Categoria: Father & Son

  • Prolusione di Marta Cartabia

     

    L’11 marzo scorso si è svolta la cerimonia inaugurale dell’Anno Accademico
    dell’Università di Parma. La Prolusione è stata tenuta da Marta Cartabia, Ordinaria di Diritto costituzionale presso
    l’Università Bocconi e Presidente Emerita della Corte costituzionale.
    Il titolo che la stessa Autrice ha dato al suo discorso è davvero felice: «Nata per unire». Per i padri
    costituenti non si è trattato di una mera dichiarazione di intenti: l’Assemblea Costituente è stata la
    forma di un lavoro certosino, dibattuto, condiviso, conclusivo. La meta era già nel processo:
    cercare i punti di contatto, il terreno comune, una edificazione possibile.
    Cartabia ne ripercorre i momenti salienti definendo l’Assemblea Costituente «un momento
    luminoso della storia politica italiana, quanto a capacità di trovare punti di contatto, di convergenze,
    di compromesso, che nella politica non è una brutta parola.»
    Rammento che il tema del compromesso è stato più volte al centro dell’elaborazione di G.B. Contri:
    in particolare vi abbiamo dedicato il Seminario di Lavoro Psicoanalitico 1994-1995,
    disponibile sul sito della Società Amici del Pensiero ‘Sigmund Freud’.
    Trovo pertinente menzionare qui una pagina del celebre romanzo Il buio oltre la siepe della
    scrittrice statunitense Harper Lee (1960), in cui l’avvocato Atticus Finch si rivolge alla figlia di sei
    o sette anni, cui la maestra aveva stoltamente proibito di leggere libri in compagnia del padre,
    chiedendole: «Tu sai che cos’è un compromesso? Un accordo raggiunto attraverso reciproche
    concessioni.» Definizione spendibile ad ogni livello della vita individuale e civile. Mi piace pensare
    che l’autrice abbia attinto dalle conversazioni con il proprio padre, Amasa Coleman Lee, che era
    avvocato e membro della Corte legislativa dello Stato dell’Alabama.


    Pubblico qui il testo di Marta Cartabia in occasione della
    Festa della Repubblica del 2 giugno.

     

     

     

     


  • Lo spettacolo teatrale “FATHER & FREUD” torna a Milano

    Venerdì 17 aprile 2026 alle ore 21
    presso il CMC (Centro Culturale di Milano) Largo Corsia dei Servi, 4

     

    «In questi ultimi anni sembra crescere una ostilità quasi forsennata nei confronti di Freud»: così scriveva nel 1998 Michele Ranchetti (1925-2008), appassionato studioso di storia della psicoanalisi e professore di storia della chiesa, legato a Giacomo Contri da profonda stima e amicizia. Anni prima, Jacques Lacan ammoniva: «Un giorno, amici miei, dovremo dimostrare persino l’esistenza di Freud!»

    Giudizi severi e ancora attuali: quasi nessuno sa più niente di Freud, mentre la psicoanalisi è bandita dai percorsi di formazione dei giovani che si avviano alle professioni ‘psico’.

    Nello storico studio di Freud a Vienna, Berggasse 19, il visitatore può notare ancora oggi le porte che separano la sala d’attesa dalla stanza di analisi: le doppie ante, foderate di velluto, dovevano proteggere da orecchi indiscreti quel che veniva detto nel corso delle sedute. All’epoca, gran parte della popolazione non aveva nemmeno il bagno in casa. Chi si recava dal professor Freud, viaggiando in carrozza o in treno – vagoni dei primi del Novecento – non poteva non sentirsi onorato nel trascorrere un’ora con quel signore serio e occhialuto, con il sigaro sempre in mano. Lavorare su un sogno o soffermarsi su un lapsus era per quei primi pazienti una nuova via per scoprire e ricapitolare i propri affetti e pensieri in affanno.

    Con lo spettacolo Father & Freud vogliamo rappresentare il filo rosso di quell’avventura del pensiero, tuttora possibile a distanza di un secolo.

    Inoltre, porteremo in scena per la prima volta una pagina poco nota della vita di Freud: il suo viaggio ad Atene (1904), lo stupore di fronte alla bellezza dell’Acropoli e quel che ne scrisse più di trent’anni dopo nella lettera a Romain Rolland. Quel che gli accadde quel giorno portò una nuova luce sul tema che è da sempre il cuore della riflessione filosofica e psicoanalitica: il rapporto con il padre. Nel lavoro quotidiano dietro il divano noi analisti constatiamo che molte sedute dei nostri pazienti ruotano intorno alla medesima questione.

    Grazie al CMC, Father & Freud torna a Milano dopo diverse repliche in città italiane e al Freud Museum di Londra, dove la famiglia Freud trovò rifugio fuggendo da Vienna occupata dai nazisti. In Father & Freud, i Colleghi e i non addetti ai lavori troveranno un Freud amico del pensiero.

    TRAILER FATHER AND FREUD

    Intervista rilasciata a Roby Noris, Lugano, febbraio 2025

      FATHER AND FREUD – UNO SPETTACOLO TEATRALE su YouTube

    Biglietti acquistabili a questo link:

    Info:

    Centro Culturale di Milano, tel: 02-86455162 e-mail: segreteria@cmc.milano.it
    Glauco Maria Genga tel: 335-8089256 e-mail: glaucomaria.genga@gmail.com

     

     

     

     

     


  • LAICO NATAL – Chi ha paura di Francesco D’Assisi?

    Domenica scorsa l’inserto culturale del Sole24ore era tutto, dicasi tutto, centrato sul Natale. Finalmente! Il Sole non è l’organo del Vaticano o della CEI. Ed è vero che abbiamo bisogno di una tregua, persino nello sfogliare il giornale, cartaceo o immateriale. Natale fa notizia. 

    Con Natale laico non mi riferisco ai soliti “valori umani” o alle antichissime tradizioni di culti pagani e precristiani con cui è facile rimuovere, ossia cancellare, il significato cristiano: la nascita di Gesù di Nazaret. Più di venti anni fa, Umberto Galimberti propose un’interessante riflessione sull’inadeguatezza della cultura occidentale a dirsi cristiana, a motivo dell’opulenza (scriveva nel 2002) e della rigida sottomissione alle leggi del mercato (oggi aggiungerei: della finanza). In sintesi: cristiano = inversamente proporzionale al profitto. Questo è il punto su cui riflettere. 

    Da settembre scorso, due libri freschi di stampa (Francesco. Il primo italiano di Aldo Cazzullo e San Francesco, di Alessandro Barbero) si sono aggiunti a molti altri che vengono riproposti per celebrare gli ottocento anni dalla morte di Francesco d’Assisi. Tra questi, spicca la vasta produzione di Chiara Frugoni, l’illustre medievista che alla vita del santo ha dedicato trent’anni della propria ricerca e numerosissimi titoli di grande pregio, tra i quali: Vita di un uomo: Francesco d’Assisi, Storia di Chiara e Francesco, Il presepe di San Francesco, Francesco e l’invenzione delle stimmate. Uno più bello dell’altro. 

    Frugoni scrive che Francesco «non si propose di fondare un Ordine, parola che nel suo vocabolario manca del tutto (…) non previde, almeno finché non vi fu costretto dallo straordinario successo, alcuna struttura all’interno della comunità. Fu un’altra grande innovazione di Francesco quella di avere dato vita a una fraternità sostanzialmente di laici, senza che si creassero al suo interno (così fu nei primi tempi) differenze di considerazione e di trattamento quando si aggiunsero sacerdoti o persone dotte che avevano frequentato le Università. (…) Morto Francesco, la forza della tradizione prenderà il sopravvento con una decisa clericalizzazione dell’Ordine.» 

     Quella di Aldo Cazzullo è una scrittura avvincente. Ad esempio, sorprende leggere l’elenco di coloro che furono terziari francescani o comunque legati alla “grande famiglia francescana”. Vi troviamo nomi di poeti e letterati arcinoti quali Petrarca, Boccaccio, Tasso, Manzoni, ma anche esploratori come Cristoforo Colombo e Amerigo Vespucci (che «volle essere sepolto vestito del saio francescano»). Francescani furono Galvani, Volta, Ampère e Marconi: praticamente tutto il pantheon dell’elettricità e della radio. Tra i politici e gli statisti: Tommaso Moro, Silvio Pellico e, nel secolo scorso, Robert Schuman, tra i padri fondatori dell’Unione Europea, nonché gli italiani De Gasperi e La Pira, protagonisti della nascita della nostra Costituzione Repubblicana. 

    Vero che «i francescani hanno avuto cinque Papi. Ma nessuno di loro ha mai pensato di chiamarsi Francesco. Francesco non era considerato un nome da Papa.» L’ha fatto Bergoglio, che non era francescano, ma gesuita. 

    Eppure, scrive Cazzullo, «all’apparenza, Francesco ha fallito. Il denaro non è mai stato così importante. La finanza prevale sul lavoro. E fenomeni come la globalizzazione non hanno posto fine alle guerre, anzi.» 

    Mi aggancio volentieri alle sue considerazioni per ricordare che diversi anni fa Giacomo B. Contri tratteggiò una sorta di rapido identikit di san Francesco: 

    (https://www.culturacattolica.it/cultura/catechismo-dell-universo-quotidiano/ad-franciscum-1-marx-e-francesco-uomini-di-pensiero

    «Nella sua laicità, non solo voleva che i suoi seguaci fossero né preti né monaci, ma anche che non avessero il clericalismo ancora odierno che distingue sapere alto da sapere volgare; voleva un’identica regola per uomini e donne, dunque laici anche le donne (su questo punto le resistenze a Francesco e Chiara sono state violentissime); (…) era contro la concezione e la pratica del lavoro in quanto salariato (“povertà”): non si è speso in vani pronunciamenti contro la proprietà privata, ma si è pronunciato attivamente-vocazionalmente contro il salario in quanto asservimento privato del lavoro. Era un mondo intero a venire messo in crisi (come Francesco voleva), e senza “tirate” morali sul denaro come sterco del diavolo. (…) Faremmo bene a pensarci in anni in cui diminuiscono salari e salariati, e senza speranza di inversione della tendenza.» 

    Ne risulta un’idea di laicità ben più corposa di quel che si pensa comunemente. 

    Per Contri, Francesco comprese che «il lavoro è impagabile, non ha prezzo (…) ecco una nuova scoperta sulla legge di moto umana detta “pulsione”. Francesco è stato un uomo di pensiero.» 

    Purtroppo, il modo in cui il suo insegnamento è stato diffuso (ad esempio negli anni ’60 e ’70 del secolo scorso, attraverso le trasmissioni radiofoniche con padre Mariano, che accompagnavano le sere di moltissime famiglie) ha impedito di considerare san Francesco un economista. Eppure, secondo Contri, «lavoro senza salario significa essere mantenuti senza essere schiavi, ossia uno status giuridico inimmaginabile.» 

