Autore: Matti

  • Il mio compagno di scuola Sigmund Freud

     

    Sta per chiudersi il 2013. Nell’arco di quest’anno hanno concluso la loro esistenza tre dei miei insegnanti più cari degli anni delle medie e del liceo. Mi hanno lasciato. In tutti e tre i casi è stato per me un lutto, senza cedimenti alla melanconia. (1)
    Qualcuno sostiene, tra il serio e il faceto, che uomini e donne appartengano a due categorie: chi ha fatto il liceo classico e chi non l’ha fatto. Battuta a parte, penso che il percorrere, anche ognuno a modo suo, quella che è stata la storia della nostra cultura, sia e resti un bene prezioso.
    Psicologia del ginnasiale (2) è una pagina che Freud scrisse nel 1914, a 58 anni – la stessa mia età di adesso – in occasione del 50° anniversario del suo liceo. (3)
    Grazie a Freud ho potuto ritrovare gran parte di quel primo pensiero che era iniziato già maturo nell’infanzia, ossia molti anni prima dell’ “esame di maturità”. Freud, ebreo e miscredente, avrebbe senz’altro sottoscritto il celebre invito di Gesù «Se non ritornerete come bambini…».
    Trovo che la pagina che segue si commenti da sé: è scritta in modo tale da racchiudere una verità evidente e persuasiva. Il resto ce lo può mettere il lettore, ma – suggerisco – senza fretta. Vero che “il tempo si fa breve”, ma ciò non deve avvenire a scapito dell’elaborazione personale. In ogni caso i pensieri, non privi di accenti di commozione, che Freud dedica ai suoi insegnanti, potrebbero essere stati scritti da un nostro compagno di scuola:

    « Si prova una strana sensazione, quando, in età così avanzata, si è ancora una volta incaricati di scrivere un “componimento” per la scuola. Ma si ubbidisce automaticamente, allo stesso modo del vecchio soldato che all’ordine “Attenti!” non può fare a meno di lasciar cadere quello che tiene in mano e stendere le braccia lungo le cuciture dei pantaloni. È sorprendente la prontezza con cui si accetta l’incarico, come se negli ultimi cinquant’anni non si fosse verificato alcun cambiamento particolare. (…)
    Forse dieci anni fa potevano esserci ancora dei momenti in cui ci sentivamo nuovamente giovani, all’improvviso. Quando, già con i capelli grigi e tutto il peso di una vita borghese sulle spalle, camminando per le strade della nostra città natale incontravamo inaspettatamente un anziano signore ben conservato, lo salutavamo quasi con deferenza, poiché avevamo riconosciuto in lui uno dei nostri professori del ginnasio. Ma poi ci si fermava a guardarlo, riflettendo: È veramente lui, o è solo uno che gli assomiglia moltissimo? Che aspetto giovanile ha, e tu, come sei diventato vecchio! Quanti anni potrà avere oggi? È possibile che questi uomini che allora erano ai nostri occhi i tipici esponenti del mondo degli adulti fossero di tanto poco più vecchi di noi?
    In quei momenti il presente pareva oscurarsi, e dagli angoli riposti della nostra memoria riemergeva la nostra vita dai dieci ai diciott’anni con i suoi presentimenti e i suoi errori, le sue trasformazioni dolorose e i suoi esaltanti successi; riaffioravano alla mente i primi sguardi rivolti a una civiltà tramontata (destinata, almeno per me, a divenire in seguito fonte di inesauribile conforto nelle lotte della vita), i primi contatti con le scienze, tra le quali credevamo di poter scegliere quella a cui offrire i nostri servizi, che sarebbero risultati certamente inestimabili. E a me sembra di ricordare che tutti quegli anni erano stati percorsi dal presentimento di un compito che in un primo tempo si era delineato appena, e che aveva infine trovato la sua aperta espressione nel mio saggio di maturità, dove avevo dichiarato l’intenzione di contribuire, nella mia vita, allo sviluppo del sapere umano.
    Più tardi sono diventato medico, o più propriamente psicologo, e ho potuto creare una nuova disciplina psicologica, la cosiddetta “psicoanalisi”, che oggi è seguita con eccezionale interesse da medici e ricercatori di paesi vicini e lontani, di lingua diversa, suscitando ovunque parole di lode e di biasimo – mentre, com’è ovvio, ha trovato l’eco più debole proprio nel suo Paese d’origine.
    (…) L’emozione che provavo incontrando i miei vecchi professori del ginnasio mi induce a fare una prima ammissione: è difficile stabilire che cosa ci importasse di più, se avessimo più interesse per le scienze che ci venivano insegnate o per la persona dei nostri insegnanti. In ogni caso questi ultimi erano oggetto per tutti noi di un interesse sotterraneo continuo, e per molti la via delle scienze passava necessariamente per le persone dei professori; molti si sono arrestati a metà di questa via, e per alcuni (perché non ammetterlo?), essa è risultata in tal modo sbarrata per sempre.
    Li corteggiavamo o voltavamo loro le spalle, immaginavamo che provassero simpatie o antipatie probabilmente inesistenti, studiavamo i loro caratteri e formavamo o deformavamo i nostri sul loro modello. Essi suscitavano le nostre rivolte più forti e ci costringevano a una completa sottomissione; spiavamo le loro piccole debolezze ed eravamo orgogliosi dei loro grandi meriti, del loro sapere e della loro giustizia. In fondo li amavamo molto, se appena ce ne davano un motivo; non so se tutti i nostri insegnanti se ne sono accorti. Ma non si può negare che nei loro confronti avevamo un atteggiamento del tutto particolare, un atteggiamento che poteva avere i suoi inconvenienti per i soggetti interessati. Eravamo, in linea di principio, parimenti inclini ad amarli e a odiarli, a criticarli e a venerarli. La psicoanalisi definisce “ambivalente” questa capacità di assumere comportamenti fra loro opposti; e non ha difficoltà alcuna a rintracciare la fonte di tale ambivalenza emotiva.
    La psicoanalisi ci ha insegnato infatti che gli atteggiamenti affettivi verso il nostro prossimo, destinati ad avere grandissima importanza per il successivo comportamento dell’individuo, vengono acquisiti definitivamente in un’epoca inaspettatamente remota. Già nei primi sei anni dell’infanzia il piccolo essere fissa la natura e la tonalità affettiva delle sue relazioni con le persone del suo stesso sesso e dell’altro sesso; da allora in poi egli potrà svilupparle e trasformarle in certe direzioni, ma non potrà più eliminarle. Le persone in rapporto alle quali egli fissa in tal modo il proprio tipo di comportamento sono i suoi genitori e i fratelli. Tutte le persone che egli conosce più tardi diventano dei sostituti di questi primi oggetti dei suoi sentimenti (forse ai genitori dovremmo aggiungere le persone che si prendono cura del bambino), e vengono classificate dal suo punto di vista secondo quelle che chiamiamo le “imagines” del padre, della madre, dei fratelli e cosi via. Queste conoscenze che egli fa più tardi devono dunque assumersi una specie di eredità emotiva, incontrano simpatie e antipatie a provocare le quali hanno contribuito ben poco; tutte le amicizie e gli amori che l’individuo sceglierà in seguito si baseranno sulle tracce che quei primi modelli hanno lasciato nella sua memoria.
    Ma fra le imagines che si sono formate in un’infanzia di cui di solito si è perduto il ricordo, nessuna è più importante, per il giovane o per l’uomo adulto, di quella del proprio padre, Una necessità organica ha introdotto in questo rapporto col padre un’ambivalenza emotiva di cui possiamo ravvisare la manifestazione più impressionante nel mito greco del re Edipo. Il bambino deve amare e ammirare suo padre, che vede come la più forte, la migliore e la più saggia delle creature; in fin dei conti Dio stesso non è altro che un’esaltazione di questa immagine paterna, così come essa si presenta nella vita psichica infantile. Ma tosto si fa innanzi l’altro aspetto di questa relazione affettiva. Nel padre si vede anche l’essere che nel suo strapotere disturba la nostra vita pulsionale, egli diventa il modello che non vogliamo più solo imitare, ma anche togliere di mezzo, per poter prendere il suo posto. Ora l’impulso affettuoso e quello ostile verso il padre continuano a sussistere l’uno accanto all’altro, spesso per tutta la vita, senza che l’uno possa eliminare l’altro. In questa coesistenza degli opposti risiede il carattere di quella che chiamiamo un’ambivalenza emotiva.
    Nel corso della fanciullezza ci si appresta a un mutamento in questo rapporto col padre, la cui importanza non sarà mai sottolineata abbastanza. Il fanciullo comincia a uscire dalla stanza dei bambini, ad affacciarsi al mondo reale; a questo punto scopre delle cose che scalzano la sua originaria ammirazione per il padre e determinano il suo distacco da questo suo primo ideale. Egli scopre che suo padre non è l’essere più potente, più saggio e più ricco della terra, comincia a diventare scontento di lui, impara a criticarlo e a valutare la sua posizione sociale; poi, di solito, fa pagare cara al padre la delusione che egli gli ha procurato: tutto ciò che nella nuova generazione appare denso di promesse, ma anche tutto ciò che essa ha di urtante è determinato da questo distacco dal padre.
    In questa fase del suo sviluppo ha luogo l’incontro del ragazzo con gli insegnanti. A questo punto possiamo capire il nostro comportamento verso i nostri professori del ginnasio. Questi uomini, che pure non furono tutti dei padri, diventarono per noi i sostituti del padre. È perciò che ci sono apparsi cosi maturi, cosi irraggiungibilmente adulti, anche se in realtà erano ancora molto giovani. Abbiamo trasferito su di loro il rispetto e le attese che nei nostri anni infantili avevamo nutrito per il padre onnisciente, e poi abbiamo cominciato a trattarli come trattavamo, a casa, i nostri padri. Abbiamo assunto nei loro confronti lo stesso rapporto ambivalente che avevamo acquisito in famiglia, e in virtù di questo atteggiamento abbiamo lottato con loro, come ci eravamo abituati a lottare con i nostri padri carnali. Se non si tenesse conto delle esperienze infantili e della vita familiare il nostro comportamento verso i nostri insegnanti non solo risulterebbe incomprensibile, ma non avrebbe alcuna scusante. Nei nostri anni di ginnasio abbiamo avuto anche altre esperienze, quasi altrettanto significative, con i succedanei dei nostri fratelli, i nostri compagni di scuola; ma di esse si dovrà scrivere altrove. In occasione del giubileo della nostra scuola è giusto che il nostro pensiero si rivolga soltanto ai nostri maestri.»

    NOTE
    1. Quella tra lutto e melanconia è una distinzione precisa e preziosa che dobbiamo a S. Freud (Lutto e melanconia, 1917, in: Metapsicologia, OSF, Bollati Boringhieri, Torino, vol. VIII). La portata di questa distinzione resta ancora del tutto inesplorata o quasi.
    2. Cito C.L. Musatti: «Zur Psychologie des Gymnasiastenè un breve scritto, composto per un volume celebrativo (Festschnft) pubblicato nel 50° anniversario della fondazione del “K.k. Erzherzog-Rainer Realgymnasium” (ottobre 1914) dagli ex allievi della scuola. Freud aveva frequentato dal 1865 al 1873 questo Istituto, che allora si chiamava “Leopoldstädter Kommunalreal – und Obergymnasium” (…) Lo scritto è stato riprodotto (…) in Gesammelte Werke, vol. 10 (1946) pp. 204-07. È qui presentato nella traduzione italiana di Anna Maria Marietti.» (Cfr. Avvertenza editoriale, in OSF, op.cit. vol. VII, pagg. 475. «“Ginnasio” sta qui a indicare l’intero corso degli studi medi di indirizzo umanistico (comprensivi pertanto del nostro “liceo”) secondo un uso della parola introdotto in Germania fin dal Rinascimento.» (ibidem, nota 1, pag. 477). Ho già citato questo scritto freudiano nell’articolo del 12 settembre 2012, dal titolo: Emergenza scuola:
    http://www.culturacattolica.it/default.asp?id=516&id_n=31153&pagina=1&fo=3. I ricordi degli anni della fanciullezza e della pubertà sono spesso assai vividi, come talvolta lo sono i sogni in cui compaiono persone con cui abbiamo condiviso quegli anni, e che oggi non hanno più nulla a che fare con noi, siano essi il maestro delle elementari, la bambina dai boccoli d’oro nostra compagna di giochi, o l’amico dell’asilo con cui ci azzuffavamo con veemenza. I legami fortissimi di allora sono diventati oggi ricordi indelebili, anche per quegli adulti – e sono la maggior parte – che non sanno che farsene.

