerra.

    All’inizio del film la Arendt, alla vigilia della partenza per Gerusalemme come inviata del New Yorker, ricorda al marito la propria fuga dal campo di concentramento, nella Francia ormai occupata dai tedeschi. Racconta come le sue compagne di prigionia non tentassero di fuggire, temendo che i loro uomini non le avrebbero più ritrovate. Piuttosto si lasciavano andare, rinunciando a lavarsi e a pettinarsi, ed ella le incoraggiava, con le buone e con le cattive, a non mollare. Una sera, improvvisamente, si accorse che il coraggio l’aveva abbandonata: «In quel momento ti ho visto davanti a me, che mi cercavi. E non mi trovavi.» Fuggì, spinta dal forte desiderio di ricreare le condizioni dell’appuntamento con l’uomo che amava: se solo avesse ceduto alla tentazione di lasciarsi andare, seguendo l’esempio delle altre, l’avrebbe perduto per sempre. Non cedette alla psicologia del gruppo: portò a casa l’Io e, come si dice, la pelle.

    Infine, in una delle ultime sequenze, la Arendt si trova a  dover fronteggiare la valanga di accuse suscitate dal suo reportage subito dopo la pubblicazione. E’ incredula e indispettita, e teme perfino di essere espulsa dagli USA. Racconta alla giovane collaboratrice di aver perso il padre all’età di sette anni. Avendolo visto soffrire a lungo quando era una bambina, in seguito non poteva che ricordarlo malato. Ma proprio per questo si dice sorpresa di averlo sognato in tutt’altro modo: «In sogno mi appare in salute, attraente. Mi guarda e mi dice: ti voglio bene».

    Non conosco le fonti cui ha attinto la von Trotta, ma questi dialoghi sono molto significativi: non importa che la regista sia stata fedele alla biografia della protagonista o che, poco o tanto, abbia aggiunto del suo. Il risultato è la sua Hannah Arendt, una donna che si spinse a rifare in proprio il processo del secolo, sapendo di poter poggiare saldamente sulla compagnia e la stima del marito e del padre. Non è poco.

    In un suo testo recente,(5) Raffaella Colombo riprende alcune conclusioni della Arendt: «Eichmann era un individuo mediocre per non dire insignificante. Ma come si spiega che un individuo simile riuscì a organizzare la macchina dei trasporti di milioni di persone verso la morte, ebrei e altri? Sconcertante. Fu una vera e propria scoperta quella del male di cui è capace un individuo comune quando è incapace di imputarsi degli atti criminali commessi, un individuo che sostiene addirittura di avere agito al meglio e persino di non avere mai avuto intenzioni ostili contro coloro alla cui morte contribuì, e con solerte alacrità. È il male prodotto dall’agire per pura obbedienza. (…)  “Ciò su cui vorrei attirare l’attenzione qui va ben oltre la nota fallacia del concetto di colpa collettiva, applicato per la prima volta al popolo tedesco e al suo passato, secondo il quale tutti i tedeschi sarebbero colpevoli e tutto il passato tedesco, da Lutero a Hitler, andrebbe messo sotto accusa – un concetto questo che lava tutti i peccati, poiché se tutti sono colpevoli, nessuno lo è.”(6) La Arendt pone due domande: 1) In che modo si segnalarono quei pochi che pur senza potersi ribellare apertamente non collaborarono e si rifiutarono di compromettersi con il regime? 2) Posto che coloro che collaborarono con il regime a ogni livello non furono dei mostri ma dei funzionari, che cosa li indusse a comportarsi così come si comportarono?».

    Dall’inizio alla fine il film mostra molto bene il lavoro intellettuale della Arendt. L’interpretazione impeccabile di Barbara Sukowa, la sua eleganza, i dialoghi intensi con il marito, gli amici e i suoi studenti, persino gli interni della sua abitazione newyorchese: ogni particolare racconta lo stile del suo lavoro. La von Trotta mostra, più che in altre sue opere precedenti, una pacatezza di giudizio che ci invita a procedere allo stesso modo.(7)

     

    NOTE
    (1) Come scrive G.B. Contri, «Il giudizio sul Nazismo, e proprio nelle sue conseguenze di orrore, è ancora da fare, e resta latitante sotto i toni forti o le lacrime: esso coinvolgerebbe non più tanto ciò che è stato fatto ieri, ma ciò che stiamo facendo oggi. Una latitanza del giudizio che deborda il Nazismo: l’afasia del giudizio riguarda l’intero ‘900. Il Nazismo è stato una sanguinaria esercitazione aperta sul futuro. E’ stato una pura Teoria» (G.B. Contri, Il Nazismo e il principio di comando, in:

    http://www.studiumcartello.it/Public/EditorUpload/Documents/SIMPOSI_CONTRIBUTI/GBC2014_dossier_perversione.pdf. Si veda anche: GIACOMO B. CONTRI: LA BANALITA’ DEL MALE PERVERSO.

    Il saggio di H. Arendt, il cui titolo originale è Eichmann in Jerusalem: A Report on the Banality of Evil (1963) è stato pubblicato in Italia, nella traduzione di P. Bernardini, da Feltrinelli nel 1964, ed è giunto alla 18^ edizione nel 2011.