    Francesco sapeva chiedere: impostava i propri rapporti in modo da suscitare l’iniziativa altrui a proprio favore. È una precisa idea di povertà, la sua, come è attestato, ad esempio, da quel che gli scrisse il conte Orlando Catani di Chiusi che, dopo averlo conosciuto personalmente a San Leo, volle regalargli una sua proprietà, il monte della Verna: «Io ho in Toscana uno monte divotissimo il quale si chiama monte della Vernia, lo quale è molto solitario e salvatico ed è troppo bene atto a chi volesse fare penitenza, in luogo rimosso dalla gente, o a chi desidera fare vita solitaria. S’egli ti piacesse, volentieri Io ti donerei a te e a’ tuoi compagni per salute dell’anima mia.» Il conte munifico finanziò i lavori necessari per ricavarne le prime celle: una Spa ante litteram. Era il 1213, appena sette anni dopo il processo in cui Francesco si era denudato coram populo per restituire ogni cosa al padre, quel Pietro di Bernardone che l’aveva citato in giudizio. Fu un atto di disconoscimento di paternità. 

    Francesco, imprenditore sui generis, nel raccogliere l’invito evangelico “amerai il prossimo tuo come te stesso”, volle realizzare il passaggio da prossimo (il più vicino) a partner (collaboratore, socio). 

    IC’è dell’altro. Contri, oltre a spingersi ad accostare Francesco a Marx («voleva vivere anticipatamente di comunismo»: anche su questo mi riprometto di tornare nelle prossime settimane), rincara la dose immaginando una satira che potrebbe, seppure a torto, accusarlo di «voler vivere a sbafo: accusa «immeritata perché non voleva vivere senza lavoro.» 

    Ciò consente di pensare la distinzione, rilevantissima, tra salute psichica dalla psicopatologia. Quando ero tirocinante nella clinica psichiatrica del Policlinico di Milano, ricoverammo un giovane che, fuggito da casa, aveva fatto perdere le proprie tracce per vivere come un barbone. Era stato portato in ospedale denutrito, sporco e pressoché mutacico. Mi colpì quel che mi disse con un filo di voce: poiché non voleva lavorare, allora non aveva neppure il diritto di mangiare. Questa ammonizione, rivoltagli dal padre, aveva rinforzato la sua ribellione: non solo rifiutava di lavorare, ma cercava di controllare i propri atti respiratori. Non potendo impedirsi di respirare, si era riproposto di consumare meno aria possibile e si era condannato all’immobilità. Di lì a poco morì. Tempo dopo, il padre, stimato e illustre professionista, si lasciò morire anch’egli. 

    Quel giovane commetteva due errori: 1) faceva coincidere il contenuto della parola lavoro a quel che suo padre si aspettava da lui (che diventasse medico, avvocato o qualcosa del genere); 2) non riconosceva che il suo stesso pensiero era un lavoro: così come non poteva arrestare il respiro, non poteva nemmeno smettere di pensare. Fu così che imparai che cos’è la catatonia. 

    Francesco d’Assisi, all’opposto, stimava a tal punto il lavoro, quello manuale e quello psichico, che poco prima di morire fece scrivere nel suo Testamento “Et ego manibus meis laborabam, et volo laborare”. Frugoni ci informa che «in cambio delle loro fatiche i frati potevano ricevere il vitto necessario per vivere (questo è il significato che Francesco dà alla parola “elemosina”), senza tuttavia riporre avanzi di cibo per il giorno seguente.» Insomma, Francesco fece davvero apologia del lavoro. Oggi diremmo che la salvezza, come la soddisfazione, non sono raggiungibili con un’App. 

    La vicenda di Francesco d’Assisi è unica, ed è ancor più interessante alla luce della questione francescana, come è chiamata la storia delle sue biografie e delle loro fonti. Nell’arrestarmi qui, segnalo che la mattina del prossimo 18 gennaio il cinema Anteo di Milano proporrà in prima visione il film Parola di Tommaso, del regista Matteo Vanni, proiettato il 29 ottobre scorso al Senato della Repubblica. 

    Ne anticipo qualcosa riportando i titoli di coda: «Tommaso da Celano, primo biografo di San Francesco d’Assisi e autore del Dies irae, fu testimone diretto della nascita del francescanesimo. Lo storico Jacques Delarun riportò alla luce una Vita Francisci attribuita a Tommaso da Celano: il testo era stato messo in vendita da una casa d’aste canadese, dove lavorava la studiosa italiana Laura Light, la prima che ne intuì il valore storico. L’opera è sopravvissuta alla distruzione delle vite di Francesco ordinata da Bonaventura nel 1266. La Vita ritrovata ci ha restituito il volto vivo di Francesco, non del santo ma dell’uomo.» Occasione imperdibile (info e prevendita tra pochi giorni sul sito https://www.spaziocinema.info/

  • Ascoltate «La Pantera»:Un Podcast per l’estate [*]

    Debbo vincere un’obiezione che faccio a me stesso perché, mentre sto per scrivere di poesia, non posso sottrarmi al senso di impotenza per quel che sentiamo ogni giorno: le guerre non vanno in vacanza. Ma ciò vale anche per il pensiero. Dunque, accanto alle parole crociate, al sudoku o ai trastulli sullo smartphone, da cui non ci stacchiamo quasi mai, non rinuncio all’idea di farvi conoscere un podcast originalissimo: dieci puntate ben confezionate e sobrie quanto a lunghezza, in cui un professore di lettere, cólto e dall’ingegno versatile, rivisita per noi alcuni autori e momenti topici della poesia, italiana e non.
    Prodotto dall’Associazione Spazio Stelle e Voce, il podcast ha un titolo evocativo, La Pantera: inchiesta sulla poesia (info a questo link: https://spaziostellevoce.com/2024/11/05/la-pantera/)

    Alberto Brasioli sa che ogni poeta cui dà voce – senza un pubblico, col solo aiuto di un metronomo, legge Leopardi, Zanzotto, Montale, Saffo, Pascoli, e altri ancora – ognuno di questi poeti, dicevo, è sì un classico, ma non lo era affatto quando viveva e scriveva. Verità lapalissiana. Eppure molti trattano i classici come fossero degli Untouchables, mentre altri commettono l’errore opposto: non poche scuole e laboratori di scrittura credono di suscitare negli allievi fior di emozioni, in realtà solo riciclate, volendo risparmiar loro l’impegno con testi e opere di chi li ha preceduti, perché sarebbe un impegno inutile, anzi dannoso. Niente di più falso.

    La Pantera è una piacevole sorpresa, soprattutto per la modalità di lavoro che suggerisce, più ancora che per le conclusioni cui l’autore perviene di volta in volta, e che trovo entusiasmanti nella maggior parte dei casi. Potreste non trovarle sempre condivisibili, ma ciò non diminuirebbe il loro valore. Conosciamo la frase di Goethe «Ciò che hai ereditato dai padri, riconquistalo, se vuoi possederlo davvero». È quel che fa Brasioli. Lo dice chiaramente nella penultima puntata: «Ogni poeta ha tentato di fare a gara con i suoi maggiori, non per prevalere, perché si vede benissimo che [comporre versi] è un modo con cui quelli che sono venuti dopo rendono omaggio ai loro padri. Non c’è né invidia né competizione. È come dire: noi siamo qui, come sarebbe bello incontrarci!»

     Sì, ma in fin dei conti, che dice Brasioli? Prima puntata, Istruzioni per l’uso: si comincia dall’Alighieri. «Due sono le lingue che parliamo – dice Dante nel De vulgari eloquentia – quella che impariamo da coloro che si affacciano alla nostra culla e quella secondaria che impariamo mediante la grammatica. La prima è quella autentica, quella che riguarda la poesia.» Ecco, dunque, l’importanza decisiva – noi diremmo costituente – dell’esperienza dei primissimi anni di vita, quelli che hanno ricevuto la massima attenzione non solo da Sigmund Freud e sua figlia Anna, ma anche da pensatori del calibro di Agostino d’Ippona (penso all’ottavo paragrafo del Libro I delle Confessioni) o, in era moderna, da John Henry Newman, il “vescovo che visse due volte”, se posso dir così, che ha saputo far tesoro di ciò che significa imparare a parlare. Mi riferisco alla sua Grammatica dell’assenso (1870), opera che andrebbe letta e riscoperta nella laicità che la caratterizza.
    «La pantera è un podcast sulla poesia recente, recentissima e, insieme, antica, antichissima. Brevi episodi su poeti, testi, questioni che ci consentiranno di affrontare in modo nuovo la eredità della grande dimenticata.» Ed ecco che Brasioli cita Iosif Brodskij (Nobel 1987 per la letteratura): «Bisognerebbe avere la mano sinistra su Omero, Dante e la Bibbia prima di impugnare la penna con la destra.» Vero, ed è curioso sentirselo dire in un podcast, che non è su carta, e scriverlo su una tastiera, con buona pace del barone Bich, quello che fece la sua fortuna con l’iconica penna a sfera cui diede il nome (Bic).

    Così, di puntata in puntata, veniamo introdotti alle opere di molti autori, alcuni già familiari, che credevamo di conoscere, altri sconosciuti. In ognuno di essi, Brasioli cerca quel che chiama la pantera, ovvero la poesia nella poesia, quel quid di personale che sprigiona dalla scrittura e va ben oltre il sapere accademico.
    Nella puntata dedicata a Leopardi (Gli oggetti doppi) eccoci alle prese con la celebre poesia Alla luna nella quale, a ben vedere, le lune sono due: quella dell’anno passato e quella del momento in cui il poeta scrive. Le condizioni sono sovrapponibili, dato che egli era triste allora come lo è ora. Eppure, proprio da questa duplicità ecco svilupparsi qualcosa: il ricordo. Il fatto di poter dire «io sono stato quella cosa là e adesso sono questo qua» giova a Leopardi, gli piace, gli è di beneficio. Il ricordo è triste e l’affanno perdura, tutto sembra uguale, ma non lo è, «perché io sto ricordando. E il tempo del ricordo è qualcosa che non c’è in natura, c’è solo dentro di me: sono io, questo!» È qui che sta la poesia, conclude Brasioli, riconoscendo in Leopardi un pensatore niente affatto pessimista. Il che mi ha ricordato un passo dello Zibaldone: «Non possiamo saper, né anche sufficientemente congetturare tutto quello di cui sia capace, aiutata da circostanze favorevoli, la natura umana». (4166, 21 febbraio 1826)
    Negli episodi del podcast vi sono poi frequenti riferimenti ai grandi fatti della Storia. Ad esempio, per introdurci alla comprensione del Sonetto di sterpi e limiti di Zanzotto, Brasioli evidenzia come il poeta attinga “a piene rime” al tredicesimo Canto dell’Inferno dantesco: Uomini fummo, e or siam fatti sterpi. Il bosco del Montello è orribile, intriso com’è del sangue di migliaia di giovani caduti in battaglia nel giugno 1918! Dopo questa puntata, occorrerebbe inventare un girone per giustiziare quanti consegnano la poesia alle parafrasi… Ecco, l’ho scritto.

    Il vertice della serie è la puntata su Saffo, intitolata “Il ritmo della poesia”. Essendo quella che amo più di tutte, non voglio privarvi della soddisfazione di scoprirla ascoltandola: seguirete passo dopo passo il professore, mentre si inoltra in quella che a mio avviso è una vera e propria scoperta. Per inciso, questa puntata e la successiva (La ninna nanna) possono essere di grande interesse per chi si trova ad avere a che fare o si occupa professionalmente di bambini a rischio di autismo.

