Autore: Matti

  • Il padre generale – prima parte

    Il padre generale - prima parte

    Nella sua storia di Roma, Ab Urbe Condita, Tito Livio (1) narra gesta epiche in cui si intersecano cronaca e leggenda. Il suo intento educativo nei confronti dei contemporanei (I sec. a.C.) è palese. Il suo racconto ci permette di entrare nella casa, o meglio nella discendenza, della gens Manlia, una delle più influenti famiglie patrizie della Roma repubblicana. Seguiremo le loro vicende per un breve tratto: il ventennio intorno alla metà del IV secolo a.C. Ho suddiviso il mio articolo in due parti: nella prima presento la ricostruzione dei fatti; nella seconda esporrò un’ipotesi e un commento.

    Lucio Manlio Imperioso.
    Eletto dittatore (2) nel 363, Lucio Manlio si attirò le inimicizie dei tribuni della plebe allorché, «bramoso com’era di far guerra agli Ernici, con una leva rigorosa irritò la gioventù; e alla fine, essendo insorti contro di lui tutti i tribuni della plebe, o per forza o per pudore, depose la dittatura» (3) . Ciò non bastò a placare il tribuno Marco Pomponio, che infatti lo citò in giudizio per avere fustigato e imprigionato i renitenti alla leva. Tra questi vi era anche il figlio di Lucio, Tito Manlio. Pomponio accusò Lucio «di aver bandito il giovane figlio, che di nulla era stato trovato colpevole, dall’Urbe, dalla casa, dai Penati, privandolo della luce del Foro e di ogni rapporto coi suoi coetanei, e di averlo ridotto ai lavori servili, condannato quasi al carcere e all’ergastolo, perché qui, nella quotidiana miseria, imparasse, lui, giovane di nobilissima famiglia, figlio d’un dittatore, che era nato da un padre veramente imperioso. E per quale delitto? Perché era troppo rozzo nel parlare e aveva la lingua impacciata! Ma questo difetto di natura il padre avrebbe dovuto curarlo, se v’era in lui un briciolo d’umanità, oppure farlo ancor di più risaltare coi maltrattamenti? (…) Invece Lucio Manlio, per Ercole!, accresceva la sofferenza del figlio con la sofferenza, comprimeva ancor più la sua tarda indole (…) lo spegneva costringendolo a una vita selvatica e a una rozza educazione fra le bestie». (4) La mano dello storico, come si vede, non è certo tenera, ma rende bene l’idea: rozzo nel parlare, con la lingua impacciata, di indole tarda: il giovane Tito Manlio doveva essere un «ragazzone di borgata», a dir poco. E il padre Imperioso– di nome perché di fatto – giunse a vergognarsene, non tollerando che il suo rampollo non fosse corso ad arruolarsi in difesa di Roma.

    Come il figlio difese il padre.
    Una prima sorpresa: Lucio Manlio riuscì ad evitare il processo proprio grazie al figlio Tito, che non sopportava – narra Livio – di essere motivo dell’incriminazione del padre. Così, anziché ribellarsi, un giorno il giovane si presenta a casa del tribuno Pomponio e, dopo averlo convinto ad allontanare i servi facendogli credere di essere lì per allearsi con lui, all’improvviso lo minaccia con la spada, intimandogli di ritirare l’accusa contro il padre, altrimenti lo avrebbe ucciso all’istante. Pomponio, «impaurito perché vedeva luccicare dinanzi agli occhi la lama, lui solo ed inerme, essendo l’altro giovane e assai robusto (…) presta il giuramento secondo la formula impostagli». (5) Risultato: la plebe approvò che un figlio avesse osato tanto per il padre, e Tito, ammirato da tutti come esempio di amore filiale (pietas), cominciò in questo modo la propria carriera, venendo eletto tribuno militare «pur non avendo alcun merito civile e militare» e anzi avendo «trascorso la giovinezza in campagna, lontano dall’umano consorzio». Fino a qui, dunque, non vi fu spargimento di sangue.