    (2) L’espressione è da assumere con prudenza. Ad esempio, al Congresso dell’Associazione Internazionale di Psicoanalisi tenutosi a Berlino nel 2007, diverse sessioni furono dedicate alle ripercussioni della Shoah, ancora vive soprattutto su suolo tedesco. Occorre dunque chiedersi che cosa significhi “fare memoria”.

    (3) Suggerisco la breve intervista su YouTube:MARGARETHE VON TROTTA PRESENTA “HANNAH ARENDT”

    (4) Rinvio al testo di L. Campagner: Caso Eichmann. Banalità del male? Odòn Edizioni, 2011. Tra gli interessanti documenti riportati, vi è un’intervista di Gabriele Nissim al giudice Moshe Landau, che presiedette il processo: egli «condannò Eichmann e contestò la Arendt».

    (5) R. Colombo, Annah Arendt. Questioni e domande sull’antisemitismo moderno, in: http://www.studiumcartello.it/Public/EditorUpload/Documents/SIMPOSI_CONTRIBUTI/140511SAP_RC1.pdf

    (6) Aggiungo che mentre a Gerusalemme si svolgeva il processo Eichmann, negli Stati Uniti protagonisti della guerra fredda e di quella in Vietnam, il giovane Bob Dylan componeva uno dei suoi successi più celebri, Blowin’ in the wind: «How many deaths will it take till he knows that too many people have died? The answer, my friend, is blowin’ in the wind»: una deriva misticheggiante, lontana anni luce dalla meticolosa indagine della filosofa ebrea (GMG).

    (7) Il film è disponibile dal marzo scorso anche in dvd, corredato da una breve raccolta di saggi di Simona Forti, edito e distribuito da Feltrinelli.

  • Tutta colpa di Dostoevskij 2 – L’invenzione dell’adolescenza

    Qualis pater talis filius
    «Ma il succo del romanzo non sta tanto nel tema di Rotschild, quanto nella profonda trasformazione che subisce il fanatico proponimento di Arkadij dinanzi alle esperienze della vita, sotto l’influsso della passione e specialmente dell’aspra lotta spirituale col padre.» (corsivo mio). Così scrive A. M. Ripellino nella sua densa prefazione.
    A ben vedere, la lotta di Arkadij riguarda anzitutto l’ambivalenza dei propri sentimenti nei confronti del padre (Versilov, il proprietario terriero di cui è figlio illegittimo), prima ancora che gli atti rivolti verso costui. (7) Infatti Arkadij viene a trovarsi in possesso di una lettera che, se fosse resa pubblica, potrebbe salvare il padre o decretarne la rovina. Ecco un test: se tu avessi ventun anni e il destino di tuo padre fosse nelle tue mani, che faresti?
    Per centinaia di pagine, sembra che i due giochino “al gatto e al topo”: l’intreccio si infittisce e Versilov diviene ben presto il coprotagonista di tutta la storia. Anch’egli del resto, nonostante sia ormai adulto, mostra di essere rimasto un adolescente, anzi ne rappresenta in un certo senso il prototipo. Non solo: è un diseredato, il che ne accentua il conflitto con il figlio. Ad abundantiam, i due scoprono di essere innamorati della medesima donna, (8) il che non impedisce loro di lasciarsi andare a fitte conversazioni sull’essenziale e su «argomenti astratti e i più elevati problemi che però, cosa strana, non avevano nulla a che fare con la vita quotidiana».
    Versilov confessa al figlio di nutrire a sua volta un ideale, ispiratogli da un certo quadro di Claude Lorrain, Aci e Galatea, che egli chiama L’età dell’oro. (9) Esso rappresenterebbe il paradiso terrestre, l’alba e «il grandioso errore dell’umanità». L’amore per tutta l’umanità: ecco la vocazione cui è chiamato ogni nobile russo. Vi si avverte l’eco dello stato di natura di Rousseau, anzi il suo superamento: dopo lotte ed errori, «gli uomini comprendono d’essere rimasti completamente soli e sentono di essere orfani e derelitti (…) rimasti orfani, si sarebbero subito stretti l’uno all’altro, vicini vicini e con più amore».
    Dopodiché, tutti i protagonisti corrono imprudentemente e, vien da dire, coerentemente, verso il tragico epilogo, segnato per alcuni dal suicidio (immancabile nella letteratura russa!) e per altri, come Versilov, dalla demenza. (10) E Arkadij? L’adolescente ne uscirà normalizzato, ovvero – se posso dir così – poco men che lobotomizzato: riprenderà gli studi e cercherà un lavoro come tutti, lasciandosi mantenere da Tat’jana Pavlovna, donna che «sostiene una strana parte» in tutti gli snodi importanti del romanzo e che impersona in certo senso l’intera Russia.