    I nessi tra poesia e psicoanalisi sono una miriade. Qui menziono solo il breve saggio freudiano Il poeta e la fantasia (1907), che ho già citato in un articolo precedente su questo stesso sito. Quanto a Giacomo Contri, sono molti i testi in cui egli richiama il nesso stretto tra la lettura e l’attività dell’inconscio. Un suo articolo del 2006 si intitola Leggere e mangiare. Studio e alimentazione: «Apologia della lettura. Dico bene: la lettura distinta dallo studio, ossia quella fatta per attrattiva – ec-citamento o vocazione -, non per performance scolastica o professionale.» (Think!, 2 novembre 2006) E ancora: «Il lavoro non è la pòiesis oggi detta “creatività” con le sue arie da vaudeville: è quella produzione di una materia prima che è suscettibile dell’intervento desiderabile di un secondo soggetto». (Istituzioni del pensiero. Le due ragioni, Sic Edizioni, 2010).

    Infine, pensate se al mattino, al momento della prima colazione, dopo il GR sempre più breve e disertato, la radio trasmettesse per una decina di minuti un podcast come questo: ogni giorno, milioni di ascoltatori riceverebbero un assaggio, un suggerimento di che cosa è un lavoro culturale animato dalla vocazione per il nuovo. Una poesia, un racconto, il riassunto di un film… non vien da pensare che la giornata inizierebbe in modo migliore, più promettente?

     


    * Articolo pubblicato il 7 agosto 2025 nella rubrica Father and Son del sito www.culturacattolica.it

  • W la Storia!

    Sono diventato un fan del Corriere della Sera. Abito da vent’anni a due passi da via Solferino, ma non ho mai sentito il Corriere così vicino come in questo mese, cioè da quando pubblica, il mercoledì e giovedì di ogni settimana, le sue prime pagine, dall’esordio del 5 marzo 1876 ad oggi. Qui sopra: l’annuncio dell’inizio della Repubblica all’indomani del referendum del 2 giugno 1946.

    Lodevolissima iniziativa, che spero incontri il successo che merita. Si sa, infatti che un numero crescente di giovani, e meno giovani, non leggono i quotidiani.

    Per Hegel la lettura della Gazzetta era «la preghiera del mattino dell’uomo moderno», ma le cose non stanno più così. La prima volta che udii questo giudizio fu nel 1978: lo sosteneva Giacomo Contri, in un corso che tenne al Circolo Filologico (in seguito vi è tornato più volte, come in questo blog: https://www.giacomocontri.it/2006/11/preghiera-laica/).

     

    Ma oggi? Nessuno stacca lo sguardo dallo smartphone… con molte conseguenze.

    Come consulente dell’Aeronautica, mi trovo a firmare provvedimenti di idoneità a chi vuole conseguire la licenza per pilotare un aereo, ma non mi lascia indifferente costatare che più di un giovane aspirante pilota non conosce il nome del nostro Presidente della Repubblica, pur sapendo pressoché tutto dell’ultima polemica social sui Ferragnez…

    Quando frequentavo il liceo, l’educazione civica era chiamata la Cenerentola di tutte le materie. Cosa curiosa, era così anche per la religione. Un errore nell’impostazione degli studi classici. Ma l’ho compreso solo “da grande”.

     

    L’iniziativa del Corriere mi fa pensare ai fatti che hanno cambiato la storia.

    Nel suo discorso del 31 dicembre 2017, il Presidente Mattarella ha definito la Costituzione Italiana la nostra «cassetta degli attrezzi». Notevole. Nel novembre scorso, al Centro Asteria di Milano, ho partecipato ad un incontro con la professoressa Cartabia, dal titolo La Costituzione al centro. L’auditorium era gremito di centinaia di liceali e altrettanti erano collegati online. In uno dei passaggi più rilevanti, l’ex-ministro della Giustizia, già Presidente della Corte Costituzionale, ha ricordato il contributo decisivo di La Pira ai lavori dell’Assemblea Costituente, e in particolare il significato della sua rinuncia al Preambolo.

    «Il 22 dicembre 1947 il giurista siciliano prese la parola un’ultima volta per chiedere che fosse posta in qualità di preambolo alla Costituzione la formula: “In nome di Dio il popolo italiano si dà la presente Costituzione”. Alla proposta seguì un dibattito ferratissimo che mise in pericolo l’unità dell’assemblea. La Pira, pallido in volto, si fece un ampio e devotissimo segno di croce e ritirò la proposta, dicendo: “Se tutto questo dovesse produrre la scissione dell’Assemblea, io per conto mio non posso dire che questo: che ho compiuto secondo la mia coscienza il gesto che dovevo compiere”.»

    (https://www.politicainsieme.com/giorgio-la-pira-e-la-costituzione-di-nino-giordano/)

    Questo punto meriterebbe un approfondimento molto più ponderato; ora lo menziono solo perché la vicenda del Preambolo è un esempio dell’eccellente lavoro legislativo dei 556 Padri costituenti. Faremmo bene ad averlo presente, al netto di ogni considerazione di natura politica. Non nascondo che non mi sono mai piaciute le espressioni giornalistiche Prima e Seconda Repubblica, perché sono fuorvianti.

     

    Un altro esempio, tra i molti possibili. Nel giugno scorso, appena tornato da Siracusa dove avevo assistito alla rassegna del teatro antico (tutti dovrebbero andarvi almeno una volta), incontro due giovani colleghe, cui racconto qualcosa: «L’interpretazione di Laura Marinoni della Medea è stata fantastica! Invece il Prometeo incatenato non mi ha convinto…» Le colleghe mi guardano con occhi smarriti: i nomi Medea e Prometeo non dicono loro nulla: «Ma doc, lei ha fatto il classico!».

    Poiché non era mia intenzione metterle in imbarazzo, non ho insistito, ma l’eco dell’episodio non si è affievolita in me. Quando quelle colleghe riceveranno nei loro studi professionali donne affette da psicosi post partum, o lavoreranno a perizie in casi di infanticidio, la vicenda di Medea sarebbe loro di grande aiuto. Ma non lo sanno! Eppure, anche chi non proviene da studi classici può entrare in libreria o sfogliare un quotidiano e imbattersi in un allestimento teatrale di Medea.

    Informo i lettori che nel prossimo luglio si svolgerà presso l’Università di Urbino una Summer School, promossa da Maria Gabriella Pediconi, dal titolo «Attualità freudiana. Un giurista legge Freud. Con esercizi sulla tragedia greca». Parleremo anche di Medea: il testo di Euripide verrà commentato da giuristi e psicoanalisti.

     

    Può capitare a tutti di imbattersi in modo personale nel racconto di un fatto storico. Ad esempio, un giovane studente universitario mi racconta di avere appreso dalla lettura del Vasari che Michelangelo, prima di morire, “abruciò gran numero di disegni, schizzi e cartoni fatti di man sua, acciò nessuno vedessi le fatiche durate da lui et i modi di tentare l’ingegno suo per non apparire se non perfetto.” La notizia l’ha colpito perché anch’egli non tollera che la sua preparazione sia men che perfetta. Gli  rispondo che i cartoni preparatori dei grandi artisti mettono al lavoro schiere di studiosi: lo stesso Buonarroti non sarebbe mai arrivato ad affrescare la Sistina senza quei cartoni. Resta che quel giovane ha avuto accesso, in un modo o in un altro, alle Vite del Vasari. Non capita spesso.

     

    Che cosa occorre perché si possa fare tesoro della storia, nella cultura come nella scienza, nell’economia o nell’arte? Direi: il racconto affidabile di chi sa di avere seguìto, nel proprio lavoro, una passione; non importa in quale disciplina o campo del sapere.

    Che c’entra tutto questo con la Pasqua? Per credenti e non credenti, è vero che la notizia di quella resurrezione ha fatto storia. Anzi, ha fatto la storia. Come mostra questo affresco: il geniale “pittore di Cluny” del XII secolo doveva avere in mente una qualche idea di Costituzione della Chiesa, perché il fondatore è rappresentato nell’atto di consegnare la legge a Pietro. Il nesso tra legge, diritto e legame sociale è ancora tutto da esplorare: «Dove due o tre sono riuniti nel mio nome io sono in mezzo a loro» (Mt. 18,15-20).

     

     Dedico questo articolo a Giovanna e a suo marito Antonio,
    alla loro storia nella storia.

     

  • Quale futuro per Caino? Una nota su ‘Padre e figlio’ di Fabrizio Sinisi

     

    Nell’articolo Freud con Goethe dell’ottobre scorso mi riproponevo di dedicare una pagina alla bellissima pièce teatrale Padre e figlio, rappresentata all’ultimo Meeting di Rimini.[1] Lo faccio solo ora, dopo alcuni mesi: tempi… biblici, ma pur sempre proporzionati, trattandosi di relazioni bibliche.
    Fin da bambino provavo un sentimento denso e spiacevole di fronte ai tantissimi delitti narrati nell’Antico Testamento: la colpa dei progenitori che ricade, chissà perché, su tutte le generazioni successive, un fratricidio, un ragazzino abbandonato dai fratelli nel deserto in una cisterna e venduto come schiavo, popoli interi passati a fil di spada, e via dicendo. L’infanzia e l’educazione di molti di noi sono state accompagnate da quei personaggi, storici o letterari che fossero. In Padre e figlio, il drammaturgo Sinisi ne offre una eccellente caratterizzazione, dotandoli di pensieri che rendono ragione degli atti loro attribuiti dalla Bibbia. Ora mi soffermerò su Caino.

     

    La pièce teatrale ‘Padre e figlio’
    Massimo Popolizio interpreta in modo straordinario il testo che Sinisi ha concepito partendo da alcuni brani dell’Antico Testamento. L’opera è suddivisa in tre capitoli: Caino e Abele; Abramo e Isacco; Giacobbe ed Esaù. Sulla scena l’attore non è l’unica presenza: un ruolo fondamentale è svolto dal Siman Tov Quintet, che esegue bellissimi brani di musica klezmer, genere tradizionale ebraico. Il tutto è arricchito dalla sorprendente arte interattiva di Massimo Ottoni: in piedi ad un lato del palco, egli sfiora lo schermo di un computer come se avesse in mano un pennello, mentre sullo sfondo del palcoscenico danzano forme colorate e sinuose in grande sintonia con le note. Un accompagnamento perfetto e coinvolgente.