  • Shutdown: the day after…

    Una recente conversazione via skype con i colleghi Gabriella Pediconi (Urbino) e Luca Flabbi (Washington) è stata l’occasione per riflettere su un fatto che ha interessato anche le prime pagine dei giornali del nostro Paese: lo shutdown statunitense, ovvero la temporanea chiusura forzata di molti posti di lavoro negli USA. Le conseguenze, tuttavia, non sono state così disastrose come si temeva. I discendenti di quei Pilgrim Fathers che nel 1620 solcarono l’Atlantico a bordo della Mayflower il mese scorso hanno dato a tutto il mondo un’insolita lezione di capacità imprenditoriale. L’imprendere è il tratto più qualificante del pensiero sano, o del figlio, mentre la parola depressione si applica all’economia quanto alla psicopatologia. Si tratta di combinare i due campi.
    Per una volta, siamo di fronte ad una buona notizia.
    Ringrazio i colleghi che firmano con me questa pagina e hanno acconsentito a pubblicarla in questa rubrica. (1)

    Il guadagno della mancanza di lavoro salariatoTutti abbiamo seguito il recente shutdown del governo americano: il 90% dei dipendenti pubblici sono stati obbligati a stare a casa dal lavoro perché il Congresso si è rifiutato di approvare il bilancio dello Stato. (2) Appena iniziato lo shutdown – che finirà per durare 16 giorni – si sono immediatamente sviluppati sussurri e timori per le possibili conseguenze catastrofiche di questa inusuale iniziativa (non troppo inusuale, a dire il vero: è già successo molte volte in passato): gli Stati Uniti sarebbero ormai una superpotenza in ginocchio, la chiusura del governo manderà economia (e cittadini) in depressione, l’intera economia mondiale ne risentirà, etc.
    Eppure, i recenti dati sull’occupazione pubblicati la settimana scorsa dall’Istituto di Statistica statunitense riportano che l’economia ha creato più posti di lavoro nel periodo dello shutdown che nei mesi precedenti. Tutto il contrario della depressione annunciata.Che cosa è successo?
    Testimoni oculari (tra cui uno degli autori di questa pagina) riportano che durante la prima settimana dello shutdown i ristoranti di Washington erano pieni, anche a mezzogiorno: colleghi e amici, a casa dal lavoro, si sono ritrovati a mangiare insieme e a fare due chiacchiere in santa pace. Nelle scuole, i bambini erano sorridenti ed eccitati: papà e mamma, entrambi a casa dal lavoro, venivano a prenderli con calma, portando loro la merenda preferita. Forse che la chiusura del posto di lavoro pubblico (uno dei casi del lavoro salariato, ovvero di lavoro per il salario anziché per il profitto) invece di produrre depressione ha prodotto nuove occasioni di spesa e guadagno? (3)È possibile, (4) ed è una possibilità che ci ricorda come l’economia nel suo aggregato (macroeconomia) non sia che il risultato di pensieri e giudizi individuali. (5) Ognuno di noi in un certo vero senso fa l’economia e ognuno di noi può scegliere di agire da sovrano – «signore della città», come già indicato nella parabola dei talenti – anziché agire da lavoratore salariato, schiacciato dal dovere arrivare a fine mese come quel servo che, immobilizzato nella sua mancanza di iniziativa, soffoca il talento ricevuto in un fazzoletto nascosto sottoterra. (6)

    Brindiamo ai lavoratori pubblici americani, che non si sono fatti deprimere dallo shutdown. La superpotenza non è ancora in ginocchio: se il suo sistema politico è decisamente anacronistico e non ha nulla da insegnarci, i suoi soggetti economici primari (microeconomia), possono ancora essere un fonte di ispirazione, anche al qua dell’Atlantico.

    Illustrazioni di Chiara Ciceri

    NOTE
    1. Luca Flabbi, M. Gabriella Pediconi, Glauco M. Genga. Luca Flabbi è Senior Economist nel Dipartimento di Ricerca dell’Inter-American Development Bank e Assistant Professor nel Dipartimento di Economia della Georgetown University, Washington, DC; Maria Gabriella Pediconi è psicoanalista e Ricercatore di Psicologia Dinamica presso il Dipartimento di Economia, Società, Politica (DESP) dell’Università degli Studi di Urbino “Carlo Bo”.
    2. Cfr. Marco Valsania, Lo spettro dello shutdown per il Governo Usa: 700mila posti a rischio dalla mezzanotte di oggi, Il Sole24ore, 30 settembre 2013; Lo «shutdown» chiude la Statua della Libertà, Corriere della Sera, 1° ottobre 2013. Inoltre:http://www.ilsole24ore.com/articlegallery/notizie/2013/shutdown-usa/index.shtml
    3. Per un approfondimento, rinviamo a: L. Flabbi, Lavoro salariato, lavoro prostitutivo e capitale umano, lezione dell’8 maggio 2010 al Corso di «Studium Cartello» L’albero e i frutti. La rettitudine economica.
    http://www.studiumcartello.it/Public/EditorUpload/Documents/CORSO_INTERVENTI/100508SC_LF1.pdf.
    4. Questa possibilità va comunque considerata al netto degli indubbi costi diretti, causati dalla chiusura di importanti servizi pubblici. Per un resoconto dettagliato dei costi diretti rinviamo al ben documentato articolo Impacts and Costs of the October 2013 Federal Government Shutdown, a cura dell’Executive Office of the President of the United States:http://www.whitehouse.gov/sites/default/files/omb/reports/impacts-and-costs-of-october-2013-federal-government-shutdown-report.pdf.
    5. Ciò vale anche per la politica. A questo proposito, G.B. Contri scrive: «Sono serio con “la politica” cosiddetta proprio perché le riconosco, al massimo della sua efficacia, il 5% di potere sul nostro legame sociale e sulla nostra economia, mentre tutto il rimanente legame sociale non ha altra autorità che quella individuale: ma, stante la realtà, è quella limitata di individui che sono dei Re Lear, sovrani abdicanti» (da: Mistero politico, Think! 23 gennaio 2013,http://www.giacomocontri.it/BLOG/2013/2013-01/2013-01-23-BLOG_mistero_politico.htm).
    6. G.B. Contri ha commentato a più riprese, anche in collaborazione con Luca Flabbi, la nota parabola evangelica dei talenti. Qui rinviamo a: AA.VV: A chi non ha sarà tolto. Economia e psicopatologia, SicEdizioni online, 2011:http://www.studiumcartello.it/Public/EditorUpload/Documents/PUBBLICAZIONI/[SIC2011]A_CHI_NON_HA2.pdf.

  • “Aggràppati! A qualsiasi cosa!”

    Appunti sul film Gravity(1)

    Sentendosi improvvisamente allontanare nel vuoto e nel buio, la dottoressa Stone, al suo primo lancio nello spazio, grida terrorizzata: «Che devo fare?». Kowalsky, l’astronauta veterano suo collega nella missione spaziale, le urla: «Aggràppati! A qualsiasi cosa!». È la scena clou dell’ultimo film di Alfonso Cuarón, realizzato insieme al figlio Jonàs, con il contributo della NASA e la sofisticata computer grafica 3D. Uno space movie affascinante, il cui pregio, aldilà delle evidenti distorsioni e falsità che contiene, è quello di far riflettere sul nesso tra le leggi della fisica e della fisiologa da una parte, e il lavoro del pensiero dall’altra. Apprendiamo così che la forza di gravità è un aiuto alla vita psichica: un’idea geniale e psicologicamente corretta.(2) Da vedere. Ecco il link al trailer del film:

    La trama in breve.
    «Gli astronauti Ryan Stone (Sandra Bullock) e Matt Kowalsky (George Clooney) lavorano ad alcune riparazioni di una stazione orbitante nello spazio, quando un’imprevedibile catena di eventi gli scaraventa contro una tempesta di detriti. L’impatto è devastante, distrugge la stazione e li lascia vagare nello spazio nel disperato tentativo di sopravvivere e trovare una maniera per tornare sulla Terra»:3 «Houston alla cieca, mi sentite?» è l’appello ripetuto da ciascuno dei due durante tutto il film.

    I difetti del film…
    …risiedono anzitutto, a mio giudizio, nello stile metafisico e misticheggiante, che lo appesantisce non poco. La scena finale, ad esempio, ricorda certi quadri, pur pregevoli, del pittore pesarese Marcello Antonelli (1932-2009): un simbolismo insistito, che Cuarón sposa in toto, firmando regia, montaggio e sceneggiatura (oltre ad esserne il produttore: voleva proprio farlo, questo film!). Chi è l’eroina up to date? Ovvio! Una madre-astronauta che deve elaborare il lutto più grave che ci sia: la morte dell’unica figlia. Non mi soffermo sulle molte distorsioni e falsità, già bene individuate da diversi siti web, la cui consultazione è comunque divertente: la science fiction non si cura dell’effettiva velocità dei detriti o delle procedure di apertura dei portelli delle stazioni spaziali.(4) Pazienza.

    … e il suo pregio.
    Uno spunto resta molto interessante. Siamo soliti pensare alla gravità come qualcosa di scomodo: ci fa cadere, rende pesanti gli oggetti che trasportiamo e faticose le scale che saliamo. Questo film mostra che le cose stanno proprio all’incontrario: qui gravity è… la meta. O meglio: è un aiuto prezioso per andare a meta. Non può che essere così. Se pensiamo che la comparsa dell’Homo Sapiens risale a circa 200.000 anni fa (migliaio più migliaio meno, senza contare le generazioni degli ominidi precedenti), comprendiamo che l’evoluzione del corpo umano è avvenuta coniugando le leggi fisiche del nostro pianeta con quelle della fisiologia (locomozione, circolazione, senso-percezione, etc.). La gravità ha aiutato l’uomo ad orientarsi nei suoi moti, cosicché ci è facile sapere che stiamo andando da qualche parte. Diventa quasi un tutt’uno con il volerci andare. Insomma, senza gravità – come dicono a Milano – «l’è un laurà de matt!». Gli astronauti devono riguadagnare tutta l’elaborazione dei loro moti, e apprendere come muoversi secondo mete e obiettivi in assenza delle indicazioni che registriamo ordinariamente sulla superficie terrestre.(5) In una delle prime scene, la protagonista non riesce ad afferrare uno strumento che le è sfuggito di mano ed esclama: «Sono abituata a lavorare nel laboratorio dell’ospedale, dove le cose cadono in terra!» In questo senso, quella di Cuarón si rivela un’esplorazione geniale che ci fa maggiormente apprezzare quel che chiamiamo “avere i piedi per terra”.