    Dostoevskij chiamato alla sbarra
    Freud dedica un breve saggio (Dostoevskij e il parricidio, 1927) al grande scrittore russo, (11) collocandolo tra i vertici della letteratura universale insieme a Shakespeare. L’imputazione principale che gli rivolge è la seguente: «Dopo le lotte più violente per riconciliare le pretese pulsionali dell’individuo con le esigenze della comunità umana, egli finisce con l’approdare a una posizione retrograda (…). E’ qui il punto debole di questa grande personalità. Dostoevskij ha mancato di diventare un maestro e un liberatore dell’umanità, si è associato ai suoi carcerieri (…). Probabilmente è dimostrabile che fu la sua nevrosi a condannarlo a questo fallimento. La profondità della sua intelligenza e l’intensità del suo amore del prossimo l’avrebbero destinato a percorrere una via diversa, a un’esistenza da apostolo.» Freud ha ragione: la fine dell’800 decretò infatti la morte del padre nella cultura, come pure la sua banalizzazione e dispersione in una ridda di stereotipi psicosociologici in cui l’invenzione dell’adolescenza svolse una grande parte.

    Il successo di Dostoevskij
    Molte sue opere conobbero presto una grande diffusione. Nel 1879, due anni prima della morte, egli fu invitato al Congresso letterario internazionale di Londra, all’epoca presieduto da Victor Hugo. Non potendo recarvisi per le già precarie condizioni di salute, il Congresso lo nominò Membro del Comitato d’onore. Nel 1884, appena tre anni dopo la morte, venne pubblicata la prima edizione integrale delle sue opere, in 14 volumi.
    A me Dostoevskij piace: l’ho letto quasi tutto, benché non sistematicamente, ancor prima di imbattermi nelle pagine di Freud, il cui giudizio severo mi ha obbligato in un certo senso a ripercorrere le mie letture, ma non ha affievolito il mio interesse. Dostoevskij, a detta di Freud, «conserva tratti abbastanza sadici, che traspaiono nel modo in cui egli, autore, tratta i suoi lettori.» Vero. Forse per questo alcuni miei amici non lo amano. Eppure lasciarsi trasportare tra un samovar e una corsa in slitta sulla Prospettiva Nevskij (la Via Veneto di San Pietroburgo) è a dir poco avvincente.

    NOTE
    7. Su questo punto è facile accostare il giovane Arkadij e uno dei pazienti descritti da Freud in Osservazioni su un caso di nevrosi ossessiva (Caso clinico dell’uomo dei topi), 1909, OSF vol. VI.
    8. Situazione che, com’è noto, l’autore riproporrà pochi anni dopo nel suo ultimo capolavoro, I Fratelli Karamazov, 1879-1880.
    9. Sorvolo sulla forte impressione che il quadro fece sullo stesso Dostoevskij: molto è stato scritto al riguardo. Circa l’elaborazione del valore della sofferenza, ho trovato prezioso il breve testo di L. F. Földényi Dostoevskij legge Hegel in Siberia e scoppia a piangere, trad. it. di A. Rényi, ed. Il melangolo, Genova, 2009. Da leggere.
    10. La confusione intellettuale e morale, di cui l’intera vicenda è impregnata, trascina con sé anche la dottrina cristiana, come in altre opere dell’ultima produzione dostoevskijana. Ad esempio, la madre di Arkadij e serva di Versilov, si rivolge al figlio con queste parole: «Cristo perdona tutto, perdona anche la tua bestemmia, anche colpe peggiori delle tue. Cristo è il padre: non chiede nulla e splenderà anche nel buio più fitto.» (corsivo mio). Gesù Cristo non è più il figlio, ma il padre: una rivisitazione del cristianesimo che dovrebbe far pensare. Del resto, il “buio più fitto” evoca l’assenza di ogni barlume di giudizio.
    11. Dostoevskij e il parricidio, in: S. Freud, Saggi sull’arte, la letteratura e il linguaggio, vol. I, Boringhieri, pagg. 321-343.

  • Tutta colpa di Dostoevskij 1 – L’invenzione dell’adolescenza

    Da Michele Serra a Fëdor Dostoevskij, da Gli sdraiati (2013) a L’adolescente (1875): un volo pindarico?

    Leggiamo o sentiamo dire che è impossibile datare con certezza il termine dell’adolescenza, ma forse ignoriamo che l’idea e la nozione stessa dell’adolescenza hanno avuto un inizio ben preciso. Essa non è sempre esistita, ma è un prodotto della nostra civiltà: ha visto la luce, per l’appunto, verso la fine dell’Ottocento, per poi affermarsi nel corso di tutto il Novecento. Da allora ad oggi la letteratura, e la civiltà nel suo complesso, sono infarcite di adolescenzialismo. (1)
    Peter Pan di Barrie, il Risveglio di Primavera di Wedekind, I ragazzi di via Pál dell’ungherese Molnár, Tonio Kröger di Mann, il Ritratto di Dorian Gray di Wilde sono tutte opere scritte intorno al 1900, mentre venticinque anni prima Dostoevskij aveva pubblicato L’adolescente (Podrostok). L’adolescenza, dunque, ha all’incirca… centoquarant’anni: a giudicare dal progresso cui è andata incontro direi che li porta bene.
    In questo romanzo Dostoevskij ne delinea con precisione i tratti psico(pato)logici: l’infatuazione per i grandi ideali, l’introversione e l’ideazione dominata dal fantasticare, l’assenza di lavoro produttivo, la teoria dell’istintualità e, a seguire, dell’innamoramento, la ricerca spasmodica dell’originalità unitamente alla brama di modelli da imitare, fino alle condotte sociopatiche che costruiscono i “gruppi dei pari” (con lessico di altri tempi, le “cattive compagnie”). Un caravanserraglio che Dostoevskij squaderna per il lettore di ieri e di oggi, traendo mille spunti dai fatti del suo tempo, inclusa la cronaca giudiziaria, per plasmare così il suo adolescente. (2) Non riporto qui la trama che, sebbene farraginosa, non toglie pregio al romanzo. (3) Penso a tutta la mitologia greca: non è anch’essa farraginosa, con il rincorrersi vicendevole di tutti quei casi bellicosi di rapporti tra padri e figli, o tra uomini e dei, che hanno segnato tutta la cultura classica, da Villa Borghese all’Hermitage?

    L’incipit del romanzo…
    … è sorprendente: «Spinto da un impulso irresistibile, mi misi a scrivere questa storia dei miei primi passi sul cammino della vita (…) Ho ultimato il corso liceale e ho già ventun anno (…) so perfettamente quanto sia stupida simile inesperienza in un giovanottone ventenne.» (4) Dostoevskij sa perfettamente che i vent’anni non sono i “primi passi sul cammino della vita”, e molto probabilmente egli conosce l’incipit della Commedia dantesca (“Nel mezzo del cammin di nostra vita”). La sua è dunque un’affermazione che vuole cancellare ben quattro lustri di vita e pensiero: sia i primi due, che siamo soliti chiamare infanzia, sia il terzo lustro che coincide grosso modo con la pubertà, quindi i teenage years. L’adolescenza non coincide con la pubertà, ma ne è il prolungamento via complicazione psicopatologica. E Dostoevskij, scrivendo il romanzo in prima persona, ci introduce come meglio non si potrebbe nel vivo del pensiero del protagonista, il “giovanottone” Arkadij Dolgorukij. (5)

    L’idea dell’adolescente
    Arkadij coltiva segretamente un’idea e decide di “rifugiarsi” in essa: «La mia idea è di diventare Rothschild. (…) non semplicemente ricco, ma ricco come Rothschild (…) la mia norma principale sarà di non rischiare nulla e la seconda di guadagnare a ogni costo e ogni giorno qualche cosa oltre a quel che spendo per mantenermi, affinché non passi un solo giorno senza ch’io accumuli denaro.»
    Scopo di quest’idea non è l’odio né la vendetta, ma «il più completo isolamento» da tutti, poiché «gli uomini m’avrebbero dato fastidio e m’avrebbero reso spiritualmente irrequieto». Ora, l’isolamento è il medesimo termine che Freud impiega per descrivere il peculiare genere di difesa che contraddistingue la nevrosi ossessiva e coltiva l’ostilità per ogni eccitamento: interessi e passioni, infatti, provengono sempre dalla realtà esterna. (6)
    Ma Arkadij non vuole essere secondo a nessuno: «Fin dalle primissime classi del ginnasio, appena uno dei compagni mi sorpassava o nel sapere o nelle risposte argute o in forza fisica, subito smettevo di aver relazioni e di parlare con lui. Non già che l’odiassi o gli augurassi del male; gli voltavo semplicemente le spalle, poiché tale era la mia indole». Né gli va meglio con il gentil sesso: «sputo sempre quando mi imbatto in una signora. (…) anch’io a tredici anni ho visto la donna completamente nuda, e da allora ne ho provato schifo.»

    NOTE
    1. Adolescenzialismo come adolessenzialismo: l’argomento è trattato da G.B. Contri in L’adolescenza, l’età che non esiste, intervista a cura di L. Ribolini, Vita non profit magazine, 20 agosto 2006, disponibile online in:
    http://www.studiumcartello.it/public/editorupload/documents/Archivio/060820VNP_GBC3.pdf
    e in Giovinezza (2), in Think!, 9 ottobre 2009
    http://www.studiumcartello.it/Public/EditorUpload/Documents/GBC_THINK/091009TH_GBC3.pdf
    Sullo stesso tema: R. Colombo, L’adolescenza: l’invenzione di un’età di mezzo, Child 1, Sic Edizioni, 1999, reperibile anche online:
    http://www.studiumcartello.it/Public/EditorUpload/Documents/ENCICLOPEDIA_VARIE/9905CH1_RC3.pdf
    2. Importanti aspetti del lavoro intellettuale e della vita quotidiana dello scrittore sono narrati in: A. Dostoevskaja, Dostoevskij mio marito, A. Milazzo Lipschütz, Bompiani, 2006. Mi piacerebbe riprenderlo e commentarlo.
    3. Per la trama del romanzo, in sé quasi incontenibile, rinvio a
    http://it.wikipedia.org/wiki/L%27adolescente_%28Dostoevskij%29 e http://www.litterator.it/Libri/Riassunti/L-adolescente.html
    4. Tutte le citazioni del romanzo sono tratte da F. M. Dostoevskij, L’adolescente, trad. di E. A. Kühn, prefazione di A.M. Ripellino, Giulio Einaudi, 1957.
    5. La parola “giovanottone” reca in sé un senso del ridicolo ed è offensiva. Recentemente il dibattito politico italiano ha registrato qualcosa del genere a seguito delle dichiarazioni dei ministri Padoa Schioppa (2007) e Brunetta (2012), che auspicavano l’avvento di una legge in grado di far uscire di casa i “bamboccioni”.
    6. Una posizione del genere attraversa le generazioni: è degli anni sessanta il brano musicale di Simon & Garfunkel I am a Rock: «I have my books and my poetry to protect me / I am shielded in my armor hiding in my room safe within my womb / I touch no-one and no-one touches me / I am a rock I am an island / And the rock feels no pain / And an island never cries.» http://www.testitradotti.it/canzoni/simon-garfunkel/i-am-a-rock

  • Cercasi figlio disperatamente 2 – “Gli sdraiati” di M. Serra

    Né romanzo né saggio, Gli sdraiati di Michele Serra è stato definito «il caso editoriale dell’anno». (1) Uscito nel novembre scorso, in poche settimane ha raggiunto sei edizioni e una tiratura di centosettantamila copie. Accattivante, anzitutto per come è scritto, il libro ha il merito di trattare una questione che interessa tutti.
    Come Moretti (vedi il mio articolo precedente su La stanza del figlio), Serra è un intellettuale influente nel panorama della sinistra italiana, e non ha bisogno di presentazioni. Tra i suoi scritti, segnalo la bella introduzione a I ragazzi di via Pál (2) perché rivela bene la cifra del percorso intellettuale di Serra (classe 1954): la sincera preoccupazione per la netta e forse irreparabile separazione tra adulti e adolescenti. Del resto, il fascino che l’adolescenza esercita su tutti, sinistra compresa, data da più di un secolo (penso a L’adolescente di Dostoevskij, 1875), e uscirne non è impresa da poco.
    Per comprendere il successo de Gli sdraiati, e scoprirne i pregi come pure il punto debole, occorre lasciar cadere quegli stereotipi che una volta erano detti “steccati” (comunisti da una parte e cattolici dall’altra). Partiamo dal costatare che intorno a questo libro si è subito levato un nutrito coro di commentatori, illustri e non, che gli hanno tributato elogi su elogi. Lerner, Recalcati, Fazio e Littizzetto e molti altri rappresentano la voce della cultura. (3) Sulla scorta di Freud ci si può chiedere: quale cultura?

    Gli «sdraiati», questi sconosciuti
    Con questo epiteto Serra non solo designa, ma motteggia e sferza i giovani di oggi, continuamente distesi sul divano e intenti a navigare, twittare, postare, messaggiare, cliccare, sordi e restii ad ogni invito a lasciarsi provocare dalla realtà circostante, avvolti come sono da un cloud telematico che, mentre sembra connetterli all’universo intero, li rende inaccessibili. (4)
    In poco più di cento pagine molti sono gli spunti gustosi e tre i filoni che si avvicendano.
    Il primo è un insieme di quadretti che, mentre descrivono i giovani in modo impietoso, rivelano il risentimento di un padre che perde terreno nei loro confronti. Sia che inviti il figlio a vendemmiare, sia che venga intercettato da un tale che si presenta come «il tatuatore di suo figlio», egli vede confermato ciò che ha già intuito: come padre e come educatore, è un perdente.
    Altro filone: la fantasia delirante di una guerra prossima ventura, la Grande Guerra Finale tra Vecchi e Giovani. Lo scontro planetario terminerà nel 2054 con la vittoria dei Giovani, grazie al tradimento di tal Brenno Alzheimer (nomen omen), comandante in capo dei Vecchi.
    Il terzo filone, disseminato qua e là, è una specie di antifona che scandisce il ritmo a tutto il libro: è il reiterato e patetico appello perché il figlio dica finalmente di sì ad un’escursione in montagna insieme al padre. Come non accorgersi che questi si presenta come una presenza asfissiante? Il figlio ha le sue ragioni se non vuole seguirlo: tutto qui, il desiderio del padre nei suoi confronti? Abramo intendeva sacrificare Isacco a Jahvè, ma Serra a chi o a che cosa lo sacrifica? Come il padre interpretato da Moretti nel suo film, anche Serra non vuole che il figlio vada per suo conto. Che angoscia, che stress!

    Entrando in un «negozio di felpe»…
    E’ il capitolo più riuscito. «Non è un normale negozio», scrive Serra. Polan&Doompy, sigla fittizia del negozio in cui è riconoscibilissimo il brand Abercrombie&Fitch, è un vero e proprio tempio. Avendolo visitato anch’io poco dopo l’apertura a Milano, riconosco che Serra ha ragione. L’architettura e il design, decisamente più spinti rispetto ad altre catene commerciali internazionali come Hard Rock, Apple o Harley Davidson – lascia letteralmente disorientati. Serra se la prende con «l’avvilente massificazione dei consumi», ma simili luoghi non sono il parto di irrazionali tendenze giovanili, bensì il trend del capitalismo adulto di oggi. Con alcuni antecedenti illustri: nell’Ottocento nacquero i passages di Parigi, precursori degli odierni centri commerciali e analizzati in lungo e in largo da Walter Benjamin; (5) nel Novecento fu la volta delle stazioni di benzina progettate da Frank Lloyd Wright per celebrare il nuovo stile di vita americano, inebriato dalla ricchezza dei giacimenti petroliferi.
    Oggi, Abercrombie&Fitch assolda come commessi aitanti modelli “palestrati”. E il gioco è fatto. Di qui l’avvento e l’incarnazione dei nuovi dèi, venerati da una moltitudine di fedeli e aspiranti: il lessico di Serra sembra, anzi è mutuato da quello delle organizzazioni cattoliche giovanili.

    Narcisismo?
    «Se si discute ancora tanto di Narciso (…) è perché amare solo se stesso gli impediva di amare un altro». Acuto giudizio, come il successivo, che Serra attribuisce ad «una improbabile guida» di Pompei di fronte all’affresco di Narciso: il «bellissimo giovane che vedendo la sua immagine riflessa in uno specchio d’acqua volle baciarla, si buttò e morì annegato. Insomma: uno scemo totale». E conclude: «Dal punto di vista psicoanalitico non saprei dire; dal punto di vista tecnico il giudizio è ineccepibile.» (6) Io freudiano rispondo: ineccepibile, ben detto! Eppure la sua accusa non centra il punto: ogni impresa che produca un reddito fa economia, e per ciò stesso non può essere tacciata di narcisismo.
    Spiace che il capitolo del tempio delle felpe termini con una fantasia di tenore sodomitico, solo apparentemente debitrice dell’infantile «giocare al dottore»: l’idea di fare innamorare qualcuno in quel certo modo rivela un’opinione scorretta e bieca del corteggiamento. Infatti egli rinuncia del tutto al moto del parlare, che invece segnerebbe la fine del narcisismo e l’avvio del legame con l’altro.

    L’amore platonico per il figlio
    Il commento porterebbe lontano. Conosco il caso di un uomo che, pur avendo acquistato il libro, non si è ancora deciso a leggerlo: teme infatti di ritrovarvi la quota-parte di innamoramento che compone il proprio affetto per il figlio ventenne. La “cornice” del libro è tutta maschile – lo dichiara l’Autore stesso – e colpisce l’assenza totale di qualsiasi legame uomo-donna. A Serra non resta altra strada che l’alienazione dell’amante tutto dedito al giovane amato che non lo contraccambia. Lo mostra bene l’incipit del libro: «Ma dove c…o sei? Ti ho telefonato almeno quattro volte, non rispondi mai.» E’ quella che chiamerei una variante del Simposio di Platone. In effetti, il punto di vista di Serra è propriamente platonico: osservazione che non mi risulta sia stata fatta. Storicizzando, non ci vuole molto a riconoscere in questi padri il senso di colpa per avere contestato-combattuto i propri padri nel ’68. Ne consegue una cecità: Serra reclama il figlio come fosse un oggetto smarrito, ma proprio per questo motivo non riesce a vedere, ad esempio nel disordine della camera del giovane, la provocazione e l’appello che questi gli rivolge.

    Come uscirne?
    Un suggerimento può venire dall’episodio del ritrovamento di Gesù dodicenne nel tempio. (7) La sua risposta ai genitori è sbalorditiva: «Perché mi cercavate? Non sapevate che io devo occuparmi delle cose di mio Padre?». (8) Un brano certamente ostico: la predicazione menziona il più delle volte solo il finale in cui il giovane, tornato a casa, «stava sottomesso» ai genitori e «cresceva in sapienza, età e grazia». Eppure l’episodio fu considerato degno di nota dagli estensori dei vangeli.
    L’allontanarsi dalla carovana senza chiedere permessi esemplifica bene tutto lo schiudersi di un orizzonte nel pensiero di un ragazzino ormai pronto per il Bar mitzvah. Con questa cerimonia, ancora oggi un bambino ebreo diviene imputabile a tutti gli effetti di fronte alla legge e da quel momento può partecipare alla vita della comunità degli adulti.
    La secca risposta di Gesù dodicenne corregge dunque la flessione educativa contenuta nel rimprovero dei genitori.
    Ho menzionato questo episodio perché mostra la migliore tenuta del rapporto padre-figlio nella cultura ebraica rispetto a quella greca, così impregnata di omosessualità. Più in generale, chiunque può ritrovarsi anche oggi nella posizione di Miriam e Joseph, e come loro sorprendersi quando i figli mostrano di possedere un loro criterio e una loro bussola. Interessanti, questi giovani! siano essi eretti o sdraiati.

    NOTE
    1. M. Serra, Gli sdraiati, Feltrinelli, novembre 2013.
    2. F. Molnár, I ragazzi di via Pál, introduzione di M. Serra, traduzione e cura di R. Borrelli, Feltrinelli, 1992. Il celebre romanzo uscì a puntate su un settimanale di Budapest nel 1907.
    3. Tra i molti contributi, segnalo solo due video reperibile sul web:
    Gad Lerner, http://www.youtube.com/watch?v=nPIUG8FkBoo
    l’intervista-fiume di L. Littizzetto a M. Serra, http://www.youtube.com/watch?v=nK4b8wAFLng
    4. Sul medesimo argomento segnalo un libro originale e intrigante della scrittrice spagnola Remedios Zafra: Sempre connessi. Spazi virtuali e costruzione dell’io. Presentazione di B. Tobagi, Giunti Editore, 2012.
    5. W. Benjamin, I «passages» di Parigi; con contributi di E. Ganni e a cura di R. Tiedemann, Einaudi, 2010. Rinvio anche al ricco saggio di F. Desideri Teologia dell’inferno. Walter Benjamin e il feticismo moderno, in: Figure del feticismo, a cura di S. Mistura, Einaudi 2001, pagg. 175-196.
    6. M. Serra, Gli sdraiati, pag. 67.
    7. «Dopo tre giorni lo trovarono nel tempio, seduto in mezzo ai dottori, mentre li ascoltava e li interrogava. E tutti quelli che lo udivano erano pieni di stupore per la sua intelligenza e per le sue risposte. Al vederlo restarono stupiti e sua madre gli disse: “Figlio, perché ci hai fatto così? Ecco, tuo padre ed io, angosciati, ti cercavamo”». (Luca II, 46-48).
    8. «Io sono qui per una ragione alla quale non vi vedo adeguati»: così G.B. Contri nel suo commento a questo episodio in: La Decisione (II), in: SanVoltaire. Incontri e scontri di un freudiano dopo Lacan, Guaraldi, 1994, pag. 157. http://www.giacomocontri.it/TESTI%20CONTRI/SAN%20VOLTAIRE%20PDF%201.pdf

  • Cercasi figlio disperatamente. Ricordando «La stanza del figlio» di N. Moretti

    Poco più di dieci anni fa Nanni Moretti (con il film La stanza del figlio) e ora Michele Serra (con il libro Gli sdraiati) rappresentano, sia pure in modi diversi, la figura di un padre alla disperata ricerca del rapporto con il figlio. Due enormi successi di critica e di pubblico: accostarli può essere utile. E’ ciò che mi propongo di fare in questa pagina (1) e in quella del mese prossimo. Ai lettori che non lo conoscessero, suggerisco di vedere il film prima di leggere l’articolo, oppure di rileggere quest’ultimo dopo averlo visto, così da non perdere la pregnanza di alcuni dettagli.
    In una puntata della trasmissione Che tempo che fa, (2) Fabio Fazio intervista Nanni Moretti ed esordisce riportando a sorpresa un giudizio molto severo dato dall’ospite che l’aveva preceduto, l’ebreo ultranovantenne Stephen Hessel (3): «La sinistra è triste dappertutto». E Moretti replica: «Non ho capito se questo è inevitabile o se è una costatazione, ma di questo parleremo in un’altra occasione.» Quel breve scambio, fuori da ogni copione, fornisce una chiave importante per comprendere il nostro tema.
    Non conosco l’intera produzione cinematografica di Moretti, ma gli riconosco l’ambizione – non comune – di esercitare una costante attenzione ai legami sociali oggi esistenti. Nei suoi film ha processato realtà tra loro diverse e rilevanti: la sinistra italiana, la chiesa cattolica e la psicoanalisi. A mio avviso, è il suo merito principale. Anche se si può imputare a Moretti una certa supponenza, questo merito gli va riconosciuto.
    La stanza del figlio (2001) fu un grande successo e ottenne diversi riconoscimenti, tra cui la Palma d’oro a Cannes. L’operazione culturale voluta dal regista era centrata sul celebrare il dolore per il lutto forse più straziante: la morte di un figlio in giovane età. Non solo: egli volle fare di questo dolore il test per eccellenza della professione psicoanalitica, fino al paradosso della sua implosione. (4) Ma l’operazione non convince del tutto: vedremo perché.
    Nel film, la stanza con cui ha a che fare questo padre è mostrata vuota dopo la morte del secondogenito. Ma anche l’altra stanza, quella che oggi usa chiamare “la stanza d’analisi” è vuota fin dall’inizio, fino alla logica e conseguente decisione di “chiudere bottega”. La stanza vuota è dunque un feticcio, e le esequie celebrate dal film sono anzitutto quelle del figlio, prima ancora che di quel figlio. Sembra che Moretti abbia concepito una specie di figlicidio, forse la forma più evoluta e attuale del parricidio. La figura del padre che egli mette in scena sembra avocare a sé, e a sé soltanto, la capacità di disegnare l’orizzonte dei valori, degli interessi e perfino dei gusti del figlio. Con quanta consapevolezza, non saprei dire.
    Se non ci lasciamo distogliere dall’esibizione del dolore davanti al feretro, ci accorgiamo che il tema del lutto offre una debole e ideologica copertura alla melanconia, che invece già covava nel protagonista e nella sua “nuclearissima” famiglia: non un amico, né un collega, né qualcuno con cui parlare. In questo modo ultima parola è lasciata alla patologia, qui rappresentata come coincidente con l’esistenza stessa. Lo dice bene quel paziente che, ossessionato dal pensiero del suicidio, esclama: «Vorrei piangere tutta la vita!» A ben vedere, quello di Moretti non è un divano granché comodo, se i suoi pazienti non vedono l’ora di lasciarlo; e non si può certo dire che lo psicoanalista stia più comodo nella sua poltroncina che sembra appena uscita dall’IKEA.
    I dettagli sono importanti: se giacca e cravatta non sono, o non sono più, l’abito del moderno curatore d’anime, (5) allora perché indossarle quando si viene convocati dal preside? Viene il dubbio che le camicie a scacchi e i pullover a girocollo di Moretti siano un modo per nascondere ai pazienti e al pubblico il fatto che guarire dalla psicopatologia, come pure generare un figlio, comportano un lusso cui Moretti non accede. Non stupisce quindi che non abbia mai la risposta pronta di fronte alle provocazioni dei suoi pazienti. Ci vuole altro per tenere testa alla patologia!
    Fin qui, il cedimento nella vita professionale del protagonista, che chiude lo studio perché non è più capace di mantenere la “giusta distanza” dai suoi pazienti. Quasi venticinque anni trascorsi dietro il divano mi consentono di prendere le distanze da questa autogiustificazione, che peraltro fa leva su un argomento trito e ritrito: ma quale “giusta distanza”? Piuttosto, è stanco di continuare a tenerli a distanza! Chi conosce qualcosa della psicoanalisi, anche solo attraverso la divulgazione, sa che uno psicoanalista non effettua visite domiciliari, mentre qui il protagonista si precipita a casa del suo paziente correndo dietro alle sirene dell’angoscia e del dolore.
    Ma anche nella sua vita personale le cose non vanno affatto bene: voltate le spalle alla mitica Nutella di altri tempi, (6) il mangiare è maltrattato a colpi di sottilette e crosta di pane, in autarchica solitudine. Magistrale rappresentazione dell’anoressia: essa riguarda sì il mangiare, ma anche il parlare, per non dire l’improbabile fare l’amore con la bella moglie (Laura Morante, bravissima, più che nei film precedenti). (7)
    Nonostante, o invece a causa dei suoi limiti, il film resta un’ottima occasione per addentrarci nella distinzione tra il lutto e la melanconia. Il breve saggio di Freud del 1917 (8) è una lezione dal valore inestimabile, eppure nei decenni è rimasta pressoché inascoltata.
    Quando capita un lutto, padre è quel tale che per primo apparecchia un po’ la tavola forzandosi amorosamente di mettere qualcosa sotto i denti insieme a chi è stato colpito dal medesimo lutto. Ma sarà capace di farlo solo se in lui l’obiezione a che la vita continui non è l’ultima parola. E proprio un tale umanissimo atto risulta impossibile se tutta la vita è già impostata perché niente si muova o accada. E’ il caso del Moretti-pensiero. Tutta una serie di indizi ci dice che per Moretti il tempo si è fermato a quegli anni formidabili. (9) Lo dimostra il fatto che nel film, ambientato e realizzato nell’anno 2001, non trova posto neanche un cellulare.
    La questione, a mio avviso, è: che cosa, o chi, ci vuole perché la melanconia non sia lei a dire l’ultima blasfema parola, offendendo anche l’umanissima esperienza del lutto? Questo, Moretti, pur bravissimo, non sa o non vuole dirlo.

    NOTE
    1. Questo articolo rielabora la mia recensione del film di Moretti pubblicata sul settimanale Vita il 22 aprile 2001 con il titolo La stanza senza il figlio.
    2. L’intervista andò in onda in occasione dell’uscita nelle sale del film di Moretti Habemus Papam (aprile 2011).
    3. Stéphane Hessel (1917-2013), scrittore tedesco naturalizzato francese, si distinse per il suo costante impegno politico. Nel 2010 scrisse il pamphlet Indignez-vous! (Indignatevi!), il cui successo mondiale contribuì al movimento degli Indignados.
    4. Il tema del dolore e della provocazione che esso rappresenta, non soltanto per chi lavora come psicoterapeuta o psicoanalista, è attualissimo. Lo dimostra il fatto che l’ultimo Congresso dell’IPA (International Psychoanalytical Association), tenutosi a Praga nell’agosto scorso, è stato interamente dedicato a questo. Il titolo era Facing the Pain, affrontare il dolore.
    5. “Curatore d’anime laico” è un’espressione che Sigmund Freud usa in una lettera al Pastore Oscar Pfister (25 novembre 1928): «Non so se Lei ha colto il legame segreto tra l’Analisi laica e l’Illusione. Nella prima voglio mettere l’analisi al riparo dai medici, nell’altra dai preti. Vorrei consegnarla a un ceppo che non esiste ancora: un ceppo di curatori d’anime mondani che non hanno bisogno di essere medici e si possono permettere di non essere preti.» (trad. di G.B. Contri),
    6. Molto nota la scena del gigantesco barattolo di Nutella nel film Bianca (1984).
    7. «Un Moretti focoso fra le lenzuola non lo riconosciamo», scrive Andrea Peresano sul sito Cinema del silenzio, http://www.cinemadelsilenzio.it/index.php?mod=film&id=2100 Aggiungo: qualcuno ha detto post coitum anima tristis. Ma quando ciò è vero, non c’entra il lutto. E la breve scena in cui Moretti si accosta alla Morante per fare l’amore è tristanzuola e pornografica, ben prima dell’evento luttuoso, proprio per il fatto che i due restano vestiti!
    7. S. Freud, Lutto e melanconia, OSF, Bollati Boringhieri, vol. VIII.
    8. M. Capanna, Formidabili quegli anni, Rizzoli, 1988.