     

    Caino e Abele: quando le economie erano separate
    Il racconto biblico riserva poche e scarne righe alla vicenda dei due fratelli. Sinisi ha potuto – e saputo – prestare loro una fisionomia, argomentazioni logiche, passioni ed affetti, offrendo allo spettatore molteplici spunti e suggestioni.
    Per esempio ad Abele, che conosciamo solo come prima vittima innocente, viene messa in bocca una pesante accusa verso il fratello maggiore: “Il Signore ama i semplici, e tu, Caino, pensi troppo”.
    Una vera infamia, la sua! Che significa? Non è cosa peggiore pensare troppo poco? Niente è più pericoloso della coppia malvagità-stupidità, come mostrano moltissimi episodi di cronaca nera.
    È quel che sostiene anche Woody Allen in più di un film: in particolare, Sogni e delitti (2007) è una rivisitazione lucida e impietosa del fratricidio, i cui protagonisti sono per l’appunto due fratelli, delinquenti e inetti allo stesso tempo.[2] Tipi così esistono davvero, e sono molto lontani da drammi o conversioni simili a quella creata dal Manzoni nella ‘notte dell’Innominato’.
    Tornando alla pièce, Caino ci viene presentato capace di dibattere con suo padre Adamo: “E Abele, che ha di meglio di me?’. ‘Abele dà quello che ha senza trattenere nulla. Dona e non vuole niente in cambio. Ha tutto perché vuole tutto. Davanti al Signore non ha segreti né pretese. C’è molto da imparare, in Abele. Ma tu non lo guardi. Non lo guardi mai.’ Non è vero che non lo guardavo. Lo guardavo eccome. Ma senza che nessuno mai se ne accorgesse.”
    Il Caino di Sinisi non si dà per vinto: “non solo i padri morirebbero per i figli, ma anche i figli morirebbero per i padri, se gli venisse chiesto. E uccidere Abele per me fu come morire, morire per te (si rivolge ancora al padre, ndr), morire perché tu finalmente mi guardassi per quello che ero: non l’altro, ma ‘io’, Caino, ‘io’.” Egli vuole, pretende che il padre conosca il suo smisurato ‘amore’ per lui, ora che è arrivato perfino ad uccidere per emanciparsi dal secondogenito così scomodo.
    Tema vasto e complesso. Freud osserva: “Il bambino piccolo non ama necessariamente i suoi fratelli, spesso palesemente non li ama affatto (corsivo mio, ndr).” “Si può osservarlo con maggiore facilità in bambini da due anni e mezzo fino a quattro o cinque anni, quando sopravviene un nuovo fratellino. Questi perlopiù ha un’accoglienza molto scortese. Espressioni quali: “Non mi piace, voglio che la cicogna se lo riporti via” sono assai frequenti. In seguito ogni occasione sarà buona per denigrare il piccolo arrivato, e tentativi di fargli persino del male, veri e propri attentati, non sono niente di inaudito.”[3]
    Dopo Freud moltissimi autori, psicoanalisti e non, hanno sottolineato il narcisismo di Caino, la sua incapacità di amare e i diversi ‘meccanismi psichici’ legati all’invidia che egli ha coltivato per non essere stato il preferito agli occhi dei genitori.[4] Ma simili commenti possono scivolare nell’errore, comune a tanta psicologia novecentesca, di separare la vita intrapsichica da quella reale, e l’economia affettiva dall’altra economia, che guida la politica e la società.
    Preferisco seguire il commento di G.B. Contri, che scrive: “Sulla vicenda di Caino e Abele è prevalsa l’idea del delitto passionale, ma non torna perché i due “fratelli” sono intercambiabili (poteva essere Abele a uccidere Caino, proprio come x e y sono intercambiabili). I due coltivano campi separati e non connessi (pastorizia e agricoltura), non sono “fratelli”, non hanno legame sociale, l’uno è civilmente morto per l’altro, una pura sagoma per l’altro”. Contri individua bene qual è l’errore comune ad entrambi: in ciascuno dei due “l’indifferenza precede e prepara l’ostilità. Nessuno dei due si è permesso di offrire appuntamento ossia di fare società d’affari come Regime dell’appuntamento.”[5]
    Per dirlo con uno slogan: l’alba della civiltà non ha visto il sorgere di una ‘Eredi di Adamo ed Eva S.p.A.’

     

    Nessuno tocchi Caino
    Nel testo biblico, quel fratricidio ha un seguito – anche se spesso la predicazione non ne fa menzione – nel grido accorato di Caino (“la mia iniquità è tanto grande che io non posso sopportarla!”) e nella pronta risposta di Jahvè, che proibisce a chiunque di ucciderlo; se ne può dedurre che, quando questo testo venne redatto, la legge del taglione era già in vigore presso quei popoli.
    Javhè – scrive ancora Contri – “gli lascia tempo per passare a nuovo Ordine, e infatti Caino “divenne un costruttore di Città”. Nessuno tocchi Caino è anche il nome di una nota lega internazionale, costituitasi nel 1993, attiva nella lotta contro la pena di morte e la tortura, nella ricerca di forme di giustizia in cui sia espunta ogni sete di vendetta.[6]
    Nel Caino di Lord Byron (1821), sia la madre Eva che l’Angelo del Signore paventano al fratricida le terribili conseguenze del suo atto: “Tu hai ucciso tuo fratello, e chi ti garantirà da tuo figlio?”[7] Il clima livido di quel momento è reso molto bene dall’impressionante dipinto di Fernand Cormon (1845-1924) riprodotto all’inizio di questa pagina: Caino si avvia all’esilio con tutti i suoi familiari. Poiché Abele non aveva generato figli, su quel carro è raffigurata in un certo senso l’intera umanità, perché tutti possiamo considerarci suoi discendenti. Nessuno può dirsi estraneo rispetto al compito di costruire un legame sociale foriero di pace. Ha dunque ragione Sinisi, quando sottolinea la contemporaneità dell’intera vicenda riproposta nel suo spettacolo.

     

    P.S.: Trovo che il Natale abbia a che fare con tutto questo, molto più che con la favola moderna dei buoni sentimenti, rappresentata al meglio da quel Canto di Natale con cui Dickens nel 1843 perfezionò la rimozione del Natale – perché di questo si trattò – reinventandone completamente il senso originario.[8]

     

     


    [1] Padre e figlio (sceneggiatura di Fabrizio Sinisi e regia di Otello Cenci) è stato rappresentato a Rimini il 23 agosto 2017. Autore, regista e interpreti hanno saputo portare all’attenzione di un vasto pubblico temi molto rilevanti. Rinvio all’intervista rilasciata da Sinisi a Il Sussidiario il 17 agosto 2017: Padre e figlio. Tra Bibbia e teatro per riscoprire i rapporti fondamentali per l’uomo. Mi auguro che lo spettacolo venga presto riproposto in diversi teatri italiani: merita.

    [2] I due anti-eroi di Woody Allen, ingenui eppure bastardi senza scrupoli, ricordano i balordi del film di Godard Bande à part (1964), sopravvalutato dalla critica, o i sicari di Fargo (1996) dei fratelli Coen, i quali trassero da un fatto di cronaca una sceneggiatura dal cinismo esasperato e quasi insostenibile.

    [3] S. Freud, Introduzione alla psicoanalisi, 1915-17, lezione 13, OSF, VIII pagg. 372-3.

    [4] Sull’argomento rinvio a: M.G. Pediconi, G.M. Genga, L. Flabbi, Invidia versus legame sociale. Una nuova idea di profitto, in: Teorie & Modelli, n.s., XVIII, 2, 2013 (7-23). Una breve rassegna di autori e opere che hanno riproposto la figura e il dramma di Caino tra ‘800 e ‘900 (tra cui Byron, Santucci, Borges, Lacan, Saramago e Steinbeck) si trova in A. Zaccuri, Caino, il dramma del fratricida, https://www.avvenire.it/agora/pagine/il-dramma-di-caino

    [5] G.B. Contri, Caino e Abele senza permesso, in Think!, 30 ottobre 2013: www.giacomocontri.it/2013/10/caino-e-abele-senza-permesso/

    [6] Al tema della vendetta è dedicata la rassegna The Dead-End Road of Revenge. Il vicolo cieco della vendetta, (MIC, Museo Interattivo del Cinema, Milano), che promuovo con la Società Amici del Pensiero in collaborazione con la Fondazione Cineteca Italiana, http://www.cinetecamilano.it/rassegna/the-dead-end-road-of-revenge-il-vicolo-cieco-della-vendetta-cine-seminario-con-la-psicoanalisi

    [7] Lord Byron, Cain. A Mystery, testo originale a fronte, con un articolo di J.W. Goethe, tr. it. di F. Milone, introduzione e note di G. De Lorenzo, Sansoni Ed., Firenze, 1942.

    [8] Dickens: l’uomo che inventò il Natale è il titolo dell’interessante film diretto dall’indiano B. Nalluri, con D. Stevens e C. Plummer, uscito in questi giorni nelle sale italiane.

  • Freud, Giussani, Contri e il concetto di ‘fatto’*

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    Che cosa hanno in comune un ebreo medico, un laico in sacerdozio, [1] uno psicoanalista di lungo corso già allievo di Jacques Lacan? Un medesimo punto di vista, una Weltanschauung, una filosofia? La religione, la psicoanalisi? Non è quel che sostengo, mentre sottolineo – porto a fattor comune – una parola presente e rilevante nell’opera di tutti e tre: il sostantivo ‘fatto’. L’idea mi è venuta leggendo l’intervista rilasciata recentemente da Giacomo Contri ad Antonio Gnoli (La Repubblica, 16 luglio 2017). [2]

     

    Freud è partito dall’osservazione dei fatti.
    Il 7 dicembre 1938, pochi mesi dopo il suo arrivo a Londra per sfuggire alla persecuzione nazista, la BBC chiese e ottenne di intervistarlo. In nota riporto il breve testo in lingua originale, poco più di una pagina, e il file audio. [3]
    “Sotto l’influenza di un amico più avanti negli anni e con i miei stessi sforzi, ho scoperto alcuni importanti fatti nuovi circa l’inconscio nella vita psichica, il ruolo delle sollecitazioni pulsionali e altro ancora. Da queste scoperte ha preso avvio una nuova scienza, la psicoanalisi, una parte della psicologia, e un nuovo metodo di trattamento delle nevrosi. Ho dovuto pagare pesantemente questa buona sorte. I più non davano credito ai miei fatti e ritenevano malsane le mie teorie. La resistenza è stata forte e spietata.”
    Freud impernia la sua dichiarazione proprio sui “fatti”, per descrivere la dura lotta che era sorta intorno alle sue scoperte. Non sta parlando di religione, ma della, – nonché dalla – nuova scienza da lui fondata in mezzo secolo di incessante lavoro a Vienna.
    Gli esempi di questi fatti possono essere molteplici: un sintomo (svenimento, dispnea, paralisi muscolare, tic), ma anche un lapsus e molti altri. Persino un sogno è un fatto della vita psichica.
    Un inciso: nel 1969 il regista John Huston, che aveva realizzato pochi anni prima il film Freud. The Secret Passion, ebbe a lamentarsi dei tagli imposti dalla produzione, e disse: “…dopo che furono fatti i tagli (Freud) cessa di essere un investigatore super-efficiente che lavora sempre con argomenti razionali sulla scorta dell’evidenza, e diventa un certo tipo di genio malato e ispirato che coglie le risposte giuste nel limbo dell’ispirazione”. Huston aveva capito il modo di lavorare di Freud.
    Del resto, il maltrattamento cui andò incontro Freud non era una novità. In Per la storia del movimento psicoanalitico (1914) egli scrisse:
    “Nella fase presente della lotta intorno alla psicoanalisi la resistenza contro i risultati della psicoanalisi ha notoriamente assunto una nuova forma. Prima, ci si accontentava di contestare che i fatti asseriti dall’analisi fossero un fatto, e a questo scopo la tecnica migliore sembrava quella di evitare di verificarli. Questo procedimento sembra andar lentamente esaurendosi. Oggi si batte l’altra strada, quella di esaminare i fatti, ma sopprimendo attraverso interpretazioni deviate le conclusioni che ne risultano, in modo da preservarsi ancora una volta da verità scandalose.” [4]

     