    Un appunto sull’angoscia.
    Un bell’articolo ha caratterizzato questo film come “angoscia senza peso”.(6) In effetti, l’angoscia è ben descritta da una delle frasi del film: «Viene da cagarsi sotto quando le cose sono slegate». Ma non c’è bisogno di andare oltre l’atmosfera per farne esperienza: ogni bambino lo sa, un momento dopo che l’adulto gli «ha messo le parole addosso». Le parole, non le mani, possono recidere i legami più rilevanti del bambino.(7) È capitato a tutti.
    Non solo: l’angoscia ha a che fare, sorprendentemente, con… la bellezza. L’aurora, è detto nel film, è uno spettacolo fantastico: vista da lassù, la Terra «è bella, tutta azzurra». È quel che disse anche Gagarin, il primo uomo lanciato nello spazio.(8)
    Aggiungo: anche la Bullock che volteggia in shorts dentro la cabina spaziale è bella! L’attrice ha quarantanove anni e un fisico da venticinquenne. Ma perché spendere lo stesso aggettivo per un corpo celeste e per un corpo femminile così ben curato e sapientemente ritratto dalla fotografia? Ognuno provi a rispondere. Privo di qualsiasi “tocco” umano, tutto quel che si trova nell’universo astrale non può che destare angoscia.
    Piero Fornasetti l’aveva capito bene:(9) le sue lune e i suoi soli, che sembrano farci l’occhiolino con umana e benevola complicità, sono i frutti della sua mente visionaria, con cui possiamo arredare i locali di casa nostra, dalle tende alle piastrelle da cucina (le mie sono tappezzate di mongolfiere). Lune e soli sembrano dirci, con le parole di Kowalsky-Clooney nel film: «La vedi? È lì che dobbiamo andare. Torniamo a casa». Per l’appunto: il titolo di questo film non è Without Gravity – come ci aspetteremmo – ma solo Gravity: la legge newtoniana di gravitazione universale qui è evocata per significare l’aspirazione alla meta. Sempre e comunque. La suggestiva raccomandazione dell’astronauta alla collega, «Non mollare!», è dunque corretta: «Aggràppati! A qualsiasi cosa!». Vale per ciascuno, hic et nunc, qui ed ora.

    Dedico con piacere questo articolo al prof. Giovanni Cavagna,
    mio docente di fisiologia negli anni settanta,
    maestro di vera passione per la ricerca e la didattica

    NOTE
    1 L’articolo è apparso il 18 ottobre scorso nella rubrica Father & Son del sito Cultura Cattolica, a cura di E. Leonardi, con illustrazioni di C. Ciceri.
    2 Il tema è di quelli che attraversano i millenni della storia dell’umanità: dal profeta Elia rapito in cielo su un carro di fuoco a Dedalo e a suo figlio Icaro, figura tuttora carica di simbolismi. Al plurisecolare dibattito fra geocentrismo ed eliocentrismo, tutto interno alla diatriba tra religione e scienza, si è affiancata la grande letteratura: da Leopardi del “Che fai tu luna in ciel?” a Italo Calvino, che apre le Cosmicomiche con le bellissime pagine de La distanza della Luna. In anni più recenti, il cinema ci ha proposto di tutto e di più.
    Ricordo solo: 2001 Odissea nello spazio (Kubrik, 1968) e Apollo 13 (Ron Howard, 1995). Infine la musica “leggera”, con il popolare successo della canzone Help me! (Dik Dik, 1974), ispirata al brano Space Oddity, che David Bowie lanciò pochi giorni prima dell’allunaggio dell’Apollo 11. Un testo agghiacciante.
    3 http://www.mymovies.it/film/2013/gravity.
    4 Riporto i link ad alcuni di questi siti, informando che il secondo e il terzo svelano anche il finale del film.
    Lettore avvisato…
    http://it.cinema.yahoo.com/blog/multisala/gravity-di-alfonso-cuaron-gli-errori-impossibili-084924030.html.
    http://www.ilmessaggero.it/TECNOLOGIA/SCIENZA/esa_asi_iss_spazio_samantha_cristoforetti_gravity_cloo
    ney_bullock_cuaron_astronauta_parmitano/notizie/339247.shtml

    http://www.lastampa.it/2013/10/03/societa/gravity-che-bello-far-finta-di-crederci-
    422zcEZtpcQe7f44kjsQ0I/pagina.html

    5 Qui solo un cenno alla letteratura scientifica: il prof. Giovanni Cavagna, docente di fisiologia
    all’Università di Milano, si è occupato a più riprese degli effetti della gravità sui movimenti del corpo umano.
    Qualche anno prima dello sbarco sulla Luna (1969), egli pubblicò con il prof. Margaria un deambulazione umana sulla superficie lunare (R. Margaria, G.A. Cavagna, Human Locomotion in Subgravity, Aerospace Medicine, dicembre 1964). In esso, i due studiosi «avevano previsto, sulla base di uno studio teorico basato sui dati ottenuti sulla Terra, che non sarebbe stato praticamente possibile camminare sulla Luna. In effetti, le riprese degli astronauti sulla Luna hanno ben dimostrato che la locomozione avveniva tramite piccoli balzi, con un meccanismo apparentemente simile a quello della corsa» (G.A. Cavagna). «In gravity conditions such as the moon (0,16g) walking should be practically impossible» (R. Margaria, G.A. Cavagna, art. cit.).
    6 Emanuela Martini, Angoscia senza peso, Domenica Il Sole24ore, 13 ottobre 2013, pag 50.
    7 Debbo a G.B. Contri questa espressione e la relativa articolazione, che egli ha proposto più volte: «Dalle parole addosso siamo quasi senza difesa, da grandi come da piccini: da grandi perché già da piccini (ecco Freud).» Si veda, per esempio:
    http://www.studiumcartello.it/Public/EditorUpload/Documents/GBC_THINK/090417TH_GBC3.pdf
    8 «La Terra è blu […] Che meraviglia. È incredibile.» Per un approfondimento, suggerisco: Lev Danilkin, Gagarin, Castelvecchi, Lit Edizioni, 2013.
    9 Piero Fornasetti (1913-1988) è stato un famoso pittore, scultore e designer milanese.

  • Praga, le fiamme dell’ideale e i cattivi maestri. Jan Palach

    Un congresso internazionale di psicoanalisi (1) è stata l’occasione per visitare la bellissima Praga, immersa com’era nell’afa di agosto. Non conoscevo quasi nulla di quella terra e della sua storia, e pochi giorni non bastano per farsene un’idea precisa. Tuttavia il breve soggiorno non è stato uguale a zero.
    Anzitutto, la “Città d’oro” appaga subito l’occhio: la sua architettura barocca e secese (liberty), grazie anche alla sapiente opera di restauro, si impone con le eleganti e lussuose facciate di colore rosa, verde pastello e turchese. «Ora che sono lontano, forse per sempre, mi chiedo se Praga esista davvero o se piuttosto non sia una contrada immaginaria come la Polonia di re Ubu». Così scrive A.M. Ripellino in Praga magica, (2) libro eruditissimo e dall’andatura sognante, che vorrebbe ammaliare il lettore e condurlo a lasciarsi ipnotizzare dallo sciabordìo della Moldava.
    A me Praga ha fatto tutt’altro effetto: «Praga non molla. Non molla noi due. Questa mammina ha gli artigli. Bisogna adattarsi o… dovremmo appiccarle il fuoco, e così sarebbe possibile liberarci» (corsivo mio). Sono parole di Kafka, diciannovenne, ad un amico. Penso a Il Processo, a Il Castello, al Potere e all’impotenza che accompagna sempre il delirio. Penso a Il potere dei senza potere, la prima opera di Havel edita anche oltrecortina dieci anni prima della “rivoluzione di velluto”, che pose fine al regime comunista nel 1989. Visitando Praga, ho fatto una prima scoperta: mi sono accorto che fino a quel momento per me la capitale ceca aveva voluto dire solo Jan Palach. (3)
    Avevo 13 anni quando il 16 gennaio 1969 lo studente praghese si diede fuoco nella piazza di S. Venceslao. Morì tre giorni dopo. Aveva 21 anni. La “torcia umana”, come egli stesso si definì, suscitò un clamore mondiale superiore a quello destato pochi mesi prima dall’uccisione di Martin Luther King o dalla protesta degli atleti neri Smith e Carlos alle Olimpiadi di Città del Messico (1968). La foto del loro pugno alzato aveva troneggiato a lungo nella mia camera di adolescente. Ma il gesto di Palach aveva qualcosa di urtante. Dalle mie letture di questi giorni ho appuntato questa frase, senza purtroppo appuntarne la fonte: «Non era un suicidio per disperazione, non era una resa definitiva, portata alle estreme conseguenze: era un’azione offensiva. Insomma era il gesto di un soldato che si sacrifica per gli altri» (corsivo mio). Contro chi il giovane Palach ha rivolto la sua tragica offensiva?
    Qualcuno parlò persino di martirio. Trovo più accorto il giudizio di Luigi Giussani che, citando il XIII capitolo della prima lettera di Paolo ai Corinti, disse: «Io potrei dare il mio corpo alle fiamme, dar via tutti i soldi che ho: non varrebbe niente se non fosse carità, cioè se non fosse amore di Cristo. Cosa vuol dire “non varrebbe niente”? Non sarebbe proporzionato al mio destino, sarebbe sperperare delle energie. Mi ricordo l’impressione che mi ha fatto leggere questo pezzo della prima lettera ai Corinti quando Jan Palach, a Praga, si è bruciato. Si è bruciato per la libertà: è terribile, non è proporzionato! Se uno accetta di essere bruciato per affermare Cristo, allora è totalmente diverso.» (4) Quell’aggettivo, sproporzionato, merita la massima attenzione.
    Infatti Jan Palach divenne subito un’icona. Ma di che? La risposta non è affatto ovvia.
    Egli lasciò scritto nei suoi quaderni: «Poiché i nostri popoli sono sull’orlo della disperazione e della rassegnazione, abbiamo deciso di esprimere la nostra protesta e di scuotere la coscienza del popolo. Il nostro gruppo è costituito da volontari, pronti a bruciarsi per la nostra causa. Poiché ho avuto l’onore di estrarre il numero 1, è mio diritto scrivere la prima lettera ed essere la prima torcia umana. Noi esigiamo l’abolizione della censura e la proibizione di Zpravy (giornale delle forze di occupazione sovietiche, ndr). Se le nostre richieste non saranno esaudite entro cinque giorni, e se il nostro popolo non darà un sostegno sufficiente a quelle richieste, con uno sciopero generale e illimitato, una nuova torcia s’infiammerà.»
    Al suo funerale parteciparono 600 mila persone, provenienti da tutto il Paese. Dubček, che era allora Primo Ministro, dichiarò: «Il sacrificio di Palach traumatizzò tutto il Paese. Era una cosa mai accaduta prima in Cecoslovacchia e, per quanto ne so, in Europa». (5) A quel gesto seguirono altre “torce umane”, forse sette, forse molte di più: per vent’anni la notizia non fu diffusa in Occidente. Erano torce scomode per chiunque, non soltanto per i sostenitori del governo Husàk (1975-1989), che cercava di “normalizzare” il Paese.

    A Praga ho domandato qualcosa su Palach a due o tre guide ceche, registrando che non gradivano diffondersi sull’argomento. Il più anziano mi ha risposto che nel 1969 molti padri temevano di non vedere rientrare a casa i figli, poiché si era sparsa la notizia di quel “gruppo di volontari pronti a bruciarsi” sull’esempio di Palach e di Thích Quảng Đùc, il primo monaco vietnamita che si era immolato nella piazza di Saigon nel 1963. La foto di Malcolm Browne, che ritrae il bonzo imperturbabile tra le fiamme, aveva già fatto il giro del mondo, aprendo così una via di morte anche in Occidente.
    Il padre di Palach, anticomunista e socialista, aveva trasmesso al figlio i propri principi patriottici. Durante il ginnasio, Jan conservava ritagli di articoli di giornale, tra cui questo: «Non basta avere grandi idee, è necessario saperle proporre». A fianco, il suo commento: “e metterle in pratica”. Il suo docente di storia riferì che Jan, iscritto al secondo anno di filosofia, aveva una rappresentazione idealistica della Rivoluzione d’ottobre. Tra gli ultimi giorni del ’68 e l’inizio del ’69, Jan andò a trovare un pastore della chiesa evangelica, la sua maestra delle elementari e un’amica d’infanzia affetta da paralisi. A tutti costoro confidò il suo cruccio per il torpore in cui viveva la società civile cecoslovacca. Lo scrisse anche ad un leader della rivolta studentesca, ma non ebbe risposta.
    Sta di fatto che all’indomani del suo atroce gesto nulla cambiò nella situazione politica cecoslovacca: il 21 agosto 1969, anniversario dell’invasione dei carri armati sovietici, la gente scese in piazza, ma rimase sbigottita perché questa volta dovette scontrarsi con poliziotti cechi, non russi: «Questo fu il nostro secondo agosto, e per la coscienza del nostro popolo fu molto più importante dell’agosto precedente, perché allora avevamo dimostrato di tener duro. Dopo, invece, ci siamo arresi». (6)Vent’anni dopo, nel 1989, Vaclav Havel scontò nove mesi di carcere per avere portato fiori sul luogo del rogo di Palach. In quell’anno alcuni affiliati al movimento Charta 77 ricevettero una lettera anonima di uno sconosciuto che minacciava di darsi fuoco «per i diritti umani, la libertà di espressione e la libertà religiosa». Ma «un gesto autodistruttivo di questo tipo non sarebbe stato in sintonia con lo spirito che animava Charta 77. (…) Se l’autore di quella lettera si fosse realmente dato fuoco, più che la radicalizzazione dei movimenti di opposizione democratica, sarebbe stata una minaccia ai principi che riconoscevamo». (7)
    La morte di Palach, dunque, è rimasta a lungo un enigma: come giudicare il suo atto? Quando uscirà in Italia, potrebbe esserci di aiuto la ricostruzione contenuta nel film-documentario The Burning Bush (Il roveto ardente) della regista polacca Agnieszka Holland, presentato quest’anno al Festival del cinema di Rotterdam. (8)

    Nel prossimo articolo mi occuperò di Jan Hus (1371-1415), il sacerdote e predicatore boemo, nonché padre della lingua ceca, che fu mandato al rogo agli inizi del XV secolo. Ma Palach si appiccò il fuoco da se stesso, imitando il gesto dei bonzi vietnamiti. Non è il medesimo atto. Tra coloro che hanno segnalato o ipotizzato un nesso tra i due roghi, ricordo Francesco Guccini, che a quei tragici fatti dedicò anni fa la sua commovente Primavera di Praga.

    Il libro di Ripellino offre decine e decine di pagine con minuziose ricostruzioni di storie di alchimisti e avventurieri, e misteriose leggende come quella ebraica del Golem, ma con mia grande sorpresa non cita né Hus né Palach.
    Cogliere i nessi, distinguere e giudicare, senza rinvii o pregiudizi, è un’operazione salubre. Il rogo di Palach fu alimentato… dall’Ideale. Il posto dell’Ideale, non delle fragole evocate dal titolo del capolavoro di Bergman, è l’elemento decisivo che può riassumere o far precipitare la vita di un individuo.
    A ben vedere, il gesto di Palach fu rinunciatario e offensivo nei confronti di noi tutti. Facendoci sentire torpidi e tiepidi, occultò la sua rinuncia definitiva: la rinuncia ad infiammare gli animi con il mezzo più civile che l’umanità conosca da che mondo è mondo: la parola, l’azione discorsiva. Palach si arrese di fronte al fatto di non venire ascoltato: un verdetto di impotenza che, a soli 21 anni, registrò come inappellabile. L’effetto fu quello di far piombare tutti nel senso di colpa, come avevano fatto i suoi cattivi maestri vietnamiti.
    Trovo pertinente citare qui l’invito che Giacomo Contri rivolse trent’anni fa all’uditorio del Meeting 1983: «Credo di potermi permettere di suggerirvi di usare il “coltello”, cioè tagliare in due le affermazioni che si fanno. Per esempio quella frase, che leggo laggiù su quello striscione, dice: “L’uomo desidera ciò che è più grande di lui; non vale la pena di spendere la vita per meno”. Non dico che non sono d’accordo, dico che una frase di questo genere bisogna tagliarla in due. Perché non è affatto detto che vale la pena di spendere la vita per tutto ciò che è più grande di me.»
    Attenzione all’Ideale, dunque.

    NOTE
    1. Dal 31 luglio al 3 agosto si è svolto a Praga il 48° Congresso dell’International Psychoanalytical Association (IPA), dal titolo “Facing the Pain”, “Affrontare il dolore”.
    2. A. M. Ripellino, Praga magica, Einaudi, 1973.
    3. Jan Palach (11 agosto 1948-19 gennaio 1969). Per un approfondimento, rinvio al sito: http://www.janpalach.eu/en/default/index. Inoltre, un documento impressionante è l’intervista rilasciata da Palach durante la sua agonia: http://www.meetingrimini.org/news/default.asp?id=676&id_n=7578.

  • Santiago: una strage annunciata. Quale prevenzione?

    La cronaca delle settimane tra luglio e agosto ha dato risalto ad alcuni gravissimi incidenti mortali, stradali e ferroviari. Quello occorso alle porte di Santiago di Compostela mi ha impressionato più degli altri per la dinamica e gli effetti. Secondo le indagini, ancora in corso, è molto probabile che la strage sia da imputare alla condotta del macchinista. Giornali e TV hanno parlato di “errore umano”, un’espressione che merita la massima attenzione: umano non è sempre sinonimo di buono, comprensibile, perdonabile, ed errore sembra una parola troppo debole e ovattata. Santiago di Compostela, 24 luglio scorso: un treno ad alta velocità con otto carrozze e due motrici deraglia con 218 passeggeri a bordo: 79 persone perdono la vita. (1) L’eccesso di velocità è la prima ipotesi circa la causa dell’incidente. Il macchinista, tale Garzon Amo, estratto dalle lamiere praticamente illeso e in stato di shock, conferma quanto viene poi rivelato dalle scatole nere: il treno, che fino a poco prima viaggiava a 199 chilometri orari, ha affrontato una curva alla velocità di 179 km/h, mentre il limite in quel tratto è di 80 km/h. (2)

    Il macchinista – trent’anni di servizio alle spalle – si era precedentemente vantato su Facebook di avere trasgredito ripetutamente le norme che fissano i limiti di velocità. Era perfino arrivato a postare la foto del tachimetro di bordo. Qualcuno se ne era accorto e lo aveva bonariamente rimproverato:
    “Freeeena che vai troppo veloce” gli dice un utente su Facebook. Garzon risponde: “Sono al limite non posso andare di più”. “Ma se vai a 200” gli dice di nuovo l’altro. E lui: “Ma il tachimetro non è truccato”. Alla conversazione si aggiunge un terzo: “Se ti becca la Guardia Civil (la polizia spagnola) rimani senza punti”. Garzon rilancia con una battuta, scritta in maiuscolo: “Che bello sarebbe andare in parallelo alla Guardia Civil e superarli facendo saltare l’autovelox. Ah ah, che bella multa per Renfe” (Renfe Operadora è l’impresa titolare dei trasporti nazionali in Spagna, comprendenti l’Alta Velocità, ndr.).
    In realtà, il criminale stava preparando l’omicidio di massa, mentre ingannava se stesso con l’alibi di mirare solamente a procurare “una bella multa” alla ditta per la quale lavorava. Un tragico esempio di scissione dell’Io: pochi secondi per non azionare il dispositivo frenante del convoglio, e il blackout del pensiero si rivela essere il precipitato di tutta una vita: gli effetti non sono una multa, ma una strage.
    Un esempio molto istruttivo a tale proposito ci viene da Freud.
    In Introduzione alla psicoanalisi (1915-17), egli dedica più di una lezione agli “atti mancati”. Nel prendere in esame i lapsus di scrittura, Freud riporta il seguente esempio: «Vi ricorderete forse del caso di quell’assassino, H., abile nel procurarsi da istituti scientifici colture di microbi patogeni estremamente pericolosi, spacciandosi per batteriologo, per poi adoperare queste colture per togliere di mezzo in tale modernissimo modo i suoi conoscenti. Accadde che quest’uomo lamentò una volta presso la direzione di uno di tali istituti l’inefficacia delle colture speditegli, ma nel farlo commise un lapsus di scrittura: al posto delle parole “nei miei esperimenti su topi (Mausen) o cavie (Meerschweillchen)”, scrisse chiaramente la frase: “nei miei esperimenti su uomini (Menschen)”. Questo lapsus diede nell’occhio anche ai medici dell’istituto, ma essi, per quanto ne so, non ne trassero alcuna conclusione. Ora, voi che ne pensate? Non avrebbero dovuto piuttosto accogliere il lapsus come una confessione e promuovere un’indagine, con la quale si sarebbe tempestivamente posto fine alle malefatte di quell’uomo? Forse che in questo caso l’ignoranza della nostra concezione degli atti mancati non è divenuta la causa di un’omissione importante dal punto di vista pratico? Per quanto mi riguarda, un tale lapsus di scrittura mi sarebbe certamente apparso molto sospetto; ma qualcosa di importante si frappone alla sua utilizzazione come confessione. La cosa non è così semplice.» (3)
    Se è vero che la cosa non è semplice, (4) è anche vero che la facoltà di porre diagnosi circa gli atti o i comportamenti sani o patologici, propri o altrui, è in capo ad ogni individuo. Il suo esercizio comprende il sapere distinguere tra errore e crimine, per il bene proprio e di tutti.
    L’amico su Facebook del macchinista non ha pensato di poter intervenire, forse trattenuto o ammaliato anch’egli dalla folle impresa di cui l’altro si vantava.
    Con un salto del tutto legittimo, il pensiero va alla canzone Emozioni, (5) uno dei più grandi successi di Lucio Battisti (1970): «E guidare come un pazzo a fari spenti nella notte per vedere / se poi è tanto difficile morire / E stringere le mani per fermare / qualcosa che / è dentro me / ma nella mente tua non c’è / capire tu non puoi / tu chiamale se vuoi / emozioni». Occorrerà tornare sull’ambiguo fascino (6) delle condotte suicidarie e autolesionistiche: il suicidio – scriveva Freud – non è che un omicidio di massa rivolto contro se stessi. Nessun senso di colpa, dunque? Mi limito a segnalare la questione, per riprenderla in un’altra occasione.
    Oggi i più si riempirebbero la bocca con appelli alla “messa in sicurezza” di servizi così sofisticati e pericolosi, come è di fatto l’Alta Velocità. Nessuno, che io sappia, ha osservato che quell’amico su Facebook, dopo aver letto la maniacale dichiarazione di guerra del macchinista, avrebbe potuto prendere le parti della difesa del pensiero. Del pensiero sano, o di quel poco che ne era rimasto nell’omicida stesso; e di quanti sono rimasti uccisi o feriti a causa sua. Avrebbe potuto rispondergli sul social network: «Se non correggi la tua dichiarazione di morte, lo segnalo ai tuoi superiori». Così facendo, quell’amico sarebbe stato veramente tale e lo avrebbe trattato in modo paterno. Sarebbe stato un caso di prevenzione del crimine attuato da un individuo senza attendere l’iniziativa di un qualche organo ad essa preposto. (7) Tale condotta avrebbe potuto evitare o almeno contenere il disastro? Forse sì.
    Se l’amico lo avesse richiamato, avrebbe assunto almeno per un momento il posto di un fratello autorevole che, quando serve, corregge difendendo la salute dell’amico insieme alla propria. Una opera comune di difesa del buon pensiero – i medievali lo chiamavano “buon governo” – da cui gran parte dell’umanità trae ogni giorno il sostentamento per sé e per altri. Partecipando a questo lavoro è possibile per ciascuno mirare alla soddisfazione senza alcun bisogno di inseguire fantasie omicide.

    NOTE
    1.http://it.wikipedia.org/wiki/Incidente_ferroviario_di_Santiago_di_Compostela
    2. «Il macchinista (…) non fu distratto dal collega della Renfe che lo chiamò per dargli istruzioni. Infatti, al momento dell’impatto aveva chiuso la telefonata da 11 secondi. E’ quanto emerge dalla dichiarazione del tecnico della Renfe, Antonio Martin Marugn, ascoltato oggi come teste dal giudice Luis Alez che conduce l’inchiesta. “Al momento dell’incidente – ha detto – avevo già il telefono in tasca”. (…) Alla luce delle risultanze e della testimonianza, il giudice ha confermato che non fu la chiamata di servizio a distrarre Garzon Amo. Questi fu chiamato alle 20:39:06, appena due minuti prima del deragliamento. La risposta arriva nove secondi dopo e la comunicazione dura in tutto 40 secondi. Pertanto, quando il treno deragliò la comunicazione era stata conclusa da 11 secondi. Durante la conversazione si sente un primo avviso acustico di allarme che allerta – secondo quanto spiegato da Renfe – dell’approssimarsi della curva “A Gradeira”, che ha il limite di 80 km/k mentre il treno procedeva a 199. Negli 11 secondi di intervallo dalla fine della chiamata all’impatto fatale Garzon Amo si è accorto che andava troppo veloce e azionò il sistema di frenata, ma il rallentamento non fu sufficiente a evitare la strage. Il macchinista disse al giudice di essersi distratto e di aver capito in ritardo che la velocità era troppo alta. Prima dell’incidente vi furono tre segnalazioni acustiche e una visiva che indicavano anomalie al macchinista del treno deragliato a Santiago de Compostela. Tutti negli undici secondi nei quali Garzon Amo non era più al telefono con il collega della Renfe. Il primo, acustico, alle 20:40:55, segnala l’approssimarsi della curva “A Gradeira”, a circa 500 metri; alle 20:40:56, uno visivo e l’altro acustico; alle 20:40:59 il conducente aziona il freno di emergenza, e alle 20:41:02 l’ultimo segnale acustico, poco prima dell’impatto mortale.» (Ansa, 2 agosto 2013).
    3. S. Freud, Introduzione alla psicoanalisi, OSF, Bollati Boringhieri, vol. VIII, pag. 249.
    4. Infatti Freud prosegue: «Il lapsus di scrittura è sicuramente un indizio, ma non sarebbe stato sufficiente di per sé solo ad avviare un’inchiesta. E’ vero che il lapsus dice che l’uomo è occupato dal pensiero di provocare un’infezione in altre persone, ma non permette di decidere se questo pensiero abbia il valore di un chiaro proposito nocivo o quello di una fantasia senza importanza dal punto di vista pratico. E’ persino possibile che l’uomo che ha commesso un simile lapsus di scrittura rinneghi, adducendo motivazioni soggettive perfettamente legittime, questa fantasia, o la respinga come qualcosa che gli è completamente estraneo.» (ibidem)
    5. Il link alla canzone Emozioni, in una esecuzione live di Lucio Battisti: http://www.youtube.com/watch?v=Xp1J_UpKgZY
    6. “Ambiguo fascino” è un ossimoro, cioè un’espressione su cui il pensiero può scivolare. Me ne servo per segnalare come al giorno d’oggi esista tutta una letteratura intorno all’estetica della strage. Chiunque può farsene un’idea: basti pensare alle immagini dell’11 settembre, la cui diffusione sul web fa riflettere. «Hai mai visto una catastrofe più bella?»: è una frase contenuta nella sequenza finale del film Zorba il greco (M. Cacoyannis, 1964, dall’omonimo romanzo di Nikos Kazantzakis). In essa, dopo molti eventi luttuosi, il protagonista, interpretato da uno strepitoso Anthony Quinn, balla estasiato il sirtaki, inneggiando così al fallimento. Più volte G.B. Contri lo ha commentato sul suo Blog e in altre occasioni. Rinvio qui alla sequenza del film: https://www.youtube.com/watch?v=4UV6HVMRmdk
    7. Recentemente ho partecipato ad una Giornata di Studio promossa dall’Unità di Ricerca in Psicologia del Traffico dell’Università Cattolica sul tema: “La valutazione psicologica di idoneità alla guida”. A mio avviso, persino un accurato screening psicologico di conducenti e autisti non può azzerare il rischio di atti criminali di questa specie.

  • Cartolina da Delfi. La correzione del parricidio

    Dal 21 al 24 giugno 2013 si è tenuto a Delfi, nella splendida cornice del Centro Culturale Europeo, un Simposio internazionale promosso dalla Società Psicoanalitica Ellenica. Vi ho partecipato con la collega Maria Gabriella Pediconi: insieme abbiamo presentato una relazione dal titolo The Father as a Concept and the Origin of the Institutions: Family, Religion and Law (Il padre come concetto e l’origine delle istituzioni: la famiglia, la religione e il diritto). Propongo qui, a mo’ di cartolina, alcune considerazioni redatte e presentate sabato scorso da M.G. Pediconi ai Soci della Società Amici del Pensiero, e un brano tratto dalle conclusioni della nostra comunicazione a Delfi, conclusioni che hanno suscitato un certo interesse nell’uditorio. 1) Considerazioni. «A Delfi abbiamo constatato che il concetto di padre non gode oggi di buona salute. Le relazioni più interessanti proposte da colleghi di fama internazionale hanno posto l’accento sulla «figura paterna» o sulla «funzione paterna», entrambe connotate da quello che possiamo considerare un errore trasversale: la credenza che il padre sia solo il padre del parricidio. (1)
    Il parricidio non è un omicidio qualsiasi. Esso riguarda anzitutto l’idea – potremmo dire la vecchia idea – che l’altro sia sempre, realmente o potenzialmente, un inciampo, un ostacolo: uno prima di me, meglio di me o più grande di me. In tutti questi casi l’altro è qualcuno da eliminare: mors tua vita mea.
    Una tale deviazione nella concezione dell’altro comporta un danno gravido di conseguenze per la vita del soggetto e per l’intera civiltà. La correzione del parricidio resta impensata e per i più impensabile.
    Che cosa significa dunque «correzione del parricidio»? Nel suo Mosè e la religione monoteistica, (2) Freud svolge e argomenta affermazioni del tutto innovative nella storia del pensiero. Egli infatti riconosce che il cristianesimo compie il passaggio dalla religione del padre alla religione del figlio. E’ l’approdo della ricerca freudiana, ed è l’invito ad un cambio di direzione e di prospettiva: il padre è posto dal figlio come partner, componente la legge di moto individuale, a rappresentare l’ereditabilità di tutto il reale.» (3)
    E’ questo uno dei cardini del pensiero di natura, messo a punto da Giacomo Contri in molti anni di ricerca e insegnamento.

    2) Concluderemo il nostro esame servendoci dell’ultimo autore e pensatore che abbia saputo trattare questi temi, così articolati tra loro, all’alba dell’era moderna: William Shakespeare. Vi troviamo un concetto di padre attestato su eredità, successione, regalità, titolarità.
    Nell’Enrico IV il re ormai morente rimprovera il giovane figlio e futuro Enrico V, il quale, vedendo il padre addormentato e credendolo già morto, aveva preso la corona dal cuscino: (4) “Hai tanta fame di veder vuoto il mio seggio / che hai voluto investirti degli emblemi del mio potere / prima che la tua ora fosse matura? Giovane sventato!” (5) E ancora: “Hai rubato una cosa che dopo poche ore / sarebbe stata tua senza colpa (…) Nascondi nei tuoi pensieri mille pugnali / affilati sulla cote del tuo cuore di pietra / per immergerli nell’ultima mezz’ora della mia vita. / Non puoi dunque concedermi neppure una mezz’ora?” (6)
    Enrico IV sa bene che anni prima ha conquistato quella corona con la violenza, mentre in cuor suo avrebbe desiderato che il diritto alla successione gli fosse riconosciuto. Perciò ora con questo atto di parola perdona volentieri il figlio e ne sancisce la successione legittima: “Quel che io ho acquisito / discende a più giusto titolo su di te, / che porterai la corona per successione diretta.” (7)
    Shakespeare qui non è un tragico alla maniera dei classici greci, ma segue una propria via. Il suo lascito, al pari di quello dell’ebreo Freud, è un lascito che corregge il parricidio. In ciò egli rappresenta una vetta del pensiero, alla portata di chiunque voglia servirsene. E’ questo un compito di civiltà cui noi psicoanalisti non possiamo derogare.

    NOTE
    1. Rinvio a quanto ho già scritto su questo tema nelle pagine dei mesi scorsi.
    2. Circa questo saggio freudiano, rinvio al volume Mosè, Gesù, Freud, a cura di G.B. Contri, Sic Edizioni, 2007.
    3. M.G. Pediconi, sintesi dell’intervento al Simposio del 29 giugno 2013 della “Società Amici del Pensiero Sigmund Freud”.
    4. Enrico IV (1367-1413) capeggiò la rivolta che portò alla destituzione del sovrano precedente, il cugino Riccardo II. Questi, per impossessarsi della corona, aveva distrutto i documenti che avrebbero reso legittima l’ascesa al trono di Enrico, il quale decise di riappropriarsene con la forza. Il figlio primogenito di Enrico IV, Enrico V (1387-1422), regnò dalla morte del padre al 1422, e fu il vincitore della battaglia di Azincourt contro i francesi (1415). Molti ricorderanno quella battaglia grazie al film Enrico V (1989), diretto e interpretato da Kenneth Branagh, allora ventinovenne e alla sua prima regia. L’epilogo della battaglia era accompagnato dal canto Non nobis Domine, sed tuo nomini da gloriam, ripreso dal salmo 113 (Bibbia Vulgata): esso dice bene come la vittoria non rientri nel registro del narcisismo.
    5. W. Shakespeare, Enrico IV, trad. di Giuliano e Giorgio Melchiori, con testo originale a fronte, Oscar Mondadori, 1991, pag.447.
    6. Ibidem, pag. 119.
    7. Ibidem, pag. 455.

    Illustrazioni di Chiara Ciceri

  • Di padre in padre – 2 – Passaggi generazionali in casa De Sica

    Vittorio De Sica «aveva una capacità rara: saper mescolare l’alto e il basso, la serietà con la spensieratezza». (1) Cercherò di mostrare come egli sia stato nel medesimo tempo padre e figlio. Ciò affiora, per esempio, in un notevolissimo episodio legato alla liberazione di Roma (giugno ’44), ma soprattutto in tutto quel che riguarda il rapporto che ebbe con il proprio padre, Umberto De Sica. Durante l’occupazione nazista della capitale, il Vaticano cercava di realizzare un film su un gruppo di malati che si recano in pellegrinaggio a Loreto in cerca del miracolo. (2) La produzione voleva che l’interprete principale fosse l’attrice Maria Mercader, con la quale De Sica aveva una relazione e che poi sposò nel ’68, quando i loro figli erano già grandi. La Mercader riuscì a convincere il produttore ad accettare De Sica come regista e Zavattini come sceneggiatore. Il film si sarebbe intitolato La porta del cielo. (3) In questo modo Vittorio si salvò dai gerarchi della Repubblica di Salò, che stavano per trasferirlo a Venezia; lo avrebbero consegnato con ogni probabilità ai nazisti. Non solo: i due amanti salvarono molte vite, proprio come accade in Schindler’s List. (4) Infatti, dopo essere stati testimoni di una deportazione di ebrei, essi decisero di scritturare moltissime comparse tra partigiani, ebrei e intellettuali. Tutta la troupe rimase chiusa per settimane dentro la Basilica di San Paolo fuori le mura, che divenne il set cinematografico e il rifugio sicuro per più di quattrocento persone. Quella convivenza era un misto di finzione, goliardia e attesa spasmodica dell’arrivo degli Alleati (lascio immaginare al lettore i particolari). Un giorno un uomo in tonaca color cremisi fece irruzione nella Basilica protestando per quel contegno indecoroso, ma fu scambiato per una comparsa in abito da scena. Solo De Sica si inginocchiò: aveva subito riconosciuto monsignor Montini, il futuro Papa Paolo VI. Il regista continuò le riprese, fino a fingere di girare anche quando non aveva più pellicola a disposizione. All’arrivo degli americani, il 4 giugno ‘44, congedò tutti e, a chi gli chiedeva se avesse inserito il miracolo, rispose di no: il suo amico Zavattini, ateo e comunista, non l’aveva voluto mettere nel copione. Senza chiedere il permesso a nessuno. (4) In un certo senso Vittorio e Za (5) avevano già operato un vero “miracolo”.
    Volendo ora tratteggiare in poche righe il rapporto di Vittorio con suo padre, riporterò tre episodi, l’ultimo dei quali riguarda il film Umberto D., uno dei suoi massimi capolavori. (6) Un caso riuscito di trasmissione tra generazioni.
    1) In un bel libro autobiografico, il regista narra il consiglio che ricevette dal padre, impiegato di banca, circa la scelta della carriera del figlio. Appena diplomatosi in ragioneria, Vittorio aveva fatto domanda per entrare anch’egli in Banca d’Italia. Ma non ne era convinto. Così, quando un amico gli disse che stava per “entrare in Arte”, senza capire bene che cosa ciò significasse, egli gli chiese di essere presentato ad un’attrice russa che cercava attori per la sua compagnia teatrale. Ottenuta l’offerta di lavoro, si precipitò dal padre: «“Che cosa mi consigli? La Banca o “entrare in Arte” con un’attrice russa che mi offre per ora un posto di comparsa?”. Mio padre tacque un momento, poi calmo, sicuro di sé mi disse: “Entra in Arte.”» (7)
    2) Qualche anno dopo, nel 1930, Vittorio recitava in un teatro di una città del Nord Italia. Il padre lo andò a trovare, ma non poté rimanere per assistere allo spettacolo, dovendo rientrare a Roma per lavoro. Salito sul treno, Umberto si sistemò in terza classe. Mentre il treno partiva, Vittorio dalla banchina offrì del denaro al controllore perché gli trovasse posto in seconda. All’improvviso, il padre gli gridò con forza dal finestrino: «Fatti la fama e futtetenne!». (8)
    3) Il film Umberto D., girato nel 1952 con attori non professionisti, (9) inizia con una scritta in sovraimpressione: «Dedicato a mio padre». Non è una dedica qualunque: attesta pubblicamente che quel mestiere, cui il padre l’aveva avviato, era ormai diventato suo. Il protagonista è un pensionato che non ha più un tetto né un letto né una lira per mangiare, ed è tentato di farla finita, dopo aver condotto tutta la vita in tono minore. Infatti, costretto a vendere i suoi libri ad una bancarella, confessa che non li ha mai aperti «per non rovinarli». (10) Umberto D. fu all’epoca al centro di polemiche e censure, mentre di recente la rivista Time lo ha annoverato tra i cento migliori film di tutti i tempi, accanto ad altre tre sole pellicole italiane. Il processo a questo film resta ancora tutto da istruire. (11) Per nulla melanconico, il protagonista non vuole affatto suicidarsi: vorrebbe invece trovare chi investa ancora su di lui, cioè un altro essere umano finalmente imputabile. Ma non ne trova. (12) Chi è dunque Umberto D.? Rispondo: è un orfano, la cui esistenza rappresenta un sospeso. Il regista rivolge l’accusa di questo sospeso a tutta la società civile, e in ciò non ha torto. Tuttavia resta in ombra la delusione che doveva avere provato nella vita reale per il proprio padre, l’impiegato Umberto D(e Sica). Un’esperienza comunissima, peraltro. Vittorio risolve il sospeso salvando il proprio padre e riconoscendogli il merito di averlo avviato a quella carriera artistica che era già stata la passione di Umberto. In questo modo Vittorio è stato per una volta il padre di suo padre. Come accadde a Freud nei confronti di suo padre, e a quel bambino che conosciamo come il piccolo Hans. (13)
    «Il padre – come scrive G.B. Contri – non è quello che fa promesse, ma quello che fa eredità (…). Se si sommano: 1) l’introduzione del desiderio di ricchezza che si chiama correntemente stare bene, e 2) l’ampliamento di questa espressione a tutti i significati di stare bene, si ottiene la definizione di salute o sanità psichica. Il concetto di Padre ne è il fondamento». (14)
    Un uomo – ma anche una donna – è padre solo se è davvero immune dall’invidia, sia verso i propri figli che verso il proprio padre. «In tre è meglio» è il titolo di una recente intervista a Manuel e Christian: allude al loro rapporto con la sorella maggiore Emi, la figlia che Vittorio ebbe da un precedente matrimonio. Ma l’ambito di validità di questa frase è più ampio: essa non riguarda solo i fratelli.

    NOTE

    1. Cfr. l’intervista a Manuel e Christian De Sica realizzata da Corrado Ruggeri:
    http://www.leiweb.it/a/2013/christian-manuel-emi-de-sica-401261766954.shtml
    2. L’episodio è narrato in modo molto efficace sia da Manuel (op. cit. pagg. 58-59) che da Christian (op. cit. pagg.118-123), cui ho attinto liberamente e copiosamente, non potendo riportare l’intero capitolo (poche pagine vivide e toccanti) per ovvie ragioni di spazio. Entrambi sono documenti preziosi, cui rinvio per una informazione più completa.
    3. La porta del cielo (Italia 1945, b/n, 90’), regia di V. De Sica, sceneggiatura di V. De Sica, C. Zavattini, D. Fabbri, A. Franci, C. Musso.
    4. Nel film «i malati si convincevano che il miracolo non dovevano aspettarselo dalla Madonna ma da loro stessi. Trovando dentro di loro la volontà e l’energia di vivere e guarire.», da: Christian De Sica, Figlio di papà, Mondadori, 2008, pag. 122.
    5. “Za” era il soprannome con cui gli amici chiamavano Cesare Zavattini.
    6. Umberto D. (Italia 1952, b/n, 89’) regia di V. De Sica, sceneggiatura di C. Zavattini, con Carlo Battisti, Mara Pia Casilio, Lina Gennari.
    7. Vittorio De Sica, La Porta del Cielo. Memorie 1901-1952, Avagliano, Roma, pagg. 50-51.
    8. Manuel De Sica, Di figlio in padre, Bompiani, 2013, pag. 87.
    9. Carlo Battisti (1882-1977) era uno studioso di dialettologia italiana, di latino e della lingua etrusca. Dopo essere stato libero docente presso l’Università di Vienna, divenne professore di glottologia presso l’Università di Firenze, nonché Socio dell’Accademia della Crusca e autore di numerose e autorevoli pubblicazioni scientifiche. La sua interpretazione in Umberto D. (l’unica sua esperienza di attore) è, a detta di tutti, perfetta.
    10. Alla serva adolescente rimasta incinta senza nemmeno sapere di chi (uno dei due soldati che la ragazza frequenta), Umberto dice: «Queste cose accadono quando non si sa la grammatica: la gente se ne approfitta!».
    11. Giulio Andreotti, che nei primi anni ’50 era Sottosegretario al Turismo e allo Spettacolo, attaccò duramente film e regista: «Se è vero che il male si può combattere anche mettendone a nudo gli aspetti più crudi, è pur vero che se nel mondo si sarà indotti – erroneamente – a ritenere che quella di Umberto D. è l’Italia della metà del XX secolo, De Sica avrà reso un pessimo servizio alla sua patria, che è anche la patria di Don Bosco, del Forlanini e di una progredita legislazione sociale». Anni dopo lo stesso Andreotti mitigò molto questa posizione, riconoscendo al regista il suo valore. Si veda anche:
    http://archiviostorico.corriere.it/1994/settembre/04/via_quella_censura_Umberto__co_0_94090411322.shtml 12. Il top del dramma è tutto racchiuso nell’ultimo minuto del film, allorché Umberto cerca di uscire dalla vita in punta di piedi (così il regista ce lo rappresenta nell’atto di lasciare la camera in affitto che non può più pagare). Il cagnolino gli sfugge dalle braccia l’attimo prima che il treno li investa: tanto basta per decidere (niente affatto «istintivamente») di mettersi a cercarlo. Si imbatte però con sorpresa e amarezza nella istintiva sfiducia del cane. La tragedia è evitata nel momento in cui il cagnolino torna a giocare con il vecchio che gli lancia una pigna: Umberto non sa dove dormirà, né come e se mangerà, ma non è più catturato dal pensiero del suicidio.
    13. Cfr. in questa stessa rubrica Un Edipo senza confitti, aprile 2013, nota 3. http://www.culturacattolica.it/default.asp?id=516&id_n=32772
    14. G.B. Contri, Il padre, il sessantotto e J. Lacan, in: Pensare con Freud, a cura di G.M. Genga e M.G. Pediconi, Sic Edizioni, 3^ ed, 2008. pag. 110.

    Illustrazioni di Chiara Ciceri

  • Figli d’arte – 1 – Il «passaggio generazionale» in casa De Sica

    Figli d'arte - 1 - Il «passaggio generazionale» in casa De Sica

    In questa pagina e in quella del mese prossimo mi ricollego idealmente agli articoli di febbraio e marzo scorsi, Il padre generale e Padre e figlio al capolinea: la storia di Tito Manlio Torquato che fece uccidere il proprio figlio. Nell’antica Roma l’istituto giuridico del pater familias non metteva al riparo dai reati di parricidio e figlicidio. (1) Nella Roma di oggi, mentre il «passaggio generazionale» è caratterizzato pressoché ovunque da un drammatico conflitto, troviamo con sorpresa un esempio edificante di una diversa e felice soluzione. Casa De Sica è, infatti, ricca di «figli d’arte», espressione tutta da riscoprire. Nel Novecento, in Italia e non solo, cinema, musica e teatro hanno fatto il nostro modo di vivere almeno quanto le parrocchie, le cellule di partito o i campi da calcio: realtà costituite da legami sociali, ovvero “pane psichico” per tutti e per più generazioni. In questo quadro spicca il caso dei De Sica. Christian, il popolarissimo attore comico, ne ha scritto anni fa nel suo libro Figlio di papà, (2) mentre proprio in questo mese il fratello maggiore Manuel, musicista e anch’egli uomo di successo, ha pubblicato Di figlio in padre: (3) libri godibilissimi e molto diversi tra loro, come lo sono i figli del grandissimo attore e regista Vittorio De Sica (4) e della sua seconda moglie, l’attrice spagnola Maria Mercader, scomparsa pochi anni orsono. (5) Christian racconta così gli esordi della sua carriera:
    «Avevo diciott’anni (…). Mio padre mi diceva: “Vuoi fare l’attore? Altro che l’attore, tu devi studiare. Ma che sei matto? Studia, studia, tu devi prendere la laurea. In lettere.” (…) Mio padre non voleva in nessun modo che io facessi l’attore, e mai mi avrebbe aiutato, segnalato ad altri o fatto lavorare in un suo film.» (6)
    Ma ecco come Christian descrive il passaggio saliente dei suoi inizi:
    «Presa la maturità, bei voti, media dell’otto. Voglio fare il viaggio iniziatico, quello esistenziale, picaresco e godereccio, quello che sancisce la fine della scuola e dell’adolescenza. Destinazione Sudamerica. Caracas. Ho vent’anni, papà e mamma mi accompagnano all’aeroporto. E’ il primo viaggio importante che faccio da solo. Le altre volte partivo con i miei cugini o con mio fratello o con i miei genitori. Silenziosi, non mi dicono niente. Pensavo che mi dicessero: “Sta’ attento, la metti incinta…”. Andavo da una ragazza venezuelana, Rina Ottolina, figlia di un presentatore televisivo, con la speranza di cominciare a fare l’attore. (…) “Chiamaci, non fare lo stronzo, non prendere droghe, non bere martini, whisky, mettiti la maglia”, insomma le cose che i genitori dicono a un ragazzo di quell’età che sta per partire (per Caracas, sognando mitici ribelli e barbudos, generali leggendari, fiesta, fuego, amor.) Niente. Silenzio. Annunciano il volo, scendo a prendere la navetta che mi avrebbe portato all’aereo. Mamma comincia a piangere, papà persevera a non dire niente, io mi avvio, sentendomi quasi in colpa per questo irreale non detto, quando, mentre sto sulla scaletta, sento un fatale e teatrale “Christian! Christian!” e mi giro: “Che è?”. “Ricordati, prima di entrare in scena, un’ombra di grigio sulle palpebre.” Il consiglio di papà. Un attore.» (7)
    Fu così che il padre diede il suo viatico alla carriera di attore del figlio. Nulla a che fare con l’invidia, anzi. In quell’unico e meditato consiglio, verrebbe da dire, c’è più realismo di quanto ce ne sia nel neorealismo, (8) di cui pure Vittorio De Sica era stato un fondatore.
    Per parte sua, molti anni dopo, nel 1974, Christian riuscì ad essere accanto al padre nel momento in cui questi morì, a seguito delle complicanze di un intervento chirurgico non riuscito. Ad un certo punto Vittorio gli sussurrò con un filo di voce le sue ultime parole: «Mi raccomando. Quanto mi dispiace che siete così giovani, tu e Manuel. Stai vicino a mamma, Christian, e soprattutto, guarda che bel culo che c’ha quell’infermiera». (9) Un commiato in stile “cinepanettone”. Riflettiamo prima di stigmatizzare! Aveva in mano un bicchiere di whisky, non la cicuta. E la frase non sarebbe mai venuta in mente a Socrate.
    Anche il libro Di figlio in padre, di Manuel De Sica, offre moltissimi spunti di riflessione. Ad esempio, Manuel e Christian, quando erano ancora bambini, si esibivano in recite per familiari ed amici, interpretando episodi scritti appositamente per loro dal padre. Per inciso, quei testi erano per lo più redatti nello stile di Achille Campanile, loro amico e lontano parente. (10)
    Manuel, alludendo alla vena goliardica che serpeggiava in famiglia, scrive che «i parenti di papà erano un branco di matti.» Lo zio Elmo li batteva tutti: «scherzava sempre. Entrando al buio in una sala cinematografica, seguito dalla moglie Lina, da mio padre e da mia madre, si abbassava gradatamente, fingendo di scendere dei gradini e mandando in disperazione il suo seguito!» (11)
    Il libro è una miniera di episodi raccontati con freschezza e in modo personale, che descrivono bene il clima di favore di cui entrambi i figli godettero. Tuttavia non fu affatto un idillio: Manuel lo attesta ripetutamente. Ciononostante, egli testimonia fino all’ultima pagina il solido desiderio di avere ancora il padre accanto a sé. Riportando le parole commosse di Cesare Zavattini (12) alla morte dell’amico regista, Manuel scrive: «Chissà cosa direbbero oggi “i due fanciulli”, se potessero ammirare l’opera più compiuta della mia vita: mio figlio Andrea.» E’ il medesimo pensiero di Napoleone Bonaparte nel momento della sua incoronazione, come annota Freud in un suo scritto del 1936. (13)
    E’ opinione assai diffusa che il talento o la genialità dei figli siano da ascrivere al sangue o al DNA. Il celeberrimo film Miracolo a Milano (1951) fa giustizia di tali ridicolaggini. In una breve e divertentissima scena, il barbone Giuseppe fa l’indovino: rivolgendosi ad ogni suo cliente, senzatetto come lui, lo guarda intensamente e gli dice con aria ispirata, da esperto fisionomista: «Che fronte! Che bel sorriso! Che profilo! Lei non finisce qui. Chissà chi era suo padre! [e, cambiando tono repentinamente] Cento lire.» (14) Fantastico!
    Sarà anche vero che i De Sica hanno l’arte nel sangue, ma si tratta di “sangue psichico”. Non so quanti oggi conoscano quella bellissima canzone di Charles Aznavour, L’istrione (1969): (15) «Io sono un istrione, ma la genialità è nata insieme a me. (…) Io sono un istrione, ma la teatralità scorre dentro di me.»
    Genialità e teatralità sono solo sostantivi astratti: non risiedono nel DNA, né sono qualità self-made. Manuel e Christian De Sica, invece, hanno avuto a che fare con un padre reale, e non lo hanno rinnegato. (1 – continua)

    NOTE
    1. Il 10 aprile scorso, a Milano in S. Maria delle Grazie, Eva Cantarella, nella sua lezione Padri e figli nell’antica Roma, ha bene illustrato quanto fosse allora diffuso il parricidio.
    2. Christian De Sica, Figlio di papà, Mondadori, 2008.
    3. Manuel De Sica, Di figlio in padre, Bompiani, 2013. Il libro è anche un accorato appello perché la storia del cinema venga insegnata nelle scuole medie insieme alla storia dell’arte: un auspicio che merita la massima attenzione.
    4. Vittorio De Sica (1901-1974) è stato uno straordinario attore, regista e sceneggiatore. E’ uno dei protagonisti della commedia all’italiana e del neorealismo (accanto a Rossellini, Visconti e Antonioni e ad altri). La sua produzione è vastissima e vanta numerosi capolavori che hanno fatto la storia del cinema mondiale.
    5. Maria Mercader (1918-2011), di origini spagnole, iniziò a lavorare come attrice in Italia. Fu la seconda moglie di Vittorio De Sica, e la madre di Manuel e Christian.
    6. C. De Sica, Figlio di papà, op. cit., pag. 73.
    7. Ibidem, pag. 35.
    8. Il neorealismo, in ambito cinematografico, fu un movimento sorto spontaneamente in Italia durante la seconda guerra mondiale e nell’immediato dopoguerra. Rappresentò in modo drammatico e innovativo l’anelito alla ricostruzione e la speranza di tanta parte dell’Italia di quegli anni, soprattutto delle classi più povere: una lezione da riscoprire.
    9. C. De Sica, Figlio di papà, op. cit., pag. 60.
    10. M. De Sica, Di figlio in padre, op. cit., pag. 43. I testi di quegli sketchandarono perduti. Furono prestati in originale a Marcello Marchesi, altro geniale umorista italiano, scomparso prematuramente in un incidente nel 1978: «annegò insieme al quaderno di papà», scrive Manuel De Sica.
    11. M. De Sica, Di figlio in padre, op. cit. pag. 135.
    12. Cesare Zavattini (1902-1989), detto “Za”, fu sceneggiatore e scrittore, e realizzò con De Sica un fecondo sodalizio pluridecennale, cui dobbiamo opere come: Sciuscià (1946), Ladri di biciclette (1948), Miracolo a Milano (1951), Umberto D. (1952).
    13. M. De Sica, Di figlio in padre, op. cit. pag. 220. Cfr. anche il mio articolo Un Edipo senza conflitti in questa stessa rubrica.
    14. La sequenza è disponibile su Youtube: https://www.youtube.com/watch?v=_IH3fsG34gk
    15. Il link ad una performance di Aznavour: https://www.youtube.com/watch?v=hfGHWqnstU0

    Illustrazioni di Chiara Ciceri

  • Un Edipo senza conflitti

    Un Edipo senza conflitti

    Un bambino di quattro anni, dopo avere guardato più volte il cartone Cenerentola in compagnia della madre, la invita a giocare con lui. Con qualche incertezza fonologica, ma nessuna incertezza nell’assegnare le parti, le dice: «Io plincipe, tu Cenelentola; poi andiamo alla fètta con tutti notti amici: Pieto, Maìa… poi mangiamo, balliamo… e papà… papà…». La madre: «E papà?». Il bimbo ci pensa un momento, poi risponde con tono soddisfatto: «Papà chiude callozza!». (1)
    Un Eureka degno di Archimede: papà farà il lacchè, come il cane Tobia nel cartone di Disney.
    Eppure la maggior parte dei genitori troverebbe la conversazione – raccontatami anni fa dalla madre stessa – simpatica e divertente, e glisserebbe con un sorrisino di compiacimento. Grave censura: l’episodio descrive infatti un pensiero coniugale, perfettamente civile e cólto, elaborato motu proprio dal bambino quattrenne, che desidera entrare a far parte del legame già esistente tra quell’uomo e quella donna, detti papà e mamma.
    Questo bambino, o meglio questo pensatore, ha approfittato della fiaba per proporsi come principe e fare la corte alla madre. Una soluzione intellettuale, morale e giuridica che io trovo perfino migliore rispetto a quella contenuta nella tragedia di Sofocle, di cui Freud si è servito per descrivere ciò che ha chiamato complesso edipico.
    Infatti qui non vi è nessuna volontà omicida nei confronti del padre, nessun parricidio reale né fantasticato. Anzi, il figlio prende in prestito la donna del padre e ne fa la sua sposa. Non la rapisce, né fugge con lei, ma celebra nozze legittime al cospetto di tutti, rappresentati in particolar modo dal posto assegnato al padre: papà farà da testimone. Oltretutto troverà così un nuovo impiego.
    Non solo: nel caso pensassimo a chissà quale istinto filiale destatosi per corrispondere all’istinto materno, (2) informo che questo bambino conosceva appena sua madre, essendo stato adottato qualche mese prima dell’episodio narrato. Del resto, ogni bambino non reca inscritta, nel cervello o nel patrimonio genetico, l’idea precostituita (engramma) di papà e mamma.
    Bisogna dire che ad un pensiero nuziale siffatto non corrisponde una civiltà identicamente orientata, e forse non è mai esistita. Ciò non impedisce che il bambino, una volta eccitato dalle prime cure ricevute, tratti tutta la realtà che gli è accessibile come un bene ereditabile.

    Due osservazioni:
    1) Chiunque abbia a che fare con bambini in età prescolare, o comunque entro la prima infanzia, può raccogliere molti esempi analoghi a quello che ho narrato. Per farlo, non occorre possedere una speciale preparazione in psicologia dello sviluppo. Ma è vero che troppo spesso risulta difficile al nostro intelletto adulto realizzare – nel duplice senso della parola – una soluzione del genere: perciò non la recepiamo quando essa viene elaborata dall’intelletto di un bambino. L’episodio narrato rappresenta così un ottimo test per l’intelletto dell’adulto.
    2) Qualcosa del genere è stato osservato dallo stesso Freud, ad esempio nel caso del Piccolo Hans. Quando il padre di Hans lo sorprende mentre gioca con i suoi bambini immaginari, Freud commenta: «Tutto finisce bene: Il piccolo Edipo ha trovato una soluzione più felice di quella prescritta dal destino. Invece di togliere il padre di mezzo, gli accorda la stessa felicità che ambisce per sé: lo nomina nonno e fa sposare anche a lui la sua madre». (3) La letteratura, psicoanalitica e non, ha sì versato i proverbiali fiumi d’inchiostro intorno a questo celebre saggio freudiano, ma non su questo rilevantissimo punto! Un’omissione, e un’occasione mancata.
    Altri passaggi dell’opera freudiana documentano il suo preciso orientamento sempre volto a guadagnare, per via logica, il rapporto con il padre. Un solo esempio: in una pagina autobiografica del 1936, Freud riferisce che persino Napoleone Bonaparte avrebbe voluto il padre accanto a sé nel momento della sua massima gloria. Egli menziona infatti la frase con cui Napoleone si sarebbe rivolto al fratello al momento dell’incoronazione, «per commentare: “Cosa direbbe Monsieur notre père, se potesse essere qui adesso?”». (4)

    Un’ultima informazione per coloro che hanno ricevuto una buona formazione liceale. La cultura classica – certo non da buttare – è ricchissima di miti e teorie che rappresentano ancora oggi il lascito dei Greci. Ebbene, il mito del Re tebano Edipo ha ancora qualcosa da dire. Risulta pertanto difficilmente sostituibile con quello di Telemaco, cui Massimo Recalcati dedica il suo ultimo libro, ancora fresco di stampa e non privo di spunti interessanti. (5)
    Telemaco, il giusto erede, il figlio giusto – come l’Autore lo definisce – attende con tutto se stesso il ritorno del padre. Ma che farà dopo la notte dei Proci, cioè dopo che Ulisse avrà compiuto la sua vendetta riscattando il regno e l’onore di Itaca? Siederà sul trono al posto del padre o i due regneranno insieme? Condivideranno il talamo con Penelope o passeranno la vita ad uccidere altri per non ammazzarsi tra loro? Nell’Epilogo del suo libro, Recalcati confida di avere avuto, da bambino, «due eroi: Gesù e Telemaco. Era il mio modo di meditare sul legame con mio padre e sulla sua assenza.» Se la via greca al rapporto col padre sembra ormai del tutto esplorata, non si può dire altrettanto della via inaugurata dall’ebreo Gesù, non a caso più volte citato in questo libro. A mio avviso, sia dentro che fuori il cristianesimo, il suo pensiero resta in gran parte inesplorato all’inizio del terzo millennio. (6)

    P.S. Ho notizia che quel bambino di quattro anni ha recentemente compiuto i diciotto: gli dedico questa pagina, con l’augurio che sappia ritrovare quel suo primo pensiero, riscattandolo dall’oblìo cui sarà andato incontro nel frattempo.

    NOTE
    1. L’episodio, e parte del commento, si trovano anche nel paragrafo L’appuntamento di Edipo, in: G.M. Genga, Aldilà: il corpo e i suoi appuntamenti, in: Pensare con Freud, 3^ ed., a cura di G.M. Genga e M. G. Pediconi, Sic Edizioni, 2008, pagg. 82-84.
    2. Bip-bip: così viene rappresentato il legame madre-bambino in alcune orribili favole recenti.
    3. S. Freud, Analisi di una fobia di un bambino di cinque anni (Caso clinico del piccolo Hans), 1908, OSF, Bollati Boringhieri, vol. V, pag. 551.
    4. S. Freud, Un disturbo della memoria sull’Acropoli: lettera aperta a Romain Rolland, 1936, OSF, vol. XI, pag. 480. A questo breve scritto di tenore autobiografico dedicherò presto un commento più articolato, che ora rinvio per motivi di spazio.
    5. M. Recalcati, Il complesso di Telemaco. Genitori e figli dopo il tramonto del padre, Feltrinelli, marzo 2013.
    6. Su questo tema, rinvio anche a: AA.VV., Mosè Gesù Freud, Sic Edizioni, 2007.

    Illustrazioni di Chiara Ciceri

  • Il padre generale – 2 – Padre e figlio al capolinea

    Il padre generale - 2 - Padre e figlio al capolinea

    Tito Manlio Torquato e suo figlio Tito (1): il loro non è affatto un esempio di rapporto padre-figlio, ma all’opposto ne rappresenta il capolinea, rintracciabile al tempo stesso sia nell’era antica che in quella moderna. (2)
    «Come padre ti abbraccio, come capo dell’esercito ti condanno a morte. Questa fu la bella trovata di quel generale romano (…) il quale – avendo dato in battaglia un certo ordine pena la morte ai trasgressori, e all’ordine avendo trasgredito proprio suo figlio, che tuttavia, proprio con la trasgressione fece vincere la battaglia, le cui sorti erano compromesse dall’infausto ordine paterno – pensò bene di cavarsela prima abbracciandolo e poi facendo ammazzare il giovinotto.» (3)
    Così Achille Campanile, il maggiore umorista italiano del Novecento, ripercorre nel suo stile sapido e arguto la triste vicenda. (4) Il suo non è un puro divertissement. Il suo umorismo raffinato coglie i tratti psicologici e psicopatologici dei personaggi storici o letterari che rivisita. In questo caso egli ricava una morale ben diversa da quella di Tito Livio, attento solo alla “ragion di stato” della Roma imperiale: (5)
    «La decisione del generale potrebbe a prima vista essere considerata anche un esempio di sottigliezza d’argomentatore che spacca il capello (e poco importa se, per spaccarlo, spacca anche la testa che c’è sotto; e se questa testa è di suo figlio). Però, una volta ammessa nel generale una così notevole capacità di sdoppiarsi, di distinguere fra padre e capo dell’esercito, la sua decisione appare la più stolta proprio a fil di logica, oltre che la più crudele e inumana sia dato immaginare. Difatti, come padre egli abbracciò. Evidentemente per la vittoria e non per la trasgressione; ché sarebbe poco verosimile che un padre abbracciasse il figlio per aver questi trasgredito a un ordine del generale. Come capo dell’esercito, punì. E che cosa punì? E’ ovvio: la trasgressione. Sarebbe quanto mai assurdo che il comandante supremo delle forze armate punisse un sodato (e quale punizione!) per il solo fatto che egli ha causato la vittoria del proprio esercito (a meno che non si tratti d’un soldato nemico). (…) Viceversa egli sarebbe stato più logico, miglior padre e miglior generale, e anche meno dannoso al giovinotto, se avesse adottato la soluzione opposta. Se, cioè, avesse utilizzato la possibilità di sdoppiarsi al contrario di come fece, lasciando la severità al padre invece che al generale, e le considerazioni militari a questo invece che a quello. (…) Tutti sanno essere severi come generali: è come padri che vi voglio vedere; e tutti sanno essere amorosi come padri, ma provate a esserlo come generali! Ma forse nella storica frase di quel generale va anche cercata una punta di gelosia di stratega scornato.» (6) (corsivo mio)
    Campanile imputa a Tito Manlio Torquato: a) di non aver saputo pensare, «una volta ammessa una così notevole capacità di sdoppiarsi», una diversa e migliore soluzione; b) di essersi lasciato guidare da quella «punta di gelosia di stratega scornato». Qui sta la chiave della diagnosi, ovvero del giudizio sull’intera vicenda: quel padre-generale fu invidioso del successo del figlio. In ciò non ebbe nemmeno bisogno di derogare dalle prerogative del pater familias il quale, come sappiamo, aveva, nell’antica Roma, potere di vita e di morte sui figli. (7)
    Senza questa grave invidia patologica, egli, appresa la notizia della vittoria sull’esercito nemico, avrebbe potuto vantarsene a propria volta e dichiarare, di fronte all’esercito e ai media di allora, che tutto si era svolto secondo le sue previsioni: il comando di non sferrare l’attacco si era rivelato un efficace mezzo per ingannare il nemico, e la felice sortita del figlio faceva anch’essa parte del piano. Quale piano? La vittoria di Roma!
    Sarebbe stata una ben diversa strategia, (8) e un caso di partnership tra padre e figlio, entrambi uomini pubblici, entrambi votati al successo della Repubblica romana. Chi avrebbe potuto trovare da ridire? Invece il generale figlicida dichiarò a parole l’amore per Roma, mentre di fatto uccise colui che l’aveva davvero difesa.
    Inoltre: non sembra strano e inspiegabile che lo stesso Tito Manlio, divenuto padre, abbia a sua volta trattato così crudelmente il proprio figlio? Egli, che era stato un ultrà nel difendere il padre da cui era stato punito, restò fissato alla «figura paterna», facendosi troppo uguale a suo padre. Si chiama identificazione, di cui vediamo qui il vero nocciolo: l’odio. Ecco che cosa muove il passaggio dall’ingiustizia subìta (ad opera del padre) a quella arrecata (al proprio figlio): i conti in sospeso con la propria istanza di vendetta.
    Parricidio e figlicidio in questo caso si congiungono nel pensiero e nell’atto di uno stesso individuo.

    NOTE
    1. Rinvio a: Il padre generale – prima parte, apparso in questa stessa rubrica il 2 febbraio 2013.
    2. Penso per esempio a Il Principe di Homburg (1810) del drammaturgo Heinrich von Kleist (1777-1821), figlio di un generale prussiano. Messo in scena per la prima volta nel 1824, questo dramma romantico presenta forti analogie con la storia dei Manlii. Von Kleist morì suicida con la sua donna prima di pubblicarlo.
    3. A. Campanile, Vite degli Uomini Illustri, Rizzoli, 1975.
    4. A. Campanile, Quel generale romano, op. cit., pagg. 33-38.
    5. Nello stesso libro altri personaggi sono tratteggiati e processati allo stesso modo, ovvero secondo il sapere proprio della psicopatologia: ad esempio Socrate, Talleyrand o Voltaire. Fin da bambino ho appreso da mio padre Nino Genga un certo gusto per gli umoristi italiani. Tramite le loro pagine, Campanile, Guareschi e Mosca erano spesso illustri ospiti della nostra tavola.
    6. Vite degli Uomini Illustri, op. cit., pagg. 34-36.
    7. L’argomento è accostato anche da G.B. Contri in Pater non familias, Blog Think!, 2-3 febbraio 2013: «Nell’antica Roma il pater familias aveva potere di vita e morte sui figli (vitae necisque potestas), poi decaduto ma rimasto anche oggi nel furioso Padre Ideale, padre di tutti i paranoici e querulomani sempre lì a brandire “diritti”».
    8. Si tratta della distinzione tra strategia e tattica: le probabilità di successo sono maggiori allorché si è capaci di predisporre le proprie azioni a lungo termine tenendo conto della possibilità di esiti diversi: l’apporto dell’altro, soprattutto nel caso si abbia un partner, è sempre incalcolabile a priori. Ciò vale in campo militare come in quello economico: si veda a questo proposito: Luca Flabbi, Teoria dei giochi in economia, (2005), in: http://www.studiumcartello.it/Public/EditorUpload/Documents/CORSO_INTERVENTI/050514SC_FL3.pdf

    Illustrazioni di Chiara Ciceri