    Vent’anni dopo: i Romani contro i Latini.
    Dal 361, Tito Manlio, che fu chiamato Torquato per avere strappato una collana dal collo ad un barbaro sfidato e vinto in duello, inanellò una serie di vittorie, su cui ora sorvolo. Basti dire che fu più volte console e dittatore a sua volta. Giungiamo così all’episodio centrale della mia ricostruzione. Eletto console per la terza volta nel 340 insieme a Publio Decio Mure, Tito Manlio dichiarò guerra ai Latini (340-338 a.C.), i quali avevano cercato invano l’alleanza dei Romani. La tracotanza del loro capo Annio, allorché fu ricevuto in Campidoglio, aveva irritato Tito Manlio, che convinse il Senato a votare all’unanimità per la guerra. Bisogna dire che molte, se non tutte le guerre, a ben vedere, sono motivate dall’odio tra «cugini», ovvero tra popoli o contendenti che risultano essere più prossimi di quanto ritengono. Molto opportunamente, Freud chiamò questo fenomeno narcisismo delle piccole differenze. (6) E’ il caso di questa guerra. Infatti Tito Livio sottolinea come i Latini fossero «perfettamente simili per lingua, per costumi, per armamento e soprattutto per ordinamenti militari: si erano trovati insieme, come compagni e colleghi (romani e latini, ndr), soldati con soldati, centurioni con centurioni, tribuni con tribuni, mescolati negli stessi presidi. Perciò (ed è questo il particolare che qui rileva, ndr) ad evitare che i soldati cadessero in qualche errore, i consoli intimarono che nessuno combattesse contro il nemico fuori dalle file». (7) Chi avesse disubbidito sarebbe stato condannato a morte.

    Fu vera disobbedienza?
    Il figlio del console Tito Manlio Torquato Imperioso, anch’egli di nome Tito, in quella guerra comandava uno degli squadroni a cavallo, e fu spedito in avanscoperta oltre il campo nemico. Fatto si è che il comandante dell’esercito nemico lo riconobbe e iniziò a sfotterlo, diremmo oggi. Il giovane Tito non si fece pregare e senza indugi accettò il duello, «dimentico pertanto dell’ordine paterno e dell’intimazione dei consoli». (8) Alla fine, egli infilzò il nemico con un colpo alla gola e tornò al proprio accampamento con le spoglie di questi, «ignaro del destino che lo attendeva, senza nemmeno sapere se avesse meritato una lode o un castigo». Ingenuamente. Era tutto fiero per l’impresa valorosa e vittoriosa, sapendo tra l’altro che il padre aveva esitato a sferrare l’attacco per via di certi sogni premonitori e per le risposte negative degli aruspici: insomma, fino al momento prima della sua sortita, tutti erano convinti che gli dei non fossero propizi a Roma.

    L’epilogo: il figlicidio.
    Ma ecco l’amara, terribile sorpresa. Il padre non lo guardò neppure ma convocò subito l’assemblea, proclamando la sua sentenza senza appello: «Poiché tu, Tito Manlio, senza portare rispetto né all’autorità consolare né alla patria potestà, hai abbandonato il tuo posto, contro i nostri ordini, per affrontare il nemico, e con la tua personale iniziativa hai violato quella disciplina militare grazie alla quale la potenza romana è rimasta tale fino al giorno d’oggi, mi hai costretto a scegliere se dimenticare lo Stato o me stesso (corsivo mio), se dobbiamo noi essere puniti per la nostra colpa o piuttosto è il paese a dover pagare per le nostre colpe un prezzo tanto alto. Stabiliremo un precedente penoso, che però sarà d’aiuto per i giovani di domani. Quanto a me, sono toccato non solo dall’affetto naturale che un padre ha verso i figli, ma anche dalla dimostrazione di valore che ti ha fuorviato con una falsa parvenza di gloria. Ma visto che l’autorità consolare dev’essere o consolidata dalla tua morte oppure del tutto abrogata dalla tua impunità, e siccome penso che nemmeno tu, se in te c’è una goccia del mio sangue, rifiuteresti di ristabilire la disciplina militare messa in crisi dalla tua colpa, va’, o littore, e legalo al palo». (9) Fu così che il figlio valoroso, emulo di cotanto padre, venne decapitato sotto gli occhi di tutto l’esercito ammutolito. Seguirono grida e imprecazioni ogni tipo e, di lì a poco, solenni funerali per lo sventurato eroe!
    Tito Livio non si spinge ad elogiare il generale, ma certo si astiene dal condannarlo. Dal suo punto di vista ha ragione: la civiltà, come osserva Freud, comporta (sempre?) una rinuncia pulsionale. Tuttavia la narrazione, di cui ho riportato alcuni brani salienti, consente di formulare una congettura. La esporrò nel prossimo articolo, con cui concluderò il mio esame di questa «saga dei Manlii». (continua)

    NOTE
    1. Tito Livio, (59 a.C. – 17 d.C.), Ab Urbe Condita Libri CXLII. I brani citati sono tratti dall’edizione italiana con testo a fronte: Storia di Roma dalla sua fondazione, traduzione e repertorio di M. Scàndola, note di C. Moreschini, Classici BUR Rizzoli, Milano 2000, voll. 3° e 4°.
    2. Il termine dittatore indica in questo caso una carica propria della Roma repubblicana, una sorta di magistrato straordinario.
    3. Tito Livio, op. cit., VII, 5, pag. 263.
    4. Ibidem, pag. 265.
    5. Ibidem, p.. 267.
    6. Freud introdusse questa nozione nel suo saggio Il tabù della verginità (1917, OSF, vol. VI) e vi ritornò in seguito in altre sue opere.
    7. Tito Livio, op.cit. VIII, 6, pag. 19
    8. Tito Livio, op. cit., VIII, 7, pag. 21. Egli racconta perfino le fasi dello scontro: leggendolo sembra di assistere a un torneo o al racconto omerico del duello tra Achille ed Ettore.
    9. Ibidem, pag. 23.

    Illustrazione di Chiara Ciceri

  • Natale, questione cattolica

    Natale, questione cattolica

    Prima premessa: La favola di Babbo Natale.
    Anni fa, in una scuola elementare australiana, (1) una supplente venne sospesa per avere rivelato ai suoi allievi che Santa Klaus non esiste, e che sono i genitori a portare i regali ai bambini. Un errore ritenuto imperdonabile: non pochi di quei genitori protestarono infuriati, e il Preside si vide costretto a chiedere l’intervento del Ministero della Pubblica Istruzione. Risultato: da quel momento tutte le scuole avrebbero dovuto attenersi ad una precisa indicazione: spetta ai genitori, e ad essi soltanto, rompere l’incantesimo di Babbo Natale.
    La raccomandazione e lo scandalo si reggevano su una teoria molto diffusa, secondo la quale ogni bambino nutrirebbe in sé un originario pensiero magico, prima di precipitare senza paracadute nel mondo reale, dove non ci sono più topolini, fate e folletti a proteggerlo. Ma chi ha autorità per decidere quale sia il momento opportuno per tale passaggio luttuoso?
    A questa domanda rispondo con un’altra domanda: noi adulti sappiamo davvero da dove vengono i bambini? Conosciamo chi sono i bambini che abbiamo messo al mondo e con cui viviamo, nonché quelli che noi stessi siamo stati? In realtà coltiviamo una non innocente ignoranza al riguardo, e intanto manteniamo la nostra stessa infanzia nell’amnesia: ci sembra di non ricordare le domande, le curiosità e il lavoro intellettuale con il quale noi per primi abbiamo ingaggiato gli adulti con cui siamo cresciuti.
    Il bambino è già al lavoro allorché sorprende l’adulto con la domanda più imbarazzante che l’umanità abbia mai conosciuto: da dove vengono i bambini?
    Questa domanda getta gli adulti nell’imbarazzo: spesso balbettano risposte parziali o addirittura raccontano storie improbabili. Presto o tardi il bambino si accorgerà che gli si raccontano favole, ossia frottole, per nascondere il corpo e le sue prime movenze sessuali, pisellini e passerine, sotto cavoli e cicogne. Al bambino non resterà che continuare ad indagare tutto «solo e pensoso», finché sconfortato non manderà tutto il ben pensato in … rimozione, congelando la questione. Di essa, con tutti gli annessi e connessi che si porta dietro, rimarranno solo brandelli di ricordi, mentre le favole continueranno a segnalarne importanza e confini. Dell’aura di quella questione fondamentale sono segnate anche le favole di Natale: dopo la leggenda di Babbo Natale, quella di Dickens più di altre.

    Seconda premessa: Il Racconto di Natale di Dickens.
    E’ noto a tutti il Racconto di Natale (A Christmas Carol) di Charles Dickens, pubblicato a metà dell’800: se non lo abbiamo letto nelle numerose edizioni per ragazzi, lo abbiamo conosciuto grazie al cartone di Disney (1983). Il racconto della tormentata notte dell’usuraio Scrooge, ammonito dai fantasmi alla vigilia del Natale 1843, «va al di là del semplice recupero di costumi del passato, creando di fatto un nuovo genere letterario, quello del “racconto di Natale” o “di fantasmi”, da narrarsi la sera della Vigilia riuniti in cerchio davanti al focolare”». In esso «la filosofia natalizia dickensiana, sentimentalista e populista, raggiunge la sua più perfetta espressione, con la celebrazione del mistero religioso della nascita, del trionfo della vita». (2)
    Ma è questo il Natale? O non è piuttosto l’adattamento di esso alle esigenze educative proprie del capitalismo borghese? Di certo, esso ha distolto l’attenzione da un fatto che ci interroga ancora oggi, coprendolo sotto la neve, le stelle e le strenne.

    Uno scoop: Freud e il Natale (1896).
    Il racconto di Dickens ebbe una grande diffusione ed è da ritenere che fosse noto anche a Freud. Questi, il 1° gennaio 1896, volle contrassegnare uno dei suoi primi scritti, La nevrosi da difesa, (Die Abwehrneurosen) con il sottotitolo Racconto di Natale (Weihnachtsmärchen). (3) Scherzava? Una battuta frivola o immotivata non era nel suo stile. L’accenno al Natale si spiega ancor meno se si pensa che egli era ebreo, in certo senso sui generis, ma con una robusta formazione nella cultura ebraica. (4) Che cosa lega, dunque, il suo Racconto di Natale agli inizi della nevrosi descritti in modo particolareggiato in quelle pagine?
    Certo, sembra che con esse Freud abbia voluto correggere il titolo del racconto dickensiano. Consultando la letteratura psicoanalitica, non ho trovato nessuno che abbia svolto indagini su questo punto. Eppure è impensabile che egli abbia “buttato lì” un simile sottotitolo senza avere in mente qualche nesso, sia pure solo implicito, con il contenuto di quelle pagine. Resta da vedere quale.

    La questione cattolica del Natale.
    Il nocciolo di quel breve testo è la descrizione dello scontro, o conflitto, tra il pensiero infantile e la censura operata dalle teorie che lo danneggiano e lo ammalano. (5) Fino a quel momento il bambino, come dicevo all’inizio, si applica correttamente al coniugio, in due modi o momenti: sia con l’attenzione con cui osserva il legame esistente tra i genitori, sia con il trasporto (Gefühl) con cui mira a prendervi posto.
    Eppure, di fronte alla censura impostagli dall’esterno, il pensiero del bambino è “impreparato” (parola usata da Freud nel testo). E’ questa l’ingenuità, come osserva G.B. Contri: il bambino ha nove vite come i gatti, ma non è pronto a reagire allo scandalo procurato dall’adulto che gli intima di non pensare a certe cose. (6)
    In realtà, come nascono i bambini è la questione per eccellenza. E’ logico supporre che Freud abbia chiamato queste pagine Racconto di Natale pensando che la nascita di Gesù veicola con sé proprio tale questione. Ed è interessante che la veicoli per i cristiani come per tutti. Freud non fa che raccoglierla. Infatti il racconto di quella nascita a Betlemme riapre i giochi per l’intelletto di ciascuno: che cosa significa Padre e che cosa significa essere figlio? Il caso di Myriam (Maria) di Nazareth, unico nella storia dell’umanità, resta da approfondire perché è rilevante per tutti, credenti e non. E’ davvero καθολικός, katà òlon, cattolico. Auspico che qualcuno tra i lettori, per primo Giacomo Contri, voglia proseguire la ricerca in tal senso.

    NOTE
    1. Cfr. La Repubblica, 4 dicembre 2001, p. 24.
    2. Cfr. Lucia Fiorella, Introduzione a Charles Dickens, Canto di Natale, Giunti Editore, 2005, pagg. 7-18.
    3. Il sottotitolo riportato dall’edizione italiana è Favola di Natale (OSF, Bollati Boringhieri, Epistolari, Lettere a Wilhelm Fliess, pagg. 190-198), mentre nell’edizione inglese (Standard Edition) esso è A Christmas Fairy Tale. Il 1° gennaio 1896 Freud scrive all’amico; oltre alla lettera, gli invia una bozza a carattere scientifico divenuta nota come Minuta K. Sono poche pagine in cui mette a punto la propria dottrina della nevrosi. Circa il curioso sottotitolo, i curatori delle edizioni inglese e italiana si limitano a ricondurlo al “momento della stesura”, per l’appunto i giorni antecedenti il 1° gennaio. Uno di essi trova perfino che Freud faccia dell’ironia, opinione da cui dissento decisamente: Freud è uno scrittore originale, ma sempre serio e sistematico, forse a volte persino pedante.
    4. E’ verosimile che Freud abbia ricevuto notizie circa il Natale cristiano dalla sua tata, una donna cattolica di nazionalità ceca, cui egli era stato molto affezionato.
    5. Un esempio molto istruttivo di censura imposta dagli adulti è quello della madre del piccolo Hans, narrato da Freud nel celebre saggio Analisi della fobia di un bambino di cinque anni (Caso clinico del piccolo Hans), 1909, OSF, Bollati Boringhieri, vol. V.
    6. Si veda la trattazione del lemma ingenuità in G.B. Contri, Ordine Giuridico del Linguaggio, Sic Edizioni, 2003, pag. 162. Ringrazio G.B. Contri e M.G. Pediconi per le conversazioni avute con loro su questo tema in questi giorni (Natale 2012).

  • Che fine ha fatto il padre del Sessantotto?

    Una celebre canzone del 1970, contenuta nell’album Tea For the Tillerman di Cat Stevens (Yusuf Islam, dopo la conversione alla religione islamica) si intitola Father and Son.
    Suggerisco al lettore di ascoltare il brano nella versione originale, ancora oggi facilmente reperibile online e quella incisa durante il concerto del 2007 al Porchester Hall di Londra:

    La conversione di Cat Stevens lasciò di stucco i suoi fans e quanti all’epoca seguivano la musica pop, anche perché coincise con il suo ritiro pressoché totale dalla produzione artistica e dallo star system. La fede islamica, come osserva Yahya Pallavicini, che conobbe personalmente il cantante (1), non comporta affatto la rinuncia alla musica come forma di espressione artistica. Dunque resta qualcosa da capire. Mi servirò, per l’appunto, della canzone Father and Son.
    In essa un padre si rivolge così al figlio: «Non è tempo di cambiare, sei ancora giovane, questa è la tua colpa. Hai ancora molte cose da conoscere. Tròvati una ragazza, sistémati, se vuoi puoi sposarti. Guarda me, sono vecchio ma felice. Una volta ero come sei tu ora, pensa a tutto quello che hai avuto. Tu sarai ancora qui domani, ma forse non i tuoi sogni».
    Il figlio replica: «Come posso provare a spiegare? Quando lo faccio, lui va via di nuovo! È sempre la stessa vecchia storia: dal momento in cui potevo parlare, mi è stato ordinato di ascoltare. Ma ora c’è una strada, e io so che devo andarmene».
    La canzone ebbe un successo enorme. Composta per un musical che non fu mai realizzato, Revolussia, ambientato ai tempi della rivoluzione bolscevica, avrebbe dovuto narrare il conflitto tra un padre e il proprio figlio che vuole unirsi ai rivoluzionari. Il brano non è certo l’unico a dare voce al conflitto generazionale di quegli anni: per restare nell’area della produzione musicale, il ricordo corre a Teach Your Children, cantata da Crosby, Stills, Nash & Young in quello stesso anno. E prima ancora c’era stata She’s Leaving Home (1967), dei Beatles, che avevano preso spunto da una notizia apparsa su un quotidiano: la fuga da casa di una studentessa diciassettenne alla vigilia dell’iscrizione al College. I genitori della ragazza avevano dichiarato alla stampa: «Non sappiamo spiegarci il perché di questo gesto: le avevamo dato tutto!».
    Tornando al brano di Stevens, qualcuno ha scritto che esso narra «l’impossibilità di una forma di comunicazione tra due mondi paralleli, che non si incontrano, ognuno accecato [corsivo mio] da una propria prospettiva. E questa è una costante della storia di ogni tempo». (2) Vero, ma occorre uscire dalla banalizzazione che, insieme al fascino della melodia può fuorviare il giudizio sulla posta in gioco. Ognuno dei due protagonisti del non-dialogo è accecato: ma da che? Le prospettive di ambedue, padre e figlio, sono omologhe: si tratta di identificazione e cecità speculari. Entrambi sono impegnati a storicizzare le loro posizioni: il conflitto è inevitabile!
    Tuttavia non è una delle tante canzoni di protesta: qui padre e figlio convivono, forse per l’ultima volta, in un’unica struttura narrativa: stessa melodia ma diversa tonalità. Gli argomenti del padre («Una volta ero come sei tu ora») sono perdenti in partenza, anche perché testimoniano solo come egli abbia raggiunto una ben misera sistematizzazione della propria esperienza. Al figlio non resta che prendere posto a sua volta nella sistematica del papà: può trovarsi una ragazza, sposarsi se vuole, purché sappia che dei suoi “sogni” non resterà pietra su pietra. Prospettiva melanconica. Inevitabile il «desiderio fin troppo “precoce” di affrancarsi dall’influenza di qualsiasi retaggio familiare». (3) Entrambi ne escono sconfitti: il terreno del rapporto è già disertato. Nessuno dei due vi intravvede un profitto. E’ solo zavorra.
    La cosa strana è che in quegli stessi anni padre e madre erano un binomio addirittura inflazionato: il più famoso complesso vocale degli USA, cui dobbiamo brani di eccezionale bellezza, aveva scelto di chiamarsi The Mamas and the Papas; e John Lennon cantava, anzi gridava «Mother, you had me, but I never had you» (1970).
    La storia personale di Cat Stevens prese un’altra piega, non meno istruttiva. Il cambiamento radicale del 1977 fu preceduto da un periodo di intensa coltivazione della numerologia: un suo album del 1975 (Numbers) narra la storia di un pianeta governato dai numeri! Nello stesso anno egli rischiò di morire annegato nelle acque del Pacifico, a Malibu. In quel frangente fece il voto di dedicarsi interamente a Dio, se si fosse salvato. Si salvò. L’anno dopo, il fratello gli regalò una copia del Corano. Ancora un anno, ed egli entrò nella più importante moschea di Londra abbracciando la fede islamica.
    Ritengo che Father and Son sia il brano cui egli teneva di più, certo accanto ad altri altrettanto fortunati, in cui ha affrontato il medesimo tema: Wild World, Peace Train, Oh Very Young, Another Saturday Night («Oh come vorrei avere qualcuno con cui parlare!»).
    A cavallo tra gli anni ’60 e ’70, Cat Stevens non fece che intessere una personalissima elegia del rapporto con il padre. E’ come se avesse proseguito, a suo modo e senza averlo letto, il saggio freudiano Il tramonto del complesso edipico. (4) Dopodiché… abbandonò definitivamente la questione: con la sua «scelta religiosa», appese il padre al chiodo, prima ancora che la chitarra, e mise Dio al posto del padre.
    Ecco dov’è finito il padre del sessantotto. Where have all the fathers gone? E’ facile parafrasare il titolo della famosa canzone di Pete Seeger del 1961, Where Have All the Flowers Gone? Osservo che oggi è pressoché impossibile parlare del sessantotto evitando i toni della retorica. Giacomo B. Contri ha paragonato i sessantottini agli assirobabilonesi, chiamandoli anche figli della promessa. (5) «I sessantottini erano giovani liceali e universitari destinatari di una promessa – comunista, cristiana o fascista – di realizzazione, di felicità, di compimento, di costituzione di qualche cosa che faccia star bene. E i padri, cattolici o comunisti che fossero, erano assunti dai figli come quelli che avevano formulato tale promessa. I sessantottini sono stati, da destra e da sinistra, anzi per lo più da sinistra, coloro che hanno preteso di riscuotere. (…) La spina nel fianco di tutti i partiti comunisti, europei e non solo, erano proprio i sessantottini, perché andavano a riscuotere una promessa presa come seria, e chi riceve una promessa ha ragione a chiederne conto». (6)
    Vengono in mente le parole di Cesare Pavese: «Com’è grande il pensiero che veramente nulla a noi è dovuto. Qualcuno ci ha mai promesso qualcosa? E allora perché attendiamo?» (7) Dal canto suo, Yusuf Islam ha cessato di attendere, senza aver cessato di vivere. In altre parole il suo pensiero ha assunto in toto la forma religiosa. (8) In essa il tema del padre non trova più posto, proprio come non ne trova nel Corano, dove leggiamo che Dio non ha figli. (9)
    Ai tempi di Father and Son, il parricidio non era ancora compiuto; era invece drammatizzato. In If You Want to Sing Out, Sing Out (colonna sonora dello splendido film Harold e Maude, 1974), egli cantava: «Se vuoi essere me, puoi esserlo; e se vuoi essere te stesso, puoi esserlo». Sono le ultime parole del padre, così come Cat Stevens l’aveva concepito. Oggi Yusuf Islam non potrebbe in alcun modo attribuire ad Allah parole simili. Sull’intera questione è calato il sipario: un religioso silenzio.

    NOTE
    (1) Yahya Pallavicini, Postfazione a: David Nieri, Da Cat Stevens a Yusuf Islam. Quattro passi all’ombra della luna, Pacini Editore, 2008, pagg. 147-151.
    (2) David Nieri, Da Cat Stevens a Yusuf Islam. Quattro passi all’ombra della luna, Pacini Editore, 2008, pagg. 98-99.
    (3) Ibidem.
    (4) S. Freud, Il tramonto del complesso edipico (1924), in: Sigmund Freud, Opere (OSF), Vol. X, Bollati Boringhieri, pagg. 25-33.
    (5) G.B. Contri, Il padre, il sessantotto e J. Lacan, in: Pensare con Freud, a cura di G.M. Genga e M.G. Pediconi, 3^ ed., Sic Edizioni, 2008, pagg. 104-111.
    (6) Ibidem.
    (7) C. Pavese, Il mestiere di vivere, 27 novembre 1945, pag. 276, Einaudi 1968.
    (8) Y. Pallavicini, op. cit.: «occorre piuttosto scoprire e rispettare la forma che Dio ci ha dato».
    (9) Il Corano, Sura XXV, Al-Furqân (Il Discrimine), v. 2.

  • L’omaggio di un freudiano a Paul Newman

    Quando ho appreso la notizia della sua morte, ho capito meglio che cosa mi aveva spinto ad andare con mia moglie a Broadway, il 25 gennaio 2003. Con l’aiuto degli amici Luca Flabbi e Anna Fruttero, all’epoca residenti a New York, realizzai uno dei miei «sogni»: vedere recitare Paul Newman dal vivo. Era la vigilia del suo 78° compleanno, ed era in scena Our Town, Piccola Città, di Thornton Wilder. Fino ad ora non vi avevo fatto caso: solo pochi mesi prima del mio blitz newyorkese avevo perso mio padre. Non che gli assomigliasse: a mio padre era stata attribuita, con ragione, una qualche somiglianza con Clark Gable. Ma è vero che, quanto ai padri, uno li cerca e li trova dove e come può.
    Un passo indietro. Poco più che sedicenne, vidi per la prima Paul Newman nel film Un uomo oggi(titolo originale WUSA, 1970, regia di Stuart Rosenberg). Era appena uscito nelle sale italiane. Pressoché sconosciuto, fu praticamente un flop ma, come appresi in seguito, era co-prodotto dallo stesso Newman, che amava moltissimo questo film.
    Il protagonista di WUSA non si discosta dal «tipo» del «bastardo pronto a vendersi per il successo» (come ha scritto M. Porro su La Repubblica), che Newman ha portato sugli
    schermi in moltissimi film più fortunati di WUSA. Qui è un anchorman al soldo di una radio statunitense di estrema destra, che si rende complice di un omicidio in uno stadio gremito di folla dove viene linciato, durante la sua trasmissione in diretta, un assistente sociale (Anthony Perkins) dedito alla causa dei più deboli. La malafede del protagonista spinge al suicidio la sua donna (Joanne Woodward), con cui si era appena legato. Alla fine, tornando dal cimitero, dice: «Sono stato là: sono un superstite». Il titolo del film doveva essere appunto The Survival. A due anni dal ’68, non era una piccola intuizione.
    Negli stessi anni mi ero imbattuto in questi versi di un certo Michajlov, un autore del Samizdat russo, che ebbe una certa fama anche da noi: «Se non sei stato in campo di concentramento, se non t’hanno torturato, se il tuo miglior amico non ha scritto una lettera anonima contro di te, se non sei strisciato fuori da un mucchio di cadaveri, (…) se non hai ammazzato l’amata eseguendo l’ordine di un estraneo (…) e non giuochi nemmeno a basketball, allora non sei un uomo del XX secolo».
    Ecco la cifra del personaggio creato da Newman e proposto in quasi tutti i suoi film: l’individuo in bilico tra cinismo e ri-inizio, un crinale che si dipana ben oltre i ristretti limiti della coscienza, meno ancora di quella rivoluzionaria, se mai questa è esistita. E’ un ritratto in cui non c’è più posto per l’ingenuità (il non sapevo o non volevo che Freud imputa alla nevrosi). Dietro la mimica inconfondibile di Newman, dietro la sua giacca gettata pigramente sulle spalle insieme ai delitti di cui si è macchiato – è la scena finale di WUSA – il pensiero si riapre alla via della ricerca dell’innocenza: possibilità appena intravista, ma reale e indelebile.
    Oggigiorno, se un uomo non vuole mentire a se stesso, non può contare su nulla di più.
    Questo è stato il suo modo di dirci che siamo tutti al day after, senza il minimo cedimento da parte sua al genere pulp. Caso quasi unico, per Newman l’uscita dall’inibizione psicologica non inaugura la catena delle perversioni (letteralmente: sangue e deiezioni), cui purtroppo ci ha abituati il cinema, non solo americano, negli ultimi trent’anni. Pochissime le eccezioni, tra cui Woody Allen e Dustin Hoffman.
    Ora che conosco gran parte della sua produzione cinematografica, sono convinto che in WUSANewman abbia espresso al meglio il cosiddetto «segreto» del suo fascino. Il vero segreto. Perché ce n’è anche uno falso, di cui egli era ben consapevole: i suoi occhi azzurri, di cui purtroppo hanno scritto in questi giorni la maggior parte dei critici. Il falso segreto è facile da svelare: Newman era daltonico! Viene da chiedersi come abbia fatto a guidare auto da corsa per decenni, fino a vincere almeno due competizioni, anche pochi anni orsono.
    Attribuire il successo di un attore ai suoi occhi azzurri sarebbe come voler credere che il velocista Carl Lewis abbia conquistato il suo record perché era un… nero: i neri sono molti
    milioni, ma pochissimi corrono i 100 metri in una manciata di secondi. E in effetti, con una buona battuta, una volta Newman disse: «Sulla mia tomba vorrei che scrivessero: qui riposa un uomo che divenne finalmente qualcuno quando i suoi occhi diventarono castani»!
    Aveva capito tutto della vita, Paul Newman: ecco perché è stato un uomo raro, anzi rarissimo.
    Sposando Joanne Woodward, nel ’58, le regalò una tazza d’argento che recava incisa la scritta: «Hai voluto a tutti i costi abbarbicarti ad Apollo; se ti capiterà di non riuscire a
    digerirlo, questa ti servirà
    ». E a chi gli chiedeva come mai si accontentasse di una sola donna potendo andare con tante, rispondeva: «(Joanne) ha sempre accettato incondizionatamente le mie scelte e i miei comportamenti, compresa la mia passione per le auto da corsa, che lei deplora. Questo è vero amore. Noi due non abbiamo niente in comune, se non il fatto che ci capita di fare film insieme; ognuno ha i suoi amici e i suoi interessi, non ci soffiamo sul collo, ci sentiamo liberi: sono le nostre distanze a unirci». E’ la migliore apologia del matrimonio che io conosca, scarsissimamente concepita e realizzata. Solitamente occorrono anni di cura psicoanalitica perché un individuo arrivi a pensare in questo modo il rapporto uomo-donna.
    Alla domanda: «Le piacerebbe essere immortale?» Newman rispose: «Devo pensarci…io gioco a poker, ma mi piace giocare a carte scoperte. L’immortalità dell’uomo non sarebbe un valore universale: chi sta bene starebbe ancora meglio e quelli che stanno male starebbero ancora peggio. No, no… niente immortalità!». Il nesso tra l’individuo e l’universo faceva parte del suo bagaglio intellettuale, a prescindere dal suo essere credente o meno. La prima questione è sempre la facoltà di desiderare, anche quando si tratta della vita eterna.
    Personalmente, l’ho imparato dallo psicoanalista Giacomo Contri (anch’io gioco a carte scoperte), e ho constatato che è una facoltà espunta o decaduta in tutta la patologia psichica.
    Ha detto Robert Forrester, vicepresidente della Newman’s Own Foundation, l’ente da lui realizzato a favore dei bambini gravemente malati: «Il dono di Paul Newman era la
    recitazione. La sua passione le corse. Il suo amore la famiglia e gli amici. Il suo cuore e la sua anima erano dedicati a rendere il mondo un posto migliore
    ». Ecco un pensiero paterno, impossibile a chi non si sia messo anzitutto nella posizione di figlio, cioè di ricevente un’eredità, di qualunque genere.
    A suo modo, Newman ha riproposto tutto ciò fino alla fine. Nel suo penultimo film, Per amore… dei soldi (Where the Money is, 2000), è l’anziano partner e complice di una giovane e seducente Linda Fiorentino: il tono scanzonato di questa commedia, inneggiante al furto (!), gli serve in realtà per trattare un tema pressoché tabù: il rapporto padre-figlia. E nel successivo, Era mio padre (The Road to Perdition, 2002, con Tom Hanks), criminalità e tragedia fanno da sfondo all’esame acuto e severo del rapporto padre-figlio: lo stesso esame cui egli stesso non poté sottrarsi alla morte per overdose dell’unico figlio maschio, nel ’78.
    Per accomiatarsi, Newman ha voluto che la notizia della sua morte fosse divulgata dapprima dal circuito delle opere di beneficenza a lui collegate, e solo diverse ore più tardi dal suo press-agent: un atto e un giudizio molto chiari.
    Paul Newman era tutto questo. Ed è per questo che, ben oltre la via dell’identificazione (che di per sé è solo road to perdition) un po’… era mio padre.