    Giussani: “Un fatto è un criterio alla portata di chiunque”.
    In uno dei suoi testi, Giussani scrive che “un fatto è un criterio alla portata di chiunque”, appoggiandosi all’affermazione di tale padre Pierre Rousselot, riportata da Henri de Lubac: “Il Cristianesimo è fondato su un fatto, il fatto di Gesù, la vita terrena di Gesù.” E ancora: “L’imperativo cristiano è che il contenuto del messaggio suo si pone come fatto. Ciò non sarà mai sottolineato a sufficienza. Un’insidiosa slealtà culturale ha reso possibile, per l’ambiguità e la fragilità anche dei cristiani, la diffusione di una vaga idea di cristianesimo come discorso (…). No: è anzitutto un fatto, un uomo che è entrato nel novero degli uomini”. [5]
    Nell’intervista a Gnoli, Contri si diffonde su don Giussani e sul rapporto personale che intrattenne con lui: “Era un prete che non aveva niente del prete. (…) Parlava di Gesù come di un ‘fatto’”.
    Mentre scrivo, non ho la minima idea di quale effetto abbia oggi questa frase in chi vi si imbatte per la prima volta: certo non è scontata, né la si incontra facilmente: insomma, non circola. Anche questo è un fatto. Leggendo l’intervista, ci si accorge che a Contri non sfugge la difficile collocazione della proposta di Giussani: egli “non era sulla via tradizionale della “Riforma” della Chiesa: né Riforma né Controriforma. (…) Con il suo operato Giussani si portava dunque avanti rispetto alla storia del cristianesimo, non rientrava in schemi precostituiti, ortodossi o eterodossi.” [6]

     

    Giacomo Contri: il corpo e l’ ‘inconscio’ come fatti.
    In un suo saggio dal suggestivo titolo …e Dio non creò l’inconscio, [7] Contri pone ad esergo un’eccellente frase che Aristotele riprende da Agatone: “Sol questo pure a Dio non è concesso, ciò ch’è già fatto far che non sia fatto” (Etica a Nicomaco, VI,2). Lo stesso Contri la commenta così:
    “Ciò che è già fatto è il corpo, la (prima) Città, il pensiero. Uniamo queste tre parole nell’unico concetto di aldilà. In questo articolo si parla dell’inconscio come di un fatto, per il fatto che è l’individuo a farlo. Si potrebbe obiettare che si tratti di uno di quei fatti che possono essere disfatti, come la casa costruita sulla sabbia. Possibile che un fatto come quel costrutto di pensiero che è stato chiamato a suo tempo «inconscio», ma che è la memoria di aver attivamente elaborato qualcosa, non possa essere disfatto? Come si può attribuire a un risultato di pensiero l’assurdità di ritenere che esso sia certamente solido come la casa costruita sulla roccia? Ai nostri pensieri merita di essere applicato il detto evangelico: «Tutti i vostri capelli sono contati».” [8]
    Ora possiamo intendere come la questione rilevata da Freud (1914 e 1938) e quella denunciata da Giussani in un contesto affatto diverso (“un’insidiosa slealtà culturale…”) siano la medesima questione. In entrambi i casi è chiamato in causa il pensiero del singolo, cioè una realtà scomoda per l’organizzazione della Cultura di ogni tempo. C’è chi se ne è accorto. Non tutti.
    Contri racconta a Gnoli di avere avuto vita difficile nel movimento psicoanalitico. Un punto non sfiorato dall’intervista è l’accusa che proveniva da esponenti del movimento psicoanalitico di allora, e che riguardava proprio la sua prossimità con Giussani. Era un’accusa di copertura, mossa da un ‘fronte interno’ alla psicoanalisi, italiana e francese, che non sopportava uno psicoanalista pensante in proprio e allo stesso tempo freudiano in toto. Gli rimproveravano la prossimità con Giussani per coglierlo in fallo: esattamente come avevano fatto i farisei con Gesù quando lo interrogavano sul sabato. [9]
    Peraltro, Contri non ha mai rinnegato il suo orientamento cattolico, e in quel clima bellicoso (1978) scriveva: “(…) radicatomi nel razionalismo teologico, cioè nella più lunga signoria storica della ragione, il monopolio laico-borghese dell’ateismo non solo non ha avuto la minima presa su di me, ma mi è sempre parso ridicolo, spregevole e filisteo, sul che il mio giudizio di psicoanalista non ha fatto che rinforzarsi.” [10]

    Che cosa possiamo intendere per ‘fatto’? [11]
    Atteniamoci ad una definizione ispirata al buon senso: un fatto è un evento, circostanza o accadimento della natura, ma anche un’azione compiuta in qualsiasi campo dell’attività umana: piove, l’aereo decolla in ritardo, una persona mi sorride o invece mi chiude il telefono in faccia, il capufficio elogia o stigmatizza il mio operato. Tutto registrato dai sensi e processato dal mio pensiero. Fin qui, la serie è disomogenea.
    Occorre il diritto per distinguere tra specie diverse di fatti, nonché tra fatti e atti. Non posso diffondermi ora, ma annoto solamente che l’esplorazione del punto di contatto, diciamo così, tra la dottrina psicoanalitica (Freud) e la scienza del diritto (Kelsen) è ciò che ha consentito a Contri di formulare l’idea che la vita psichica è sempre vita giuridica, dunque imputabile. È un’idea incomprensibile ai più, me ne rendo conto, ma potabile e digeribile per chi, avendo conosciuto la cura del divano, abbia avuto modo di apprezzarne i risultati.
    Fatto è ogni accadimento naturale o atto umano che abbia avuto conseguenze nella vita di un individuo o addirittura della collettività. Non esistono ‘fatterelli’, neppure nella vita quotidiana intessuta com’è di rapporti, abitudini, appuntamenti, successi o insuccessi, etc.
    La stima intellettuale per la categoria del fatto promuove in chiunque (credenti e non) un sovvertimento generale della mentalità, un eccitamento del pensiero in quanto tale: finalmente liberi di farci venire delle buone idee!

    Con queste mie note non ho inteso sant(on)izzare Freud, né ‘psicanalizzare’ Giussani. Ho invece preso sul serio una questione in sé semplice, quella della capacità stessa di osservare i fatti, ad ogni livello. Se non suonasse rétro, sarebbe il caso di dire: ce n’est qu’un début, è solo un inizio.

     


    * Articolo pubblicato il 18 agosto 2017 nella rubrica Father and Son del sito www.culturacattolica.it

    [1]  Così Contri chiamò Giussani in uno scritto di molti anni fa, che ora non ritrovo. L’intervista è reperibile online: http://societaamicidelpensiero.it/wp-content/uploads/170716REP_GBC3.pdf. Essa è stata ripresa da Il Sussidiario, 27 luglio 2017: http://www.ilsussidiario.net/News/Cronaca/2017/7/27/DON-LUIGI-GIUSSANI-Lo-psicanalista-Contri-per-lui-Gesu-era-un-fatto-fu-un-fulmine-a-ciel-sereno-/775760/

    [2] Cfr. Freud speaks to the BBC, http://societaamicidelpensiero.it/wp content/uploads/Testo_intervista_BBC_Freud.pdf, editor M. G. Pediconi. Nel brano che ho riportato in questa pagina, come in tutti quelli successivi, i corsivi sono miei.

    [3] Questo breve brano fu scelto da Contri come apertura delle prime pubblicazioni di Sic (giugno 1975), l’iniziativa editoriale cui aveva dato l’abbrivio in quegli anni, e dei libri di quella prima collana (tra cui La tolleranza del dolore e Lacan in Italia). Sic significa ‘è così’.

    [4] L. Giussani, All’origine della pretesa cristiana, Jaca Book, 1988, pag. 56 e pag. 47.

    [5] G.B. Contri, Luigi Giussani e il profitto di Cristo, pro manuscripto, 2005, pag. 9. http://societaamicidelpensiero.it/wp-content/uploads/050510BB_GBC3.pdf

    [6] G.B. Contri, … E Dio non creò l’inconscio, in: La questione laica, Sic Edizioni, 1991, pagg. 77-105.

    [7] G.B. Contri, “Sol questo pure a Dio non è concesso…”, in: AA.VV., L’Aldilà. Il corpo, Sic Edizioni, 2000, pagg. 91-93.

    [8] Debbo questa osservazione, che faccio mia, ad una recente conversazione con Maria Gabriella Pediconi.

    [9] G. Contri, Lacan in Italia, Sic 1978. Subito, leggendo, pensai che bisognava saperla lunga per scrivere una frase come quella.

    [10] Per un rapido excursus quanto alla definizione del sostantivo ‘fatto’ mi sono servito del Grande Dizionario della Lingua Italiana di S. Battaglia, vol. V. Dopo una prima e più generale definizione, ne segue una seconda, coerente con la precedente e più vicina all’uso del termine nelle discipline scientifiche: Ciò che è (o può essere) oggetto dell’esperienza scientifica, nella sua funzione di guida allo studio dei fenomeni di ogni ordine e grado e alla scoperta delle leggi che li governano.

    [11] Ancor più interessante è la definizione del lemma ‘fatto’ nell’ambito del diritto, ovvero il concetto di fatto giuridico: circostanza, accadimento a cui la norma giuridica ricollega il prodursi di conseguenze giuridiche, cioè la costituzione, la modifica, o l’estinzione di diritti, doveri, rapporti, situazioni giuridiche (e il temine è usato per designare sia l’astratto modello di accadimento delineato da una norma giuridica, sia il concreto accadimento storico che corrisponde al modello legale). Fatto giuridico naturale, fatto giuridico volontario: a seconda che non dipende o che dipende dalla volontà dell’uomo (nell’ambito di questa seconda categoria si distinguono a loro volta i fatti illeciti e i fatti leciti, a seconda che sono o no vietati dal diritto, come i reati e, rispettivamente, i contratti).

     

     

     

  • Freud con Goethe

    “Quello che erediti dai tuoi padri, riguadagnatelo, per possederlo” *

    Prima di archiviare l’estate appena trascorsa, propongo una nota sul tema dell’ultimo Meeting di Rimini, “Quello che erediti dai tuoi padri, riguadagnatelo, per possederlo”: uno dei titoli migliori nella storia della kermesse riminese.[1] La frase (Was du ererbt von deinen Vätern hast, / Erwirb es, um es zu besitzen) è tratta dal Faust, l’opera più celebre del massimo poeta tedesco, W. J. Goethe (1749-1832), ed è nota a molti. Pochi, però, sanno che anche Freud l’ha citata, rivelandola per ciò che essa è: una questione fondamentale per la civiltà stessa. Il tema meriterebbe una trattazione ben più ampia, mentre mi limiterò a delineare appena il nocciolo dell’apporto freudiano. [2]

     

    FREUD CON GOETHE: IL DISCORSO NELLA CASA NATALE DEL POETA

    “L’onore che mi tributate, e che mi sorprende, (…) evocando la figura universale del Grande che nacque in questa casa, che trascorse in queste stanze la sua infanzia, ammonisce in un certo senso a render conto del proprio operato di fonte a lui, e pone la questione di come si sarebbe comportato lui, se il suo sguardo attento ad ogni innovazione scientifica fosse caduto anche sulla psicoanalisi.” [3]
    Sono parole di Freud in occasione del Premio Goethe, conferitogli a Francoforte nel 1930, nella casa natale del poeta: il discorso, letto dalla figlia Anna – egli, già molto malato, non poté recarvisi personalmente – ha attirato l’attenzione di diversi studiosi, anche tra coloro che non sono psicoanalisti. Ad esempio, Tomas Anz, nel saggio Una linea retta da Goethe a Freud, [4] osserva come Freud rovesciò le attese di quanti si aspettavano che egli si giustificasse per essere stato accostato a Goethe, autore che del resto conosceva a menadito, come ogni viennese o tedesco colto dell’epoca, e per il quale nutriva una enorme ammirazione. Non senza ragione, “la vicenda di Faust è stata considerata un’anticipazione della psicoanalisi”. [5] Il brano riportato è un esempio della posizione di Freud nei confronti di molti autori classici, il cui retaggio egli teneva nella massima considerazione, pur senza alcuna timidezza o ossequio pregiudiziale. Nel caso di Goethe, viene da pensare che egli sia stato influenzato anche da un’altra opera del poeta, Il divano occidentale-orientale (1819): mi riferisco all’uso del divano in quella particolarissima conversazione che è la seduta psicoanalitica.

     

    FREUD RACCOGLIE LA QUESTIONE DI GOETHE

    Fra le molte citazioni di Goethe riportate da Freud, segnalo solo quelle relative al nucleo ora in esame, un nucleo che lo stesso poeta sembra evocare da un duplice punto di vista: dalla posizione del figlio-erede, o allievo, e da quella del padre, o maestro.
    La posizione del figlio-erede è richiamata nel monologo di Faust, ed è appunto la frase posta a titolo dal Meeting: “Quel che hai ereditato dai tuoi padri / riguadagnatelo, per possederlo.”
    La posizione del padre o del maestro è invece messa in bocca a Mefistofele, ed è complementare alla precedente: “Addentrarsi in indagini scientifiche non serve: / ognuno impara solamente quel che può.” E ancora: “Tanto quel che sai di meglio / non puoi dirlo ai tuoi alunni”. [6]
    Il gap generazionale non è dunque un fenomeno del Novecento o degli anni della contestazione. Allo stesso tempo, è interessante notare che “Faust e Mefistofele si dividono i ruoli ma agiscono in vista del medesimo scopo.” [7] Viene da pensare che Goethe abbia rielaborato in questo modo il rapporto non facile che ebbe col proprio padre, uomo colto e benestante, il quale si dedicò a lungo alla formazione del figlio, avviandolo a quella carriera di avvocato che invece il giovane decise ben presto di abbandonare.
    Questa tensione, insita in ogni passaggio generazionale, è proprio ciò che destò l’interesse di Freud, costantemente attento ad individuare tutto ciò che compone il ‘complesso paterno’.
    Occorre però sbarazzare il campo da un equivoco, suggerito dalla presenza dell’albero stilizzato nella locandina del Meeting. Con le sue linee e i campi geometrici che ricordano Piet Mondrian, l’immagine non rende ragione alla questione goethiana: infatti nell’ereditare non vi sono radici o frutti, bensì atti prettamente giuridici, cioè umani.

     

    LA MEDESIMA QUESTIONE SECONDO FREUD

    Nelle ultime pagine di Totem e tabù (1912-13) troviamo un esame molto attento di ciò che consente il progresso nella civiltà: “Se i processi psichici di ogni generazione non si prolungassero nella generazione successiva, ogni generazione dovrebbe acquisire ex novo il proprio atteggiamento verso l’esistenza, e non vi sarebbe in questo campo nessun progresso e in sostanza nessuna evoluzione. (…)  E di quali mezzi e vie si serve una generazione per trasferire alla successiva le proprie condizioni psichiche? [quesito perfetto, ndr] Non sarò io ad affermare che questi problemi siano stati sufficientemente chiariti, o che la comunicazione diretta e la tradizione, alle quali si pensa come prima cosa, siano sufficienti alla bisogna. (…) il compito sembra assolto in parte con l’ereditarietà di alcune disposizioni psichiche, che richiedono tuttavia una certa spinta individuale per ridestarsi e diventare operanti. Forse è questo il senso delle parole del poeta: “Ciò che hai ereditato dai padri / riconquistalo, se voi possederlo davvero”.
    Freud non si ferma qui, ma fa un passo ulteriore: “Il problema apparirebbe ancora più difficile se dovessimo ammettere che esistono moti psichici tali da poter essere repressi così completamente che di essi non resta traccia alcuna. Ma moti del genere non esistono. Anche la repressione più violenta è costretta a lasciare spazio a moti sostitutivi deformati e alle reazioni che ne conseguono. Ma se le cose stanno così, possiamo formulare l’ipotesi che nessuna generazione sia in grado di nascondere alla generazione successiva processi psichici di una certa importanza. La psicoanalisi ci ha infatti insegnato che ogni uomo possiede nella sua attività psichica inconscia un apparato che gli consente di interpretare le reazioni di altri uomini, ossia di far recedere le deformazioni che l’altro ha imposto all’espressione dei propri impulsi emotivi. Su questa stessa strada (…) può essere riuscito a generazioni successive di fare propria l’eredità emotiva delle generazioni precedenti.” [8]  [il corsivo nel testo è mio, ndr]
    Apprendiamo così che per Freud un pensiero non può mai essere rigettato fino a scomparire del tutto e a far sì che non lasci traccia di sé. Pur se deformato, esso trapela fino a divenire pubblico, cosicché le generazioni successive possono accorgersi delle deformazioni operate da quelle precedenti e ricostruire quanto era stato rimosso. Non è il caso di drammatizzare, come invece fa l’isteria: anche i padri possono venire ‘sgamati’, e il modo più mite per farlo è ricorrere ad un’analisi. Se mi è consentita un’altra espressione gergale, direi che Freud invita ciascuno a ‘darsi una mossa’. Insomma, figli non si nasce, ma si diventa.

     

    IL ‘PROFITTO TEORICO’, O LA PRIMA VOLTA DELLE NUOVE GENERAZIONI

    Freud era consapevole di essersi proposto un compito che esulava dai limiti della formazione ricevuta anzitutto dal proprio padre. Inoltre, la riluttanza e l’ostilità con cui le sue prime scoperte furono recepite dall’ambiente medico viennese lo convinsero ben presto della novità e della portata di tali scoperte.
    Quando scrisse che “il Super-io è l’erede del complesso edipico”, sentì il bisogno di aggiungere che esso “si insedia solo in seguito alla liquidazione di quest’ultimo”. Ora: il complesso edipico designa il pensiero ben formato del bambino allorché la sua ricerca del soddisfacimento incontra la differenza tra i sessi e quella tra le generazioni. Dunque il Super-io (la coscienza morale) non è tanto l’erede di quel primo pensiero, quanto piuttosto l’usurpatore. [9] Passato e presente non si compongono necessariamente in una sintesi, ma disegnano i confini in cui solo il lavoro di pensiero dell’individuo può venire a capo del conflitto, talvolta con successo, talaltra con discrepanze e insuccessi. Il futuro sarà l’esito di questa ricapitolazione individuale, e dipenderà da quello che sarà stato il lavoro costituente di ognuno.
    L’apporto dei genitori e degli educatori può essere certo rilevante, ma non è affatto garantito che si riveli benefico in ogni caso: spesso, anzi, gli adulti mostrano di non essere all’altezza di una legge compiuta dei propri moti, finendo per deludere e confondere il bambino.
    Nel caso della nevrosi, questi riesce, benché a fatica, ad individuare altri sportelli grazie ai quali potrà riorientare i propri moti. Freud parla addirittura di un ‘profitto teorico’: l’aggettivo teorico in questo caso è tutto da scoprire. Infatti ha a che fare con il mangiare, correre, disegnare e mille altre azioni che il bambino eredita e ripete in altrettante ‘prime volte’ rispetto alle generazioni che lo hanno preceduto. [10] Solo così egli può riconoscere e consolidare le proprie competenze e abilità, ben oltre ogni modellizzazione o misurazione (Q.I., scale di intelligenza e test non servono o sono addirittura dannosi).

    Faust o non Faust, ciascuno farà bene a non lasciarsi arrestare o inibire da alcun ipse dixit, e a procedere a ricapitolare quanto gli è stato insegnato, o che ha letto e ascoltato. Ereditare comporta seguire i propri eccitamenti, come pure seguire chi li ha destati o ri-destati, insieme alla spinta ad emulare i padri e i maestri. Il monito di Goethe rilanciato dal Meeting resta di cruciale importanza.
    Il fatto è che Freud a Rimini… non c’era: ce l’ho portato io adesso.

     


    * Articolo pubblicato il 6 ottobre 2017 nella rubrica Father and Son del sito www.culturacattolica.it e l’11 ottobre 2017 sul sito www.societaamicidelpensiero.it.

    [1]  Questa traduzione, adottata dai promotori del Meeting, si discosta leggermente da quella di A. Casalegno (Faust Urfaust, Garzanti 1990, pagg. 52-53): “Quello che hai ereditato dai tuoi padri, guadàgnatelo, per possederlo”, come pure da quella che troviamo nelle Opere di Sigmund Freud (Bollati Boringhieri, vol. VII, pag. 161): “Ciò che hai ereditato dai padri, riconquistalo, se vuoi possederlo davvero.” Infatti il tempo presente (erediti) non traduce letteralmente, ma ha il vantaggio di mostrare come l’ereditare non sia qualcosa di concluso una volta per sempre, ma continui a rinnovarsi nel presente. Per quanto riguarda “erwirb es”, l’aggiunta del prefisso (ri-guadagnalo, ri-conquistalo) forse non convince pienamente, poiché il verbo tedesco non indica una ripetizione in senso stretto; tuttavia è corretta se quel ri- significa “ogni volta, tutte le volte”. (Ringrazio Maria Guidarelli e Peter Aufkleiter per i loro suggerimenti a questo riguardo).

    [2] Il Meeting 2017 ha offerto più di un’occasione di riflessione intorno all’eredità: ad esempio, la sorprendente mostra curata da Giuseppe Frangi Il passaggio di Enea, che presenta l’artista contemporaneo come un nuovo Enea; l’originalissima e suggestiva rappresentazione teatrale Padre e figlio, opera del drammaturgo Fabrizio Sinisi; l’avvincente lezione del prof. J.H.H. Weiler, Rubando l’eredità dei padri. Giacobbe ed Esaù. Su questi importanti contributi mi propongo di ritornare più avanti.

    [3] Cfr. S. Freud, Discorso nella casa natale di Goethe a Francoforte, OSF, vol. XI, pag. 7.

    [4] T. Anz, Eine gerade Linie von Goethe zu Freud. Zum Streit um die Verleihung des Frankfurter Goethe-Preises im Jahre 1930, http://literaturkritik.de/id/9478

    [5] Cfr. A. Casalegno, Note, in: Faust Urfaust, op. cit., pag. 1205.

    [6] Cfr. S. Freud, Autobiografia (1924), OSF, vol. X, pag.77, e Discorso nella casa natale di Goethe a Francoforte, OSF, vol. XI, pag. 12.

    [7] Cfr. G. Mattenklott, Introduzione, in: Faust Urfaust, op. cit.

    [8] Cfr. S. Freud, Totem e tabù (1912-13), OSF, vol. VII, pagg. 160-1.

    [9] Cfr. G.B. Contri, Lexikon psicoanalitico e Enciclopedia, Sic Edizioni, 1987, pag. 18.

    [10] Cfr. S. Freud, Compendio di psicoanalisi, parte terza, Il profitto teorico, OSF, vol. XI, pag. 634.

     

  • Una donna sprint tra padre e figlio

    Una donna sprint tra padre e figlio

    Ci sono film e libri che con il passare del tempo non invecchiano, a differenza di altri che a distanza di decenni, o solo di anni, non suscitano affatto l’interesse o l’entusiasmo della prima volta. Come mai? Per ora lascio aperto l’interrogativo: ognuno può provare a rispondere in proprio.

    La gatta sul tetto che scotta (1958)[1] è appunto un film ‘sempreverde’, ad alta tensione morale e confezionato in modo elegante e lieve. Recitato in maniera perfetta da tutti gli interpreti, tra cui spiccano Elizabeth Taylor e Paul Newman,[2] ottenne un grande successo e sei nomination all’Oscar, pur non vincendone neppure uno. Il film ha quasi sessant’anni, ma non li dimostra.

    ‘La gatta sul tetto che scotta’: un cenno alla trama

    Mississippi, anni Cinquanta: «Un autoritario barone terriero malato di cancro festeggia il 65° compleanno insoddisfatto dei due figli, uno dei quali è un avido bruto e l’altro un ex-atleta nevrotico che rifiuta di dormire con la bella moglie» (Morandini). Il regista e sceneggiatore Richard Brooks, figlio di immigrati russi di origine ebraica, adattò per il cinema l’omonima pièce teatrale di Tennessee Williams,[3] che in quegli anni era in cartellone al Morosco Theatre di New York. Brooks ne fece un ottimo dramma familiare, imperniato sullo «scontro generazionale e catarsi collettiva» (Mereghetti). Memorabili le scene in cui la giovane moglie cerca di sedurre il marito renitente.[4] In un certo senso la protagonista dell’intera storia è proprio lei, Maggie “la gatta”, sul cui soprannome tornerò tra poco. Bellissima lei, bellissimo lui, eppure le cose tra loro non funzionano, it doesn’t work out. La coppia sembra destinata a non avere alcun futuro, né figli.[5] Il marito (Brick) non fa che attaccarsi alla bottiglia, logorato dal senso di colpa per la perdita dell’amico Skipper, suicidatosi anni prima in circostanze mai chiarite. Maggie è arrabbiatissima (sia pure in modi assai civili, se paragonati agli stili narrativi ben più aggressivi di oggi): la giovane proviene da una famiglia povera, e non intende affatto mandare a rotoli matrimonio e posizione sociale, persuasa che il marito possa ancora riprendersi e guidare la ricchissima azienda paterna. Il fratello e la cognata di Brick non fanno che aspettare la morte del padre (Bid Daddy) mentre mentono a tutto spiano sulle proprie intenzioni e incolpano Maggie di non aver dato alla luce neanche un figlio. Attraverso i fantasmi del passato, lo scontro tra Brick e suo padre troverà infine una soluzione proprio grazie all’intraprendenza di Maggie, a vantaggio di molti, se non di tutti.
    A onor del vero, il film non fa capire chiaramente la vera ragione del sospeso tra padre e figlio, perché Brooks dovette stemperare ogni riferimento all’omosessualità del personaggio del giovane, in obbedienza al codice di autoregolamentazione in vigore in quegli anni nel cinema statunitense.[6] Il passato di Brick viene rappresentato in modo tale da non svelare granché. Afferriamo però il nocciolo del conflitto: il figlio sente di avere deluso le aspettative del padre, che avrebbe voluto farne una star del football.
    Va detto che il film fu realizzato superando difficoltà diverse e crescenti: all’inizio Newman, allora molto meno celebre della Taylor, si lamentò ripetutamente con il regista per la recitazione della diva, a suo giudizio troppo passiva e scostante durante le prove. Ma il 22 marzo 1958 il marito della Taylor, allora ventiseienne e già al terzo matrimonio, morì improvvisamente precipitando con il suo aereo privato (il Lucky Liz), sul quale avrebbe dovuto trovarsi anche la moglie. L’attrice, rimasta vedova con tre figli piccoli tra cui la terzogenita di appena sette mesi, dapprima rifiutò di proseguire le riprese del film, trattando il regista a male parole, ma poi tornò sui suoi passi spontaneamente. Brooks dichiarò: «Non è mai mancata un giorno e non è mai arrivata in ritardo»: la sua forza d’animo sorprese tutti e contribuì a creare un ottimo clima sul set.[7]

    Che c’entra la ‘gatta’?

    Il titolo suona un po’ frivolo e non rende giustizia alla vicenda, che invece non lo è affatto. Nella sceneggiatura di Brooks, Maggie si adopera in tutti i modi per riconquistare lo scontroso marito e allo stesso tempo non nasconde il suo trasporto per il suocero, ancor prima che a costui venga diagnosticato un cancro incurabile. Il ‘tetto che scotta’ allude al clima di menzogna imputabile a tutti i componenti della famiglia: dunque la sua non è affatto una condotta isterica o irragionevole. Persino nel finale, allorché dichiara di essere incinta mentre non lo è ancora, si mostra intelligente e coraggiosa. Mente anch’essa? Niente affatto. Piuttosto getta le basi per ricostruire l’intesa con Brick. Maggie bluffa, non bara: tanto di cappello! Nei decenni successivi il cinema, nel rappresentare il rapporto tra i sessi, ci ha quasi assuefatti ad ogni specie di impasse, come se il fallimento sia l’unico destino cui può andare incontro la vita sessuale.
    Anche il rapporto tra Maggie e Big Daddy è degno di nota; a me ha ricordato la stima e l’affetto che legavano Sigmund Freud alla moglie di suo figlio Ernst, Lucie Brasch. Freud «presto sviluppò una cordiale simpatia per la nuova nuora, la quale lo contraccambiava al punto da confessare al marito: “Sono contenta di non averlo conosciuto prima di te. Mi sarei sempre tormentata a chiedermi se è a causa sua che io amo te”.»[8] Qualcosa del genere è di buon auspicio per ogni matrimonio: Freud mette in guardia gli uomini dallo sposare donne in grave conflitto con il proprio padre.
    Viene da pensare che Tennessee Williams abbia creato il personaggio di Maggie via identificazione: la “gatta” è lui stesso, e la protesta della giovane donna rappresenta in un certo senso la reazione del drammaturgo al mito americano del macho. Williams è arrivato fino a qui.

    La soluzione vantaggiosa…

    … è economica ed è incentrata sul profitto.[9] Ma occorre qualcuno che lo sappia produrre: non bastano gli acri di terra o le ingenti somme di denaro accumulate dal patriarca. La lamentela del fratello di Brick («ho fatto tutto quello che papà ha voluto… non è giusto!») ricorda la parabola evangelica dei talenti: chi non ci mette niente di suo non è davvero affidabile, né è un erede. I due figli incarnano due generi di obbedienza opposti.
    Mi servo ancora del vangelo: «Un uomo aveva due figli; rivoltosi al primo disse: Figlio, va’ oggi a lavorare nella vigna.  Ed egli rispose: Sì, signore; ma non andò.  Rivoltosi al secondo, gli disse lo stesso. Ed egli rispose: Non ne ho voglia; ma poi, pentitosi, ci andò. Chi dei due ha compiuto la volontà del padre?”. Dicono: “L’ultimo”.» (Matteo, 21; 28-32)
    La statura di Big Daddy emerge verso la fine del film, nell’incontro-scontro con Brick nella grande cantina zeppa di oggetti obsoleti, che sembrano ricordargli l’ineluttabilità della morte. Nella confessione circa il rapporto con il proprio padre (“amavo quel vagabondo”), Big Daddy si sorprende capace di essere ancora figlio. Da quel momento, egli torna ad essere interessante per Brick. La scena, che fu introdotta da Brooks (nel dramma di Williams non ve n’è traccia), è il momento più toccante del film, tutto intessuto intorno ad un doppio intreccio: quello del rapporto uomo-donna vòlto al profitto, e quello in cui padre e figlio si fronteggiano nella ricerca appassionata di una soluzione che valga per entrambi.

    Nel prossimo film (Shine, 1996, regia di Scott Hicks) vedremo come la psicopatologia, nella fattispecie la psicosi, abbia invece una forte connotazione antieconomica, cosicché il titolo (Shine, splendore, fama) suona come uno sberleffo.

     

     


    [1] Cat on a Hot Tin Roof, USA 1958, col., 108’. Regia di Richard Brooks. Con: Elizabeth Taylor, Paul Newman, Burl Ives, Judith Anderson. Ho proposto questo film il 23 febbraio scorso al Museo Interattivo del Cinema (MIC) all’interno del Cine-seminario con la psicoanalisi Onora il figlio. L’undicesimo comandamento. Alla proiezione è seguito un breve commento a più voci, cui ha partecipato il prof. Marco Cucco, docente di economia del cinema all’Università della Svizzera Italiana e professore a contratto presso l’Università Cattolica di Milano.
    Questo articolo è in uscita in questi giorni sul sito www.societaamicidelpensiero.it, mentre una prima stesura è apparsa il 14 marzo scorso nella rubrica Father&Son del sito www.culturacattolica.it.

    [2]  A Paul Newman ho già dedicato altri due articoli: Intraprendenti: padre e figlio nel film ‘La lunga estate calda’ (1958) e L’omaggio di un freudiano a Paul Newman (redatto a pochi giorni dalla morte dell’attore).

    [3] Tennessee Williams (1911-1983) fu un autore molto prolifico; tra i suoi drammi di maggiore successo: Lo zoo di vetro (1944), Un tram che si chiama desiderio (1947), La gatta sul tetto che scotta (1955) e Improvvisamente l’estate scorsa (1958). In molte sue opere è presente un richiamo, ironico e/o provocatorio, all’omosessualità. L’adattamento cinematografico di Cat on a Hot Tin Roof non lo convinse affatto.

    [4] La candida e raffinata sottoveste indossata dalla Taylor per buona parte del film contribuì – non senza ragione -al lancio di questo capo di lingerie che si andava affermando in quegli anni. Lo stesso accadde per la virile canottiera indossata da Brando in Un tram che si chiama desiderio (1951) e, ancor prima, per l’impermeabile di Bogart in Casablanca (1942). Il nesso tra cinema, costume e industria non è da dimostrare: è meglio non esercitare troppi distinguo tra cinema commerciale e autoriale ogni volta che un messaggio o un’idea raggiungono e influenzano milioni di persone.

    [5] Una nota per i lettori più curiosi o più accorti. Che cosa pensare del rimprovero della madre di Brick alla nuora? «Insomma, qui c’è qualcosa che non va! Tu non hai figli, mio figlio beve! Quando un matrimonio affonda, cara mia, lo scoglio è il letto!» (When a marriage goes on the rocks… the rocks are there, right there!). C’è qualcosa di irrisolto in questa denuncia: per come essa è formulata, non è chiaro se i sessi soffrano per un’impasse che ha la propria origine altrove, o se invece ne siano la causa. Cambia tutto: il primo caso ricorda il rifiuto della posizione femminile, o ricevente, che Freud indica come ultimo ostacolo alla guarigione (la “roccia basilare”, in Analisi terminabile e interminabile (1937); nel secondo caso avremmo il solito stereotipo, ‘la sessualità’.

    [6] «Il Production Code, o codice Hays, è una forma di autocensura che l’industria cinematografica statunitense adottò fin dagli anni ’30, a seguito di una serie di scandali legati alla vita privata di attori e registi dell’epoca. In forza di esso, tutti i film, per arrivare nelle sale, dovevano rispettare una serie di regole circa le scene di nudo o di rapina, la religione, la bandiera nazionale, etc. Il codice rimase in vigore sino al 1967, anche se col passare degli anni le sue maglie divennero più morbide. Dal 1967 venne sostituito da un rating system: alcuni film furono vietati ai minori di 14 o di 18 anni. In tal modo non si censurava più il contenuto, ma si regolamentava chi poteva avere accesso ad una determinata tipologia di contenuti.» (M. Cucco, dai miei appunti).

    [7] Cfr.: S. Levy, Paul Newman. Una vita. Trad. di F. Pedroni, Baldini Castoldi Dalai, 2010, pag. 133.

    [8] S. Freud, Intanto riminiamo uniti. Lettere ai figli, Archinto 2013, pag. 145. Inoltre, poco dopo la scomparsa della figlia Sophie (1920), Freud si rivolse alla futura nuora con queste parole: «Mia cara figlia, (…) come tu hai perso un padre amato, così io ho perso da poco una figlia e da allora sono così ferito, che non oso credere nella buona sorte. Ma pare che la buona sorte sia ancora possibile, e che essa sia tu.» (pag. 161). Per un approfondimento circa il rapporto tra Freud e i suoi figli, rinvio a: G.M. Genga e M.G. Pediconi, Ubi bene ibi patres. Freud e i suoi figli, Gli Argonauti n. 150, Carocci, settembre 2016.

    [9] Circa la rilevanza del profitto nel rapporto padre-figlio, G.B. Contri ne ha parlato e scritto più volte, come ho indicato nel mio articolo recente Nel nome del Padre, del Figlio e del… Profitto.

  • Quel tallone d’Achille dei genitori: il figlio ideale

    L’occasione: un cine-seminario con la psicoanalisi
    In questi mesi il Museo Interattivo del Cinema (MIC) ospita il Cine-seminario con la psicoanalisi Onora il figlio. L’undicesimo comandamento.[1] Il Leitmotiv è il medesimo di questa rubrica, ovvero il rapporto tra padri e figli. Il ciclo ha preso il via il 26 gennaio con Mio figlio Professore (1946).[2] La proiezione è stata preceduta da una breve introduzione di Luisa Comencini[3] e da una presentazione di Paolo Mereghetti.[4]

    Uno sguardo alla trama di “mio figlio professore” (1946)
    Orazio Belli (Aldo Fabrizi) è il bidello del liceo classico Visconti, il più antico e prestigioso di Roma. Rimasto vedovo con il figlio ancora in fasce, gli dedica tutta la propria vita, spingendolo a farsi una posizione: «per fargli avere la cattedra di latino nel suo liceo, è disposto a far carte false, ma l’intransigenza del figlio non gli permetterà di godere di questo piccolo trionfo.» (Mereghetti, 2014) Ripercorrendo vent’anni di storia italiana a partire dall’ascesa al potere del fascismo, il film racconta un certo tipo di ambizione paterna, votata all’insuccesso perché appesantita dall’ingenua ricerca del riscatto sociale.

    Il narcisismo dei genitori: il vero tallone di Achille
    La pagina che Freud scrisse a questo riguardo nel 1914 ci permette di comprendere le ragioni di tale insuccesso: «Se consideriamo l’atteggiamento dei genitori particolarmente teneri verso i loro figli, dobbiamo riconoscere che tale atteggiamento è la reviviscenza e la riproduzione del proprio narcisismo al quale i genitori stessi hanno da tempo rinunciato. (…) Si instaura in tal modo una coazione ad attribuire al bambino ogni sorta di perfezioni di cui non esiste indizio alcuno se lo si osserva attentamente, nonché a dimenticare e coprire ogni sua manchevolezza. (…) La sorte del bambino dev’essere migliore di quella dei suoi genitori (…) egli deve davvero ridiventare il centro e il nocciolo del creato, quel “His Majesty the Baby”, che i genitori si sentivano un tempo. Il bambino deve appagare i sogni e i desideri irrealizzati dei suoi genitori: (…) si ottiene sicurezza rifugiandosi nel bambino. L’amore parentale, così commovente e in fondo così infantile, non è altro che il narcisismo dei genitori tornato a nuova vita».[5] Cose vetuste e ormai sorpassate? Domanda retorica.

    Quando il padre è “faber sfortunae suae”
    A mio avviso, questo film mostra molto bene il narcisismo del padre-bidello: “non ci sono né facili piagnistei né inutili sentimentalismi” (Mereghetti, 2016): Castellani non ha affatto ceduto al gusto del patetico nel giudicare la condotta del protagonista.[6]

    Un solo esempio: allorché Orazio si scopre incapace di trovare una soluzione all’inaspettato conflitto con il figlio e decide di uscire di scena, si lascia andare ad una specie di auto-rimprovero: «Non ti scorda’ che tu sei bidello e lui professore…Così è fatto il mondo. E’ fatto male ma è così!» Ebbene, ha torto, anche se la sua figura impacciata, soccorrevole e paternalistica, aveva potuto destare fino a quel momento una certa compassione. Ma egli resta faber sfortunae suae (per dirla in latino maccheronico). I suoi modi dimessi lo spingono a… dimettersi: sentiva di avere osato troppo. Si pensi alla canzone Papaveri e papere di qualche anno dopo.[7]
    Per il bidello Orazio l’ascesa sociale è un Oggetto idealizzato, un miraggio. Né può essere diversamente: la sua “ambizione” resta tutta interna alla cornice della Cultura classica, quella con la ‘C’ maiuscola.
    Non a caso il film è ambientato, nonché girato, nel più prestigioso liceo classico romano, quell’Ennio Quirino Visconti che per decenni ha formato la crème intellettuale e politica italiana.[8] Una scuola di eccellenza, come si direbbe oggi. In questa cornice tanto austera, Castellani sceglie di ritrarre la figura più “bassa”, il bidello: un mestiere in certo senso servile ed esposto al dileggio, forse perché, a differenza del contadino o dell’operaio, non è un lavoro produttivo.
    Vero che per i bambini delle elementari di ogni ceto, la figura del bidello non era affatto minore rispetto a quella del maestro o della maestra: prima della riforma del 1962, o fino al ’68, il bidello era una specie di zio, uno sportello preziosissimo, che provvedeva ai mille imprevisti e bisogni dei piccoli scolari. Ma qui non vi è alcuna traccia di tutto questo: Orazio senior è una figura claustrofobica, come scrive Pier Maria Bocchi: è dedito solo al figlio![9] E allo stesso tempo è un personaggio in certo senso all’avanguardia, perché ricorda da vicino il “mammo” dei nostri giorni.

    Certo, si ride alla gag in cui Orazio farfuglia semi-parole incomprensibili quando vuole citare titoli e argomenti dei dotti articoli pubblicati dal figlio divenuto professore. Eppure egli non mostra alcuna curiosità per quella cultura: nessuna lettura, nessun movimento. Proprio come accade al protagonista di Umberto D. di De Sica[10] che, mentre vende per un tozzo di pane i suoi libri ad una bancarella, confessa di non averli mai aperti! Inescusabile.
    ‘Commedia dolceamara’, è stato scritto. Ma attenzione all’aggettivo composto: l’ossimoro nasconde spesso la perversione. Può qualcosa essere allo stesso tempo dolce e amaro?
    Nel finale “di intensità quasi insopportabile” (Mereghetti 2016), il figlio non immagina neppure che il padre si sia autoesiliato. Ne è testimone invece la giovane Pinuccia, che dà l’addio al vecchio bidello con un bacio affettuoso. Spetterà a lei dare la notizia a Orazio jr. con cui sta per fidanzarsi. La nuova coppia avrà maggior fortuna? Melodramma o illusione? O un karma in versione occidentale? Resta che padre e figlio, in questa storia, non hanno in comune alcuna ‘azienda’, né alcun mezzo di produzione.

    Nel prossimo film, La gatta sul tetto che scotta (Brooks, 1958), tutta la vicenda è imperniata sulla capacità del figlio di raccogliere in modo personale l’eredità paterna. Una capacità che deve anzitutto, come vedremo, alla moglie, una donna eccezionale. Appuntamento al MIC il 23 febbraio prossimo.

     


    [1] L’espressione “onora il figlio”, coniata da G.B. Contri, ricapitola il decalogo più noto della storia dell’umanità. Chi non onora un figlio (figlia compresa) lo ammala, mostrando così di essere egli stesso malato. Quattro film molto diversi tra loro e imperniati su un unico tema: il passaggio generazionale. Sarà privilegiato l’apporto di Freud, l’unico pensatore moderno che abbia indagato a 360 gradi il tema del padre, partendo dal rendere nuovamente pensabile che cosa significhi essere figlio e figlia. Contri ha raccolto e perfezionato tale ricerca: esiste passaggio tra padre e figlio laddove il rapporto volge al profitto. È questo il test dell’amore (link alla pagina del sito MIC Onora il figlio. L’undicesimo comandamento.)

    [2] Mio figlio Professore: Italia 1946, b/n, 100’, R. Castellani. Con: Aldo Fabrizi, Giorgio De Lullo, Mario Pisu, Pinuccia Nava, Mario Soldati, Ennio Flaiano. Per un approfondimento sull’intera opera del regista, rinvio al recente Il cinema di Renato Castellani, a cura di L. Malavasi et Al., Carocci, 2015. Non so se il regista o qualcuno degli sceneggiatori abbiano avuto contatti con lo scrittore Ugo Ojetti (1871-1946): questi aveva pubblicato nel 1922 un romanzo dal titolo Mio figlio ferroviere, alla cui trama il film di Castellani sembra fare da contrappunto.

    [3] Luisa Comencini, Segretario Generale della Cineteca Italiana, che quest’anno festeggia i 70 anni di attività con un nugolo di interessanti iniziative (http://cineteca70.cinetecamilano.it/), ha ricordato il ribaltamento operato dal punto di vista che mette l’accento sull’onorare il figlio: “è come se, da un ipotetico undicesimo comandamento, si chiedesse al cinema di dirci qualcosa sulle modalità in cui il padre – non più il figlio – debba rendere onore all’altro.” (dai miei appunti).

    [4] Paolo Mereghetti, noto giornalista e critico del Corriere della Sera, autore dell’autorevole Dizionario dei Film che porta il suo nome (Baldini&Castoldi, 11^ ed., 2016) ha sottolineato come le qualità di questo film non siano state apprezzate a lungo, come invece avrebbero meritato, a causa del dibattito ideologico che divideva la critica in opposti schieramenti sociali e politici. Solo quando tale dibattito ha assunto toni più sfumati, anche questo genere di “cinema non monocorde” ha potuto trovare degli estimatori (dai miei appunti).

    [5] S. Freud, Introduzione al narcisismo, 1914, OSF. Vol. VII, pagg. 460-461.

    [6] Una interessante espressione di Luigi Comencini: «Il pubblico vuole il patetico? Castellani gli dà il patetico, ma non ci crede, non ci crede assolutamente.» (F. Pitassio, Uomini e animali. Renato Castellani nonrealista, in: Malