Venerdì 17 aprile 2026 alle ore 21 presso il CMC (Centro Culturale di Milano) Largo Corsia dei Servi, 4
«In questi ultimi anni sembra crescere una ostilità quasi forsennata nei confronti di Freud»: così scriveva nel 1998 Michele Ranchetti (1925-2008), appassionato studioso di storia della psicoanalisi e professore di storia della chiesa, legato a Giacomo Contri da profonda stima e amicizia. Anni prima, Jacques Lacan ammoniva: «Un giorno, amici miei, dovremo dimostrare persino l’esistenza di Freud!»
Giudizi severi e ancora attuali: quasi nessuno sa più niente di Freud, mentre la psicoanalisi è bandita dai percorsi di formazione dei giovani che si avviano alle professioni ‘psico’.
Nello storico studio di Freud a Vienna, Berggasse 19, il visitatore può notare ancora oggi le porte che separano la sala d’attesa dalla stanza di analisi: le doppie ante, foderate di velluto, dovevano proteggere da orecchi indiscreti quel che veniva detto nel corso delle sedute. All’epoca, gran parte della popolazione non aveva nemmeno il bagno in casa. Chi si recava dal professor Freud, viaggiando in carrozza o in treno – vagoni dei primi del Novecento – non poteva non sentirsi onorato nel trascorrere un’ora con quel signore serio e occhialuto, con il sigaro sempre in mano. Lavorare su un sogno o soffermarsi su un lapsus era per quei primi pazienti una nuova via per scoprire e ricapitolare i propri affetti e pensieri in affanno.
Con lo spettacolo Father & Freud vogliamo rappresentare il filo rosso di quell’avventura del pensiero, tuttora possibile a distanza di un secolo.
Inoltre, porteremo in scena per la prima volta una pagina poco nota della vita di Freud: il suo viaggio ad Atene (1904), lo stupore di fronte alla bellezza dell’Acropoli e quel che ne scrisse più di trent’anni dopo nella lettera a Romain Rolland. Quel che gli accadde quel giorno portò una nuova luce sul tema che è da sempre il cuore della riflessione filosofica e psicoanalitica: il rapporto con il padre. Nel lavoro quotidiano dietro il divano noi analisti constatiamo che molte sedute dei nostri pazienti ruotano intorno alla medesima questione.
Grazie al CMC, Father & Freud torna a Milano dopo diverse repliche in città italiane e al Freud Museum di Londra, dove la famiglia Freud trovò rifugio fuggendo da Vienna occupata dai nazisti. In Father & Freud, i Colleghi e i non addetti ai lavori troveranno un Freud amico del pensiero.
“Schiacciato dal padre che lo vuole musicista di successo, il giovane David Helfgott intraprende lo studio del pianoforte con un’ossessione che lo porterà al collasso nervoso e all’internamento psichiatrico” (Mereghetti). Troverà una via di uscita, nonché una “sistemazione” della propria patologia, nel matrimonio con l’astrologa Gillian Murray.
Un biopic di successo, cui hanno collaborato il pianista Helfgott e sua moglie.
Geoffrey Rush vinse l’Oscar come migliore attore protagonista. L’interpretazione di Noah Taylor (David adolescente), non è di minor valore.
La storia di Helfgott e del suo rapporto con il padre può essere accostata a quella di Daniel Paul Schreber, il Presidente della Corte d’Appello di Dresda vissuto a cavallo di ‘800 e ‘900, cui Freud dedicò un saggio decisivo e insuperato circa l’interpretazione della paranoia.
Sarà con noi Barbara Sorrentini, giornalista di Radio Popolare e Direttrice artistica del Festival dei beni confiscati alle mafie.
INFO MIC, Viale Fulvio Testi 121 (MM5 Bicocca) Milano, 23 marzo 2017. La proiezione avrà inizio alle 20.30. Raccomando di arrivare alle 20.15. I posti sono limitati. La prenotazione è obbligatoria. Se è interessata/o, invii al più presto l’adesione all’indirizzo alcinemaconfreud@glaucomariagenga.it. Riceverà conferma via email. È gradito un contributo alle spese a partire da 5 euro.
In un articolo pubblicato nel novembre scorso sul suo blog Think!, Giacomo Contri torna a scrivere della «Trinità, di cui nessuno parla mai eppure il cristianesimo è tutto lì: una combine razionale e giuridica trattandosi di tre persone distinte e operativamente correlate, almeno nella versione cattolica (“procedit”) che resta incompiuta. […] Lo psicoanalista che sono, o meglio il pensante freudiano che sono, non può non osservare la seguente evidenza: tra quei tre (non due, Padre-Figlio) si produce una legislazione tale da non dare luogo al disastro legale descritto da Freud nella povera dualità Padre-Figlio, con inconsistenza paterna e parricidio filiale, sotto gli occhi impietosi delle spettatrici, non sedotte ma abbandonate.»[1]
Mi sono detto: ecco una pietra miliare per l’inchiesta che ho iniziato qualche anno fa in questa rubrica. Siamo di fronte ad un’idea nuova, chiara e distinta come quelle che piacevano a René Descartes: il tema del rapporto padre-figlio va preso viaTrinità, affinché non siauno sfacelo (Zerstörung è la parola usata da Freud per indicare il destino del complesso edipico nella patologia).
Un passo avanti, certo, a condizione di comprendere e assumere la definizione che Contri propone della terza persona della Trinità. Intrigante.
Papa Francesco
Appena ho letto le righe riportate sopra, il mio pensiero è andato alla breve omelia che Papa Francesco ha pronunciato nella cappella di Santa Marta nel maggio scorso: «Ma noi, nella nostra vita, abbiamo nel nostro cuore lo Spirito Santo come un ‘prigioniero di lusso’: non lasciamo che ci spinga, non lasciamo che ci muova. Fa tutto, sa tutto, sa ricordarci cosa ha detto Gesù, sa spiegarci le cose di Gesù. Soltanto – lo Spirito Santo – non sa fare una cosa: cristiani da salotto. Questo non lo sa fare! Non sa fare ‘cristiani virtuali’ ma non virtuosi. Lui fa cristiani reali, Lui prende la vita reale così com’è, con la profezia del leggere i segni dei tempi e ci porta avanti così. E’ il grande prigioniero del nostro cuore. Diciamo: “E’ la terza Persona della Trinità” e finiamo lì…».[2]
L’omelia – poco più di due minuti stando a quel che ho trovato sul web – è stata riportata da L’Osservatore Romano e dal sito del Vaticano con un azzeccatissimo titolo redazionale: “Perfetto sconosciuto”. Certo con l’assenso del Papa il quale, non essendo nato ieri, è consapevole di questa ignoranza in casa propria.
Eugenio Scalfari
Interessante anche l’articolo “Lo Spirito Santo nella mente del laico”, con cui l’inossidabile fondatore de la Repubblica ha subito ripreso quel titolo, chiedendosi: «Chi è costui? Fa parte del nostro mondo? O soltanto di quello dei credenti? Il tema è fondamentale per gli uni ed anche per gli altri ed è lo Spirito Santo che fa parte del mistero trinitario.»[3]
Da eccellente comunicatore qual è, Scalfari dedica la prima metà dell’articolo ad illustrare i termini della questione. Il suo è un laico bigino ad usum dei non credenti, ma anche di quei credenti divenuti “analfabeti di ritorno” in materia di dottrina cattolica.[4] Ma poi, di fatto, non risponde all’interrogativo che pure intende rilanciare (“che cosa fa lo Spirito Santo?”). E il seguito dell’articolo è assai più debole della prima parte, limitandosi a noterelle antropologiche: niente di nuovo sotto il sole.
Giacomo B. Contri
Giacomo Contri propone di intendere quel “perfetto sconosciuto” come il profitto… in persona.[5]
Già diversi anni fa aveva accostato questo stesso tema, commentando le righe con cui l’evangelista Luca, poco prima del Nunc dimittis, presenta Simeone: «uno che non ha altro desiderio o ambizione (prosdekòmenos: in attesa) che la mobilitazione in libertà (paràklesin) del popolo privilegiato (Israel); una proprietà – quella di un tale desiderio – associata a quella dell’avere l’assistenza intellettuale del Mobilitatore per eccellenza, chiamato “Santo Spirito”. (…) Quanto al tradurre paràklesis con “consolazione” – la successiva tradizione linguistica cristiana chiamerà il Santo Spirito appunto “Paràclito” tradotto “Consolatore” -, non trovo da ridire, di consolazione abbiamo bisogno: ma non si tratta di statica e inefficace consolazione, un buffetto o magari abbraccio divino, perché parakaléin significa chiamare, far venire, eccitare, stimolare, incoraggiare, insomma mobilitare, mettere in movimento.».[6]
Papa Francesco, nell’omelia citata, afferma: «Lo Spirito Santo è quello che muove la Chiesa, è quello che lavora nella Chiesa».
L’idea nuova con cui ho iniziato questa pagina sta nell’intendere il rapporto tra Padre e Figlio (nessuna differenza se scrivo “tra padre e figlio”) come partnership volta al profitto.
E profitto è sinonimo di guadagno, vantaggio, incremento, beneficio, da qualsiasi parte lo si prenda: materiale, intellettuale, affettiva, etc.
Viene così smascherata la menzogna insita nella filosofia esistenzialistica: mi riferisco al celebre aforisma di Sartre «L’enfer, c’est les autres», l’inferno sono gli altri.
Con Giacomo Contri faccio mia la lezione di Freud, al cui riguardo restava da esplicitare come il principio di piacere sia esso stesso principio di guadagno. «Il partner è la condizione del profitto; l’amore è la partnership per avere l’Altro come mezzo.» Fino al punto di rifiutare di «discorrere di Dio se non è una questione unica con l’esistenza del partner, e innanzitutto di quella partnership a gittata universale che è la relazione Uomo&Donna.»[7]
In Father & Son provo a lavorare in questa direzione. Se con profitto, sta ai lettori giudicare.
[4] A dire il vero, mi pare vi sia più dottrina nelle pagine di Scalfari che neanche nel Breviario del cardinale Ravasi su La Domenica del Sole 24 Ore, nelle cui righe la Trinità – se non erro – non viene mai menzionata come tale. Se io fossi il Papa, potrei pensare (sit venia verbis) di offrire quel dicastero a Scalfari (per farlo, però, dovrei prima perdonargli l’errore di avere chiamato sinottici, anziché canonici, i quattro vangeli: La Repubblica, 24 dicembre 2016).
Regia di Christian Carion, con Diane Kruger, Benno Fürmann, Guillame Canet, Gary Lewis, Dany Boon; Francia, Belgio (Germania, Gran Bretagna, 2005, col., 116’)
«Non dobbiamo avere paura della verità. Senza la verità, senza la ricerca storica, la memoria sarebbe destinata a impallidire. Il conflitto 1914-1918 fu una tragedia immane che poteva essere evitata.» (Sergio Mattarella, 24 maggio 2015).
Solo negli ultimi decenni è stata riconosciuta l’importanza dei fatti verificatisi nelle trincee del fronte occidentale: le tregue non ufficiali, prima fra tutte quella della vigilia del Natale 1914.
Joyeux Noël, film onesto e coinvolgente, ci invita a riflettere su che cosa è un appuntamento, oggi come allora in bilico tra pace e guerra.
Sarà con noi Beppe Musicco, giornalista e critico cinematografico, presidente di Sentieri del Cinema. Dopo il film, potremo brindare o cenare insieme presso l’Osteria del Cinema.
Info (leggere con attenzione) La proiezione avrà inizio alle 20. L’ingresso è gratuito, la prenotazione è obbligatoria. E’ gradito un contributo libero alle spese. Raccomando di arrivare qualche minuto prima delle 20. Se è interessata/o, invii al più presto un’email all’indirizzo: gmg-cinema@glaucomariagenga.it.
«We must not be afraid of the truth. Without the truth and without historical research, the memory would be destined to fade. The 1914-1918 war was a terrible tragedy, which could have been avoided». (Sergio Mattarella, May 24th 2015). Only in recent decades, the importance of the facts that occurred in the trenches of the Western Front was recognized: the unofficial truces, first and foremost the one on Christmas Eve 1914. Joyeux Noël, though perhaps not a masterpiece, but compelling nonetheless, invites us to reflect on the meaning of an appointment, which continues to remain hanging in the balance between peace and war.
«On ne doit pas avoir peur de la vérité. Sans la vérité, sans la recherche historique, la mémoire serait destinée à pâlir. La guerre 1914-18 fut une énorme tragédie qui pouvait être évitée». (Sergio Mattarella, 24 mai 2015). Seulement dans les dernières décennies on a reconnue l’importance des faits qui se sont vérifiés sur le front occidental: les trêves non officielles, avant tout celle de la veille de Noël 1914. Joyeux Noël, film honnête et prenant, nous invite à réfléchir sur la réalité du rendez-vous, aujourd’hui comme alors oscillant entre la paix e la guerre.
«Wir müssen keine Angst vor der Wahrheit haben. Ohne die Wahrheit, ohne die historische Forschung, wäre die Erinnerung zum Verblassen verurteilt. Der Krieg von 1914-1918 war eine schreckliche Tragödie, die hätte vermieden werden können.» (Sergio Mattarella, 24. Mai 2015). Erst in den letzten Jahrzehnten ist die Bedeutung der Vorfälle in den Schützengräben der Westfront anerkannt worden, welche unter dem Namen Weihnachstfrieden bekannt wurden. Joyeux Noël, ein ehrlicher und mitreißender Film, lädt uns ein, darüber nachzudenken, was eine Verabredung bedeutet, damals wie heute.
Sobrio e allo stesso tempo avvincente, il film «combina resoconto documentario (con commoventi spezzoni finali, anche della storica marcia su Washington del ’63) e racconto intimo dei travagli personali dei personaggi, facendoci sentire fisicamente la loro paura nel farsi parte della storia e rendendo contemporanea una vicenda a noi cronologicamente lontana». (Paola Casella)
«Quando domenica 7 marzo 1965 i manifestanti arrivarono alla fine dell’Edmund Pettus Bridge, la polizia, schierata in assetto da battaglia, senza alcuna provocazione caricò violentemente uomini, donne, vecchi e bambini, lasciando al suolo un morto e oltre 50 feriti. La “Bloody Sunday” di Selma fu portata dalla tv in tutte le case americane e l’indignazione che salì nel paese fece sì che alla marcia successiva ci fossero persone di ogni religione e colore.» (Daniela Catelli)
Un efficace ritratto di Martin Luther King Jr., in uno dei momenti salienti del suo impegno civile e politico: le marce organizzate in Alabama per rivendicare il diritto al voto dei cittadini afroamericani.
«Barack Obama aveva tre anni all’epoca dei fatti di Selma, che sono ancora oggi ricordati come il “Bloody Sunday” (la domenica di sangue) degli USA. Obama ha conosciuto questa storia dai racconti di sua madre, quando aveva sei o sette anni: “Mi dava da leggere dei libri per bambini sulla lotta per i diritti civili – ha raccontato il presidente Usa – mi metteva delle canzoni di Mahalia Jackson”.» (Repubblica.it, 7 marzo 2015).
«La forza di Selma sta nella capacità di Ava DuVernay di essere andata oltre al mito King, di aver voluto raccontare cosa c’era dietro lo slogan “I have a dream”. (….) Voleva trasformare il personaggio in persona. E ci è riuscita. (Stefania Ulivi, 27esimaora.corriere.it.)
Vederlo – o rivederlo – sarà l’occasione per ripensare al rapporto tra individuo e società nel suo insieme. Ecco le parole con cui Freud si definisce pacifista nella lettera ad Einstein del 1932 (Perché la guerra?):
«Orbene, poiché la guerra contraddice nel modo più stridente a tutto l’atteggiamento psichico che ci è imposto dal processo di incivilimento, dobbiamo necessariamente ribellarci contro di essa: semplicemente non la sopportiamo più; non si tratta soltanto di un rifiuto intellettuale e affettivo, per noi pacifisti si tratta di un’intolleranza costituzionale, di una idiosincrasia portata, per così dire, al massimo livello. (…) Quanto dovremo aspettare perché anche gli altri diventino pacifisti?»
Per chi volesse approfondire l’argomento, segnalo il mio articolo:
Info (leggere con attenzione) La proiezione è un evento ad inviti. Non vi sono biglietti da acquistare né occorre passare in biglietteria. Chi desidera partecipare può inviarmi il proprio nome e cognome inviandomi un’e-mail (no WhatsApp). Ingresso libero fino ad esaurimento posti, con precedenza a quanti mi avranno inviato l’e-mail. L’accesso alla sala Abadan sarà consentito a partire dalle 19.45. Inizio proiezione alle ore 20.
Nell’aprile scorso, trovandomi ad Atlanta (Georgia) per un congresso, ho avuto l’occasione di imparare qualcosa circa la figura e l’opera di Martin Luther King.[1] Ignoravo che fosse nato ad Atlanta, mentre ricordavo il suo assassinio, il 4 aprile 1968: allora frequentavo la seconda media e l’insegnante di lettere ce ne parlò in classe, come usava fare per i fatti più importanti (la guerra dei sei giorni tra Israele e i Paesi arabi, lo sbarco sulla Luna, etc.: era una buona scuola, la sua).
Penso che oggi in Italia, tranne forse poche eccezioni, non abbiamo un’idea della vastità e drammaticità del problema dell’integrazione razziale negli USA, anche se la sua attualità ci viene riproposta dalle notizie dei fatti di sangue che si susseguono continuamente, fino a questi ultimi giorni.
La casa natale di M.L. King, il ranger e i tre termometri
Il M.L. King National Historic Site fu edificato con denaro delle famiglie King e Kennedy. Vi feci visita con Vaia Tsolas e Michael Civin, psicoanalisti residenti a NY, la loro figlia Ariadne di sette anni, e gli amici e colleghi italiani Gabriella Pediconi e Luca Flabbi. Eravamo pressoché gli unici bianchi in un gruppo di visitatori di colore. La nostra guida era un ranger afroamericano:[2] un omone decisamente sovrappeso che, dopo essersi presentato scherzando sul fatto che si chiamava “Bruce Lee” come il celebre attore campione di kung-fu, si mise a chiedere a ciascuno il nome, il Paese di provenienza e il motivo della visita. Rimanemmo tutti molto colpiti dalla risposta di Michael, il marito di Vaia: «Quando ero bambino, nell’Oregon, i miei genitori dovettero portarmi al pronto soccorso dell’ospedale. Là vidi tre termometri appesi al muro: sotto il primo era scritto “per la temperatura orale”; sotto il secondo “per la temperatura anale” e sotto il terzo “per i negri”. Ne chiesi la ragione ai miei, ma essi non seppero rispondermi in modo soddisfacente. Per questo sono qui.»
Al termine della visita, mentre ci incamminavamo verso il metrò, fummo affiancati da una grossa auto nera: Bruce Lee ci invitava a salire per offrirci un passaggio. Michael sedette al suo fianco e il ranger gli disse: «Quello che hai detto circa i tre termometri, non dimenticarlo mai». E Michael: «Lo porterò sempre con me.» Anch’io, ora.
Il discorso di M.L. King alla Marcia su Washington
M. L. King pronunciò il suo discorso più famoso, I have a dream,[3] davanti al Lincoln Memorial di Washington il 28 agosto 1963, al termine della celebre marcia cui parteciparono circa duecentocinquantamila persone, tra cui molti bianchi e personalità di rilievo. Giustamente definito “storico”, quel discorso è stato studiato e commentato da moltissimi politologi, sociologi, filosofi e linguisti, molti dei quali segnalano il dato che riporterò tra poco.[4] Non tutti, però: è il caso dello psicologo Adam Grant, nella sua conferenza Le abitudini sorprendenti dei pensatori originali, in cui egli tesse le lodi dell’improvvisazione con queste parole:
«Che dire di Martin Luther King, Jr.? La notte prima del più grande discorso della sua vita (…) rimase sveglio fin dopo le tre di notte per riscriverlo. Seduto in mezzo al pubblico in attesa del suo turno per salire sul palco, è ancora intento a scarabocchiare note e cancellare righe. Ma quando sale sul palco parla per undici minuti, poi mette da parte il discorso preparato per pronunciare le quattro parole che hanno cambiato il corso della storia: «Io ho un sogno». Non era nel copione. Rinviando il compito di finalizzare il discorso fino all’ultimo minuto, egli rimase aperto alla più ampia gamma di possibili idee. E siccome il testo non era stato scolpito nella pietra, ebbe la libertà di improvvisare.»[5]
In realtà, M.L. King aveva giù usato la frase ‘I have a dream’ in altri discorsi: essa faceva parte del suo repertorio, era uno slogan per dire il suo progetto politico (idea, più che sogno). Ma perché cambiò quel testo, che pure aveva preparato con i suoi più stretti collaboratori?
Accadde che tra i presenti vi era Mahalia Jackson, la più grande interprete di spirituals, detta “la regina del Gospel”. Era in prima fila, sotto il palco; M.L. King l’aveva già invitata a cantare all’inizio della marcia, e ad un certo punto, mente egli parlava, Mahalia gli gridò: «Digli del sogno, Martin, di’ loro del tuo sogno!». Chi aveva collaborato a redigere il discorso non se ne ebbe a male, si sapeva che Martin Luther e Mahalia erano amici: quando egli tornava stanco da qualche viaggio, capitava che la chiamasse e le chiedesse di cantargli una canzone al telefono.[6]
Vocazione indefettibile, tra amici e nemici
Un episodio merita di essere accostato, per contrasto, a quello appena narrato. Cinque anni prima, il 20 settembre 1958, in una libreria di Harlem, M.L. King stava autografando le copie del suo primo libro appena stampato. Una donna di colore, Izola Ware Curry, gli chiese se egli fosse davvero M.L. King e all’improvviso lo colpì al petto con un tagliacarte affilato. Una donna di colore! La ferita si rivelò grave: la lama si era fermata vicino all’aorta e dovette essere rimossa con un delicato intervento chirurgico. La donna fu poi diagnosticata come paranoica e venne internata in un manicomio criminale. Durante la degenza, M.L. King ricevette molte lettere da tutto il mondo. Gli scrissero, tra gli altri, il Presidente e il Vice-Presidente degli Stati Uniti. Ma ancor più lo colpì la lettera di una bambina bianca di nove anni, la quale si rallegrava che egli fosse salvo; aveva letto che se avesse starnutito mentre aspettava di essere operato, avrebbe potuto morire: «Ti scrivo solo per dirti che sono contenta che non hai starnutito.» Una giovanissima amica dalla pelle bianca: la lettera rappresentò moltissimo per M.L. King, come egli stesso raccontò anni dopo nel suo ultimo discorso, il giorno prima di venire assassinato. Ma, aggiungo, anche la scoperta di avere rischiato la vita per mano di una donna della sua stessa razza – cosa per lui impensabile fino a quel momento – dovette lasciargli una eco profonda. Infatti fu proprio durante la convalescenza che, trovandosi in regime di riposo forzato, egli decise di visitare l’India, come desiderava fare da tempo, avendo studiato Gandhi fin da giovane.[7] Vi andò con la moglie e un amico: «Noi tre eravamo una specie di squadra a tre teste, con sei occhi e sei orecchie per guardare e ascoltare». La partnership era la sua forza.
In un certo senso tutte le personalità pubbliche fanno i conti con il pensiero della propria morte, sapendo di avere a che fare con i nemici della causa alla quale si sono votati, qualunque essa sia. Nel caso di M.L. King, però, questo dato si accentua: anzitutto la causa era proprio la resistenza non violenta, di cui Gandhi era stato il rappresentante più celebre in tutto il mondo (l’India deve a lui l’indipendenza politica); inoltre M.L. King non poteva avere messo in conto l’eventualità di subire un attentato proprio per mano di una donna della sua stessa razza. La psicopatologia è, come si direbbe oggi, trasversale: essa alberga ovunque e trascende i confini razziali, religiosi e politici. Non so quanti, prima o dopo Freud, abbiano osservato e compreso questo dato.
Dunque la decisione di recarsi in India nel febbraio 1959 fu vocazionale in senso proprio:[8] M. L. King cercava altri compagni per far fronte alla propria vulnerabilità: le sue innegabili doti di retore, al confronto, sono assai meno decisive per comprendere le ragioni per cui ancora oggi egli è considerato, non a torto, il più grande “profeta” del XX secolo.[9]
L’appuntamento con il/la partner.
Tornando al discorso del 1963 a Washington, si trattò di improvvisazione, certo, ma solo in quanto M.L. King obbedì al suggerimento che gli veniva, fuori programma, da un’amica. Ma se le cose andarono così, perché la tesi del professor Grant non ha ricevuto obiezioni? Si pensa – a torto – che ciò potrebbe comportare un “abbassamento” della figura del grande oratore di colore,[10] mentre a mio avviso l’episodio ne aumenta senza alcun dubbio la statura.[11]
Ecco che cos’è un appuntamento: in una partnership ciascuno può prendere idee dall’altro. Le buone idee sono eccitamenti per il pensiero e chiamano all’obbedienza, addirittura la esigono. La creatività non c’entra nulla, salvo ripensarne daccapo il concetto.
[1] Martin Luther King Jr. (Atlanta 15 gennaio 1929, 4 aprile 1968) è stato un importante uomo politico statunitense, pastore battista e leader nella lotta per i diritti civili degli afroamericani. Ricevette il Premio Nobel per la pace nel 1964. Egli nacque con il nome di Michael King Jr. Nel 1934 suo padre, Michael King Sr., pastore battista e co-fondatore dell’American Civil Rights Movement, decise di cambiare il proprio nome e quello del figlio maggiore dopo un viaggio in Germania, in cui rimase fortemente impressionato dalla figura del riformatore Martin Luther.
[2] Il Centro, la casa natale, la chiesa battista ed altri edifici sono stati riconosciuti Sito Storico Nazionale e sono amministrati dal National Park Service: https://www.nps.gov/malu/index.htm
[3] Cfr. I have a Dream. Writings and Speeches that changed the World; edited by J.M. Washington, Foreward by Coretta Scott King, HarperCollins Publisher, NY, 1986, 1992.
[5] «What about Martin Luther King, Jr.? The night before the biggest speech of his life, the March on Washington, he was up past 3am, rewriting it. He’s sitting in the audience waiting for his turn to go onstage, and he is still scribbling notes and crossing out lines. When he gets onstage, 11 minutes in, he leaves his prepared remarks to utter four words that changed the course of history: “I have a dream”. That was not in the script. By delaying the task of finalizing the speech until the very last minute, he left himself open to the widest range of possible ideas. And because the text wasn’t set in stone, he had freedom to improvise.» A. Grant, The surprising habits of original thinkers, TED Featured 2016, Filmed Feb 2016, Posted Apr 2016: https://www.ted.com/talks/adam_grant_the_surprising_habits_of_original_thinkers. A. Grant è professore di psicologia dell’organizzazione alla Wharton School of Business, University of Pennsylvania.
[6] La Jackson accettava di incidere dischi soltanto di quel genere di musica, mentre rifiutava qualunque altra proposta. Il suo rapporto con M.L. King è la storia di un’amicizia: un uomo e una donna che lavorano nella stessa direzione.
[7] Per un approfondimento circa il rapporto tra il pensiero di M.L. King e quello di Gandhi, rinvio all’articolo, molto istruttivo e ben documentato, del prof. Enrico Peyretti:“Martin Luther King e Gandhi”, reperibile online a questo link: http://scienzaepace.unipi.it/old/index.php?option=com_content&view=article&id=588:martin-luther-king-e-gandhi&catid=14:pace-e–cammini-di-pace. Cito: “King non entrò mai a far parte di una organizzazione pacifista. Egli scrive ancora: «Dopo aver letto Niebuhr, cercai di arrivare a un pacifismo realistico. In altre parole, giunsi a considerare la posizione pacifista non senza peccato, ma come il minor male nelle attuali circostanze”. (Scienza e Pace, rivista del CISP, Università di Pisa, 8 maggio 2008).
[8] M.L. King scrisse più di una pagina sulla sua idea di vocazione. Per farsi un’idea degli autori e dei concetti che formarono il suo pensiero politico è utile scorrere l’indice del libro citato nella nota 3: vi si trovano molti nomi di filosofi antichi e moderni, oltre che di letterati, teologi e politici.
[9] Dal 1983 la città di New York celebra il terzo lunedì di gennaio il Martin Luther King Day, chiudendo tutte le scuolee promuovendo gesti di impegno civile fra i giovani. Dal 1993 la festività è riconosciuta in tutti gli Stati degli USA. Il recente film Selma – La strada per la libertà (della regista Ava DuVernay, USA, 2014) è un’onesta e toccante ricostruzione delle marce da Selma a Montgomery, grazie alle quali venne riconosciuto il diritto al voto della gente di colore nello Stato dell’Alabama. Nel film compare brevemente il discorso con cui M.L. King accettò il Nobel per la pace nel 1964. Annoto che la regista avrebbe potuto inserire il video originale, disponibile online, a mio avviso molto più efficace rispetto alla ricostruzione cinematografica: http://www.nobelprize.org/mediaplayer/index.php?id=1853
[10] Debbo questa osservazione ad una conversazione con Luca Flabbi, da anni residente negli USA.
[11] Circa il concetto di partnership, Gabriella Pediconi mi ha ricordato che andò così anche tra Freud e Ferenczi, almeno fino ad un certo momento. Quando Freud venne invitato alla Clark University nel 1909, fu accompagnato da Ferenczi e Jung. Ebbene, Freud non preparava niente di scritto di quello che avrebbe detto. Di fatto ogni lezione, scrive il suo biografo Jones, veniva preparata durante una mezz’ora di camminata con Ferenczi. Il loro rapporto, fino a quel momento, era ancora produttivo. Poi Ferenczi se ne ritrasse e Freud non poté che prenderne atto.
Al tema dell’appuntamento è dedicato il Simposio di quest’anno della Società Amici del Pensiero “Sigmund Freud”: http://societaamicidelpensiero.it/wp-content/uploads/Q_2016_2017.pdf
Regia di Stephen Hopkins (Canada, Germania, Francia, 2016) con Stephan James nel ruolo di Jesse Owens
Race è un’ottima occasione per riandare alle recenti Olimpiadi di Rio che ci hanno tenuto compagnia nell’agosto scorso.
Il titolo è azzeccatissimo: race significa gara, competizione, ma anche razza.
Ripercorreremo insieme la storia di Jesse Owens, l’atleta afroamericano vincitore di ben quattro medaglie d’oro alle Olimpiadi di Berlino del 1936, volute da Hitler e Goebbels per celebrare la superiorità della razza ariana.
Il film intreccia molti aspetti drammatici della leggendaria impresa. Forse non li approfondisce tutti in modo esauriente, ma certo ha il pregio di offrirli al grande pubblico.
Un esempio: l’amicizia che il vincitore strinse con l’avversario tedesco, il velocista Luz Long: “Le amicizie nate sul campo durante le gare sono le vere medaglie d’oro in una competizione. I premi col tempo si consumano, mentre le amicizie non si ricoprono di polvere” (Jesse Owens).
Dopo il film seguirà, presso l’Osteria del Cinema, una breve conversazione con il Prof. Antonio La Torre, docente di teorie e metodologia dell’allenamento presso l’Università di Milano e allenatore esperto di atletica leggera
Info (leggere con attenzione) La proiezione è un evento ad inviti. Non vi sono biglietti da acquistare né occorre passare in biglietteria. Chi desidera partecipare può inviarmi il proprio nome e cognome inviandomi un’e-mail (no WhatsApp). Ingresso libero fino ad esaurimento posti, con precedenza a quanti mi avranno inviato l’e-mail. Inizio proiezione ore 19.30 biglietti disponibili direttamente presso la biglietteria, al prezzo di 7 euro. Raccomando la puntualità Inizio proiezione alle ore 20.
L’occasione per riflettere su La lunga estate calda[2] è stata l’aver invitato amici e colleghi al cinema, il mese scorso, per festeggiare il mio sessantesimo compleanno. Ho proposto loro questo film a motivo dell’idea centrale che veicola e nonostante il fatto che lo stile in cui fu realizzato nel 1958 (quasi sessanta anni fa) appaia oggi datato. Tratto da tre opere letterarie di William Faulkner,[3]il film risulta completamente diverso da esse.
L’IDEA CENTRALE…
Procediamo con ordine. Il film mette in scena un passaggio generazionale coronato da successo, in cui un giovane non è figlio in senso biologico, ma diventa erede in forza della posizione che sa guadagnarsi, in un contesto familiare e sociale cui egli inizialmente è del tutto estraneo.
Un cenno alla trama: «Ben Quick, un giovane con un passato di piromane, trova lavoro in una fattoria, conquistando la fiducia del padrone e, dopo qualche schermaglia, l’amore della figlia. Ma il figlio maschio, invidioso del favori paterni, cerca di farlo linciare dalla folla.» (Mereghetti).[4] Immancabile l’happy end: per il cinema classico di quegli anni era d’obbligo. Eppure la semplicità della caratterizzazione dei personaggi è solo apparente: i dialoghi ce li mostrano dotati di una loro vita psichica, o pensiero:
1) Il protagonista Ben Quick, nome ebreo e cognome che significa “svelto”, ha coraggio da vendere, anche nella confessione finale in cui denuncia il falso stereotipo secondo cui le colpe dei padri ricadono sui figli. Per questa interpretazione Paul Newman vinse la Palma d’Oro a Cannes.
2) Il padre-padrone Will Varner (un Orson Welles bizzoso e ingombrante) non è così orso e gretto come può sembrare, e non vede l’ora di associare a sé qualcuno che sappia proseguire e incrementare i suoi affari: possedimenti terrieri, emporio, banca, etc.
3) Sua figlia Clara (Joanne Woodward) aspira all’unico destino che la società riserva a una giovane ventitreenne con un cognome importante, eppure non acconsente a sposare l’uomo cui il padre vuole maritarla finché il giovane non si mostra capace di compiere una mossa libera nei suoi confronti e tenere testa al “vecchio”.
4) Jody Varner (Anthony Franciosa), il figlio, è meno rapa di quel che sembra, mentre patisce la concorrenza del nuovo arrivato fino a nutrire un pensiero omicida e parricida. Si riavrà in tempo, per tornare dalla sua bella Eula (Lee Remick).
Il titolo, La lunga estate calda, allude sia alla fama di piromane da cui Quick tarda a liberarsi, sia alle pretese insopprimibili della vita sessuale, che in ciascuno dei protagonisti stenta a trovare una via soddisfacente.
Quanto al romanzo da cui il film è tratto (The Hamlet), è sorprendente come il titolo (in italiano: villaggio o frazione) richiami invece il Principe di Danimarca, Amleto. Non so nulla circa la scelta shakespeariana del nome Hamlet, ma certo Faulkner, e poi gli sceneggiatori, non potevano ignorare il rinvio alla celebre tragedia e allo spettro del padre.
… HA UNA FONTE EBRAICA
Il film è frutto dell’affiatata collaborazione di affermati artisti e cineasti della Hollywood di quegli anni. Erano tutti ebrei: il regista Martin Ritt, il produttore Jerry Wald, gli sceneggiatori Irving Ravetch e sua moglie Harriet Frank J., e lo stesso Newman, che aveva ascendenze ebraiche in famiglia.[5]
L’idea economica e propulsiva presente nel film, ma del tutto assente in Faulkner, è presto detta: un padrepuò compiacersi del figlio. Semplice. Eppure è un’idea che nella modernità è stata censurata e che, come tale, ha attraversato sottotraccia tutto il Novecento, fino ad essere un tabù ancora oggi. Al sessantaquattrenne Will Varner il giovane e intraprendente Ben Quick piace, da subito. E soprattutto nell’epilogo la storia si rivela più vicina al libro della Genesi che ad una commedia romantica: quando Quick sembra deciso a rompere, non senza ragione, il sodalizio con Varner, questi sbotta: «L’ho messo nel giardino dell’Eden, gli ho fatto inzuppare il suo pane nel miele… e lui ha avuto la faccia tosta di dirmi di no!»[6] Ecco un padre, ed ecco un tema che ebrei e cristiani farebbero bene a coltivare e rinnovare senza posa. Così fa G.B. Contri quando scrive: «‘Padre’ ha un significato se e solo se significa l’operare ereditario, ossia la fonte che fa erede un altro grande o piccino, maggiore o minore, che ne acquisisce possesso legittimo.»[7]
Dall’altra parte, Ben Quick si presenta come un figlio esente da quelle obiezioni che Freud individua come tipiche del figlio maschio: la paura, l’arroganza e l’incredulità verso il padre.[8]
… E UNO SPUNTO IN WILLIAM FAULKNER
Non so che cosa avrebbe pensato Cesare Pavese se avesse potuto vedere La lunga estate calda. Ma non fu così: Pavese si tolse la vita nel ‘50, il film fu presentato a Cannes nel ‘58. Me lo chiedo perché egli tradusse e pubblicò nel ‘42 The Hamlet (Il borgo).[9] Il suo legame, o forse il debito, con Faulkner era intenso, a motivo di quella “trasfigurazione” che accomunava entrambi nel trattare la vita delle campagne che conoscevano bene: il cuneese e lo Stato del Mississippi.
Mentre scrivo, ho davanti a me una locandina che accompagnò l’uscita del film negli USA. Traduco: “La gente di Faulkner, la lingua di Faulkner, il mondo di Faulkner!” Ma non è così.
Un solo esempio: uno dei protagonisti del romanzo è il cinico Flem Snopes, capostipite di una genìa di mafiosi, un “mostruoso Benjamin Franklin”![10] Invece Ben Quick, che ne è la trasposizione nel film, sa coniugare intelligenza e affari. Il salto da Snopes a Quick è netto, il che significa che il giudizio degli ebrei di Hollywood sull’intera società statunitense era ben diverso da quello di Faulkner. Quest’ultimo denunciava nel romanzo “l’avarizia sposata alla pura animalità”,[11] mentre nel film non vi è alcuna animalità. Al contrario, il successo di Quick libera gli abitanti del borgo dal loro gretto provincialismo. Il passaggio generazionale narrato nel film addita a tutti la possibilità di uscire da quella psicologia del gruppo che conosce solo la giustizia del linciaggio. Pavese ne sapeva qualcosa: mentre lavorava alla traduzione di The Hamlet, dava alle stampe Paesi tuoi: brutta storia di un incesto in cui la vittima viene uccisa a forconate.[12]
La mia ipotesi è che idea centrale de La lunga estate calda abbia una fonte ebraica e appena uno spunto in Faulkner.[13] Chi ha scritto, diretto, interpretato e prodotto questo film aveva qualcosa da dire e l’ha detto: a tutto il mondo e senza timidezze nei confronti dell’autore del romanzo, che pure ne ha tratto maggiore notorietà. Ben fatto.
[2]The Long Hot Summer, USA 1958, colori, 117’, regia di Martin Ritt, con Paul Newman, Joanne Woodward, Anthony Franciosa, Orson Welles, Lee Remick, Angela Lansbury.
[3] W. Faulkner (1897-1962) fu uno dei maggiori scrittori americani del secolo scorso e Premio Nobel per la letteratura nel 1949. Molti dei suoi romanzi e racconti sono ambientati nella contea immaginaria di Yoknapatawpha, nello Stato del Mississippi. Tra questi The Hamlet, Burn Burning e Spotted Horses, dai quali è tratto il film di Ritt. Segnalo l’interessante saggio introduttivo di R. Ceserani («Tre racconti giudiziari» di W. Faulkner) in Cavalli pezzati, Sellerio, 1997. Un commento a parte meriterebbero altre opere faulkneriane, come ad esempio As I Lay Dying (Mentre morivo, 1930), e Absalom! Absalom! (1936).
[4] P. Mereghetti, Dizionario dei film, Baldini&Castoldi.
[5] Non solo. Nello stesso anno un altro film era in produzione a Hollywood: La gatta sul tetto che scotta, anch’esso opera di un regista ebreo, Richard Brooks, che ne scrisse anche la sceneggiatura. Anche in questo caso ne risultò un film incentrato sul rapporto padre-figlio molto diverso dall’originale, l’omonima pièce teatrale di Tennessee Williams. Il film non piacque a Williams, mentre sembra che Faulkner abbia gradito il film di Ritt.
[6] Dalla sceneggiatura in lingua originale: «I put him in the Garden of Eden, let him dip his bread in honey… and he’s got the all-out gall to tell me no!» Commovente la scena in cui Varner, che non ha discendenti perché la figlia e Quick non si relazionano “per automatismi”, commenta la nascita di un puledro: «Meno male che a casa mia qualcosa è nato!»
[7] G.B. Contri, Padre, in: L’Ordine giuridico del linguaggio, Sic Edizioni, 2003.
[8] S. Freud, Le prospettive future della terapia psicoanalitica (1910), in: Opere di Sigmund Freud, vol. VI, Bollati Boringhieri, pag. 200. Aggiungo che tra i ringraziamenti che ho ricevuto dopo la proiezione, vi è questa pertinente battuta di una mia giovane ospite: «Ad averne di padri che vogliono combinarti un matrimonio con un uomo così!»
[9] W. Faulkner, Il borgo, trad. C. Pavese, Mondadori, 1942.
[10] Th. G. Bergin, Dizionario Bompiani delle opere e dei personaggi, Bompiani, vol. I, 1983, pag. 519.
[12] Non solo: sceneggiatori e regista hanno fatto piazza pulita di molti altri ingredienti del romanzo di Faulkner, cancellando ogni traccia di altri personaggi, come il povero idiota che fa sesso con una mucca, o la ragazzina dalle forme prorompenti descritta come un’autistica depravata, «immobile, priva apparentemente di pensiero». Via anche l’alone mistico intriso di mitologia greca, che non poteva appartenere alla vita e al lavoro dei contadini del Mississippi!
[13] In un’intervista a tutto campo, pubblicata qualche anno fa sul Michigan Quarterly Review, gli sceneggiatori dichiarano che nel film vi è forse il dieci per cento dell’opera di Faulkner. Qui il link all’intervista: Hud: A Conversation with Irving Ravetch and Harriet Frank, Jr.
Che cosa fa uno psicoanalista quando non siede dietro il divano? Va al cinema, o legge un libro, o fa altre cose che gli piacciono quanto ascoltare i suoi pazienti. Nel mio caso, amo vedere buoni film.
Di recente, consultando il web in cerca di notizie su qualche film, mi sono imbattuto negli archivi dei “Premi Oscar”, rimanendo catturato dall’evento mediatico che fa gola ai cinefili di quasi tutto il mondo. Lì accade un po’ di tutto: un tripudio che sembra accomunare tutti i protagonisti del mondo hollywoodiano, dai più vecchi ai più giovani. Molti gli ingredienti di quella “magica” atmosfera: abiti elegantissimi o a dir poco stravaganti, acconciature costosissime e look che si impongono per la ricercatezza e i dettagli, ma anche performance inaspettate (il settantatreenne Jack Palance improvvisò sul palco una serie di flessioni su un solo braccio!) o irrefrenabili commozioni in cui non si riesce a distinguere quel che c’è di vero e quel che è frutto del mestiere.
Americanate… Non solo o non sempre. Dustin Hoffman, per esempio, fa eccezione.
Per cominciare, il lettore può dare un’occhiata a questo breve e divertente videoclip:(1)
Che cosa combina Dustin Hoffman subito dopo aver ricevuto l’Oscar dalla splendida Jane Fonda?
Accenna a sorridere, tace a lungo, poi prende in mano la preziosa statuetta la rimira… e l’appoggia nuovamente sul tavolino di cristallo.(2)
Le prime parole sono una formidabile battuta di spirito, con cui sembra dirci che non abbiamo ancora ben capito quel che rappresenta veramente la mitica statuetta: «Non ha i genitali e tiene in mano una spada!». Còlti di sorpresa, tutti ridono. Un attimo di suspense, poi riprende e sorprende ancora: «Vorrei ringraziare i miei genitori perché non hanno praticato il controllo delle nascite.» Altra risata generale.
Il breve discorso di poco dopo è invece molto serio: «Sono qui con sentimenti contrastanti. Sono stato critico nei confronti dell’Academy, e con ragione. Sono profondamente grato per l’opportunità di poter lavorare e molto onorato per essere stato scelto dal produttore Stanley Jaffe e dal regista Bob Benton, e per avere lavorato come in famiglia con loro…».
La lezione non è finita: «Ci prendono in giro quando siamo qui, talvolta per ringraziare altri. Ma quando si lavora ad un film, si scopre che ci sono persone che danno il meglio di sé – la loro parte artistica – ben oltre lo stipendio; eppure non compaiono mai su questo palco. Molti di loro non sono Membri dell’Academy né abbiamo mai sentito parlare di loro. Ma questo Oscar è un simbolo, credo, ed è dato dall’apprezzamento di quanti ci votano senza che noi li vediamo. Anche costoro fanno parte della nostra vita.»
Hoffman non smorza i toni, anzi: «Mi rifiuto di credere che ho battuto Jack Lemmon, che ho battuto Al Pacino, che ho battuto Peter Sellers. Mi rifiuto di credere che Robert Duvall abbia perso. Noi tutti siamo parte di una famiglia di artisti. Ci sono sessantamila attori in questa Academy – pardon – nella Screen Actors Guild,(3) e probabilmente un centinaio di migliaia in Equity.(4) E la maggior parte degli attori non lavorano, mentre pochi di noi sono così fortunati da avere la possibilità di lavorare ad un copione e con una regia. Perché quando sei un attore squattrinato non puoi scrivere, non puoi dipingere, ma devi solo fare esercizio con gli accenti mentre guidi un taxi. (…) A voi dico che nessuno di voi ha mai perso, e io sono orgoglioso di condividere questo premio con voi. E vi ringrazio.»
Come a dire:
1) premiandomi, mi dite che sono il migliore. Ma attenti: nessuno di noi può arrivare a questi risultati se non grazie all’apporto di tutta la troupe. E nessuno può vantarsi per avere battuto un collega, perché siamo tutti accomunati dalla medesima passione per la recitazione.
2) so di essere un bravo attore, e lo so indipendentemente da questa buffa statuetta, che oltretutto rappresenta un tizio poco raccomandabile che, se mi fidassi di lui, finirebbe con il… tagliarmelo!»
3) sono grato ai miei genitori, che mi hanno messo al mondo infischiandosene del controllo delle nascite!
Un’ottima lezione su come distinguere il successo dal narcisismo, ancor più potente se si pensa che viene da qualcuno che ha imparato ad amministrare un’infinità di pensieri, affetti, posture e mimiche per interpretare alla perfezione ruoli e tipi umani così diversi tra loro: il “Sozzo” di Midnight Cowboy, il laureato sedotto dal fascino della donna matura, il maratoneta di Central Park, il giustiziere improvvisato de Il cane di paglia, il giornalista d’assalto di Tutti gli uomini del presidente, e ancora Tootsie, Capitan Uncino, l’autistico Rain Man o il commesso viaggiatore in preda alla demenza, e molti altri ancora!(5)
E nessuna illusione circa l’essersi “fatto da sé”. Complimenti, caro Dustin.
Avevo venticinque anni quando, dopo aver letto, tutto d’un fiato, Opinioni di un clown di Heinrich Böll,(6) accarezzavo l’idea di scrivere all’agente di Hoffman per proporgli di farne un film: nessuno come lui avrebbe saputo portare sullo schermo ciò che paralizza il protagonista dalla prima all’ultima pagina: l’ingenuità. La psicoanalisi insegna a riconoscerla come la buccia di banana che fa scivolare chiunque nella psicopatologia. Mi spiace non avere dato seguito a quell’idea. Ne dò notizia oggi che compio sessant’anni. Chissà che qualcuno non voglia raccoglierla.(7)
Milano, 7 novembre 2015
NOTE:
1. Il video originale ha una durata di 8 minuti, di cui i primi 3 sono dedicati alle nominations. Qui è riprodotto dal momento in cui Jane Fonda lo proclama vincitore nella categoria “miglior attore protagonista” per il film Kramer contro Kramer (regia di Robert Benton), distribuito l’anno precedente e vincitore di ben cinque Oscar. Riporto per intero il discorso di Hoffman in lingua originale:
«Thank you. [Inspects the Oscar.] He has no genitalia and he’s holding a sword. I’d like to thank my parents for not practicing birth control.
I’m up here with mixed feelings. I’ve been critical of the Academy, and for reason. I am deeply grateful for the opportunity to be able to work. I am greatly honored for being chosen by the producer, Stanley Jaffe, and the director, Bob Benton, and to have worked in a family with them, and with Meryl and with Justin, who if he loses again we’ll have to give him a lifetime achievement award. And to Jane Alexander and to Jerry Greenberg and to Néstor and to the crew on the film who was part of that family. And to the crew and to the directors like Bob Fosse and Mike Nichols and John Schlesinger that I’ve worked with before. We are laughed at when we are up here, sometimes, for thanking. But when you work on a film you discover that there are people who are giving that artistic part of themself that goes beyond a paycheck, and they are never up here. And many of them are not members of the Academy, and we never hear of them. But this Oscar is a symbol, I think, and it is given for appreciation from those people whom we never see. They are part of our life.
I refuse to believe that I beat Jack Lemmon, that I beat Al Pacino, that I beat Peter Sellers. I refuse to believe that Robert Duvall lost. We are a part of an artistic family. There are sixty thousand actors in this Academy – pardon me – in the Screen Actors Guild, and probably a hundred thousand in Equity. And most actors don’t work, and a few of us are so lucky to have a chance to work with writing and to work with directing. Because when you’re a broke actor you can’t write; you can’t paint; you have to practice accents while you’re driving a taxi cab. And to that artistic family that strives for excellence, none of you have ever lost and I am proud to share this with you. And I thank you.»
(Fonte: Academy Awards Acceptance Speech database, http://aaspeechesdb.oscars.org/link/052-1/)
2. Il valore commerciale della piccola scultura, alta 35 centimetri e placcata in oro 24 carati, si aggira intorno ai 300 dollari. Sembra che sia stata chiamata “Oscar” da una certa Margaret Herrik, Segretaria dell’Academy of Motion Picture Art and Sciences, la quale nel vedere la statuetta avrebbe esclamato: «Somiglia a mio zio Oscar!». E’ solo una delle tante leggende legate all’Academy Awards e al cinema hollywoodiano.
3. Screen Actors Guild è un sindacato statunitense che rappresenta più di 150.000 attori di cinema e televisione.
4. Equity è una organizzazione molto influente che si occupa di finanziamenti, agenzie, diritti di proprietà intellettuale, assicurazioni ed altro ancora a favore degli artisti che lavorano nel cinema e in TV.
5. Dustin Hoffman, nato a Los Angeles nel 1937, ha interpretato almeno 50 film in 40 anni di carriera, vincendo due Premi Oscar (il secondo gli fu conferito per Rain Man nel 1989), numerosi Golden Globe, BAFTA e David di Donatello, nonché il Leone d’Oro alla carriera nel 1996. E’ anche doppiatore, regista e produttore per il cinema e la TV. Per noi italiani, fino alla metà degli anni ’90 la sua voce è stata quella, indimenticabile, di Ferruccio Amendola, poi deceduto.
6. H. Böll, Opinioni di un clown, traduzione di Amina Pandolfi, Oscar Mondadori, 2001 (1963). Ringrazio Alberto Brasioli che mi fece conoscere questo affascinante e sferzante romanzo.
7. In realtà, si tratterebbe di raccoglierla di nuovo: all’epoca non sapevo che nel 1976 un regista ceco, Vojtěch Jasný, aveva già realizzato il film Opinioni di un clown, che tuttavia rimase pressoché sconosciuto.
«Dunque, quello che ci guastò la gioia del viaggio ad Atene fu un sentimento di “pietà filiale”.» (1)
Così Freud conclude una breve pagina autobiografica, Un disturbo della memoria sull’Acropoli: un bellissimo documento del suo modo di lavorare a partire da quel che osserva, anzitutto nella propria vita quotidiana. Essa è sempre e per ciascuno vita psichica (non esistono “fatterelli”). Qui è in primo piano il tema del rapporto con il padre: «È come se l’essenziale del successo consistesse nel fare più strada del padre, e che fosse tuttora proibito voler superare il padre (…)». E’ una questione che riguarda tutti, non soltanto chi si occupa professionalmente di psicoanalisi.
Il fatto (1904)
Freud era solito concedersi una lunga pausa estiva dal suo lavoro compiendo molti viaggi, spessissimo in Italia: non è esagerato dire che visitò il nostro Paese in lungo e in largo. Nel 1904 decise di trascorrere una settimana a Corfù in compagnia del fratello minore Alexander. Ma a Trieste, poco prima di imbarcarsi, un amico consigliò loro di evitare quell’isola, troppo calda in quei giorni, e di dirigersi invece ad Atene. Dapprima entrambi rimasero contrariati e incerti se prendere davvero il piroscafo per Atene. Ma dopo alcune ore si recarono tutti e due a cambiare i biglietti.
Così il 30 agosto s’imbarcarono per Brindisi e il 3 settembre raggiunsero Atene. Il suo biografo, E. Jones, racconta: «La mattina dopo trascorsero due ore sull’Acropoli: per la circostanza Freud aveva indossato la sua camicia più bella. Nello scrivere a casa raccontò che quella visita aveva superato qualunque altra esperienza che avesse mai fatto o immaginato prima (…). Più di vent’anni dopo ripeté che le colonne color ambra dell’Acropoli erano la cosa più bella che avesse mai visto in vita sua.» (2)
Questa visita fuori programma nel luogo più rappresentativo della civiltà greca classica, che egli ben conosceva e ammirava fin dagli anni liceali, produsse in lui un momentaneo disturbo della memoria (Erinnerungstörung): una curiosa esperienza sintomatica, di quelle che egli stesso aveva imparato ad apprezzare e a descrivere pochi anni prima in Psicopatologia della vita quotidiana (1901). Egli «fu colto da un senso di dubbio sulla realtà di ciò che aveva davanti agli occhi, tanto che stupì il fratello col chiedergli se si trovavano davvero sull’Acropoli». (3)
Trent’anni dopo (1936)
Nel gennaio 1936, Freud analizzò quell’episodio: «Quando poi il pomeriggio dopo l’arrivo mi trovai sull’Acropoli e abbracciai con lo sguardo il paesaggio, mi venne improvvisamente il pensiero singolare: “Dunque tutto questo esiste veramente, proprio come l’abbiamo imparato a scuola?!”»
Fu come sentirsi sdoppiato in due persone, una delle quali si interrogava sulla realtà delle proprie percezioni mentre l’altra, con meraviglia, ne «prendeva nota». Del resto, prosegue Freud, «vedere una cosa coi propri occhi è del tutto differente dal sentirne parlare o leggere». Di qui la sua incredulità: «Noi arriveremo a vedere Atene? Non è possibile, è troppo difficile. (…) Sarebbe stato così bello! (…) E’ un caso di “too good to be true” [troppo bello per essere vero], come ne incontriamo così frequentemente. (…) Un’incredulità di questo tipo è palesemente un tentativo di ricusare un frammento della realtà, ma qui c’è qualcosa di strano.» Non si sarebbe stupito se si fosse trattato di evitare un dispiacere, «ma perché una tale incredulità verso qualcosa che invece promette un intenso piacere? Un comportamento veramente paradossale!». Il caso è analogo a quel che accade a quanti «soccombono al successo» perché in preda al «senso di colpa o d’inferiorità che si può tradurre: “Non sono degno di tanta felicità, non la merito.»
Ed ecco spiegato il suo «sentimento di estraniazione» (Entfremdungsgefühl, parola già in uso nella psichiatria dell’epoca): (4) un fenomeno dovuto alla rimozione, «il più primitivo e fondamentale dei meccanismi di difesa, da cui ha preso l’avvio il nostro addentrarci nella psicopatologia.» In altre parole, la rimozione è un mezzo con cui la nevrosi impedisce di realizzare un fine avvertito come potenzialmente positivo, ma al tempo stesso foriero di un’oscura minaccia.
È precisamente quel che accadde a Freud di fronte alla prospettiva di spingersi fino ad Atene: «Viaggiare così lontano, “fare tanta strada”, mi appariva al di fuori di ogni possibilità. Questo era legato alla ristrettezze e alla povertà delle condizioni di vita nella mia famiglia quand’ero ragazzo. La mia brama di viaggiare era certamente anche un’espressione del desiderio di sfuggire a quella oppressione, affine all’impulso che spinge tanti adolescenti a scappare di casa. Da tempo sapevo con chiarezza che gran parte del mio piacere di viaggiare consisteva nell’appagamento di questi desideri giovanili, era cioè radicato nella mia insoddisfazione verso la casa e verso la famiglia».
Chi l’avrebbe detto? Freud, come Leopardi, non tollerava il natio borgo selvaggio.
Chi compie un passo che i propri genitori non si sono mai concessi «si sente come un eroe che ha compiuto incredibili prodezze.» Per sottolineare come in quel momento il suo pensiero fosse andato a suo padre, Freud riporta un episodio che aveva letto in una biografia di Napoleone Bonaparte: nel 1805, prendendo in mano la corona ferrea per cingersi il capo, il nuovo Imperatore si era rivolto al fratello chiedendogli: “Cosa direbbe Monsieur notre père, se potesse essere qui adesso?”. Nel momento del massimo successo, ecco il desiderio di avere il padre al proprio fianco.
Quel che ci riguarda
Quando scrisse questa pagina, Freud aveva ormai ottant’anni. Due anni dopo si lasciò convincere a lasciare Vienna alla volta di Londra per sfuggire alle crescenti persecuzioni del nazismo (l’Anschluss avvenne nel marzo 1938). Ebbene, nella notte in cui attraversava la Manica, sognò di sbarcare in Inghilterra: non a Denver, dove era diretto, bensì a Pevensey, la località in cui era approdato nel 1066 Guglielmo il Conquistatore. Freud, vecchio e malato, nel sogno addirittura veste i panni di Guglielmo il Conquistatore! (5)
Nel finale della lettera a Rolland leggiamo: «Nostro padre era un mercante, non aveva una formazione umanistica, e Atene non poteva significare molto per lui. Dunque, quello che ci guastò la gioia del viaggio ad Atene fu un sentimento di “pietà filiale”». Freud sa che non vi sarebbe stato alcun bisogno di provare un simile affetto per il padre mentre ne oltrepassava l’orizzonte. Ma sa anche quanto sia problematico per chiunque questo passaggio, a motivo dell’idealizzazione, per cui ogni genitore dovrebbe essere sempre perfetto e infallibile: «un senso di colpa resta legato alla soddisfazione di avere fatto tanta strada; c’è qualcosa di illecito in questo, di proibito fin dall’età più lontana. Tutto ciò ha a che fare con la critica del bambino verso il padre, con il disprezzo che ha sostituito la sopravvalutazione infantile della sua persona».
In realtà, la costante elaborazione intorno al tema del padre gli consentì di procedere speditamente e con determinazione, nella vita come nella professione, raccogliendo tutto quel che poteva raccogliere dal padre, come pure dai maestri, dai pazienti, etc. Questa è la via inaugurata dalla psicoanalisi: una via che non comporta affatto il parricidio, come a torto si ritiene. (6)
A mia volta, non mi tratterrò dal formulare a questo proposito una critica a Cesare L. Musatti, figura centrale nella storia della psicoanalisi nel nostro Paese. Debbo al suo Trattato di psicoanalisi, (7) che lessi con entusiasmo a quindici anni, la mia prima conoscenza di Freud. Tuttavia ora mi accorgo che nelle poche righe dedicate alla lettera a Rolland, egli non seppe o non volle coglierne compiutamente il senso. Per Musatti, questo breve saggio «presenta particolare interesse per la storia personale di Freud e per determinati suoi conflitti e complessi» (corsivi miei): (8) uno scorcio biografico curioso, ma privo di vero interesse per la scienza psicoanalitica. Come ha potuto censurare in questo modo la centralità del tema del padre? In realtà, Freud non fa che illustrare e ribadire che il punto cruciale è precisamente e nient’altro che il complesso paterno. (9)
NOTE
1. S. Freud, Un disturbo della memoria sull’Acropoli: lettera aperta a Romain Rolland (1936), OSF vol. XI, Bollati Boringhieri, pagg. 473-481. Le citazioni successive sono tratte dalla medesima edizione. Romain Rolland era uno scrittore francese di dieci anni più giovane di Freud, col quale egli fu in corrispondenza. La lettera aperta fu scritta in occasione del suo settantesimo compleanno.
2. E. Jones, Vita e opere di Freud, Il Saggiatore, 1962; Garzanti, 1977 (3 voll.), vol. 2, pag. 41. E’ significativo che nel movimento psicoanalitico, ad eccezione di queste poche righe di Jones, le prime pubblicazioni intorno a questo saggio siano comparse solo a partire dalla seconda metà degli anni ’60.
3. Ibidem.
4. Freud accosta senza mezzi termini questo fenomeno allo svenimento e alla “doppia coscienza”, nella quale può accadere persino di fare qualcosa senza sapere che cosa si sta facendo.
5. E. Jones, op. cit. vol. 3, pagg. 273-4.
6. Ritengo che in questo modo Freud preparò la via all’ulteriore elaborazione proposta recentemente da Giacomo B. Contri ne Il pensiero di natura, Sic Edizioni, 1994, 3^ ed. 2006.
7. C. L. Musatti, Trattato di psicoanalisi, 2 voll., Edizioni Scientifiche Einaudi, 1950, 1953.
8. C.L. Musatti, Introduzione, OSF, Vol. XI, Bollati Boringhieri, p. XVII. Segnalo che anche il voluminoso carteggio tra Freud e Jung può e deve essere letto come un lungo e accorato dibattito su questo stesso tema, fino alla rottura senza ritorno del discepolo zurighese su cui Freud aveva riposto le maggiori speranze e aspettative.
9. Nella stesura di questo articolo mi sono avvalso degli appunti redatti in occasione dell’incontro che ho promosso nel maggio scorso presso il Freud Museum di Londra, il cui tema era: «Che cosa significa che il padre è un concetto?». Venticinque i partecipanti, tra colleghi e amici della Società Amici del pensiero «Sigmund Freud». Dopo la visita, abbiamo assistito a The Lion King, la cui trama è imperniata sul rapporto padre-figlio. Rinvio a: “The Lion King”: non solo musical, pubblicato in questa stessa rubrica il 4 novembre 2012: http://www.culturacattolica.it/default.asp?id=516&id_n=31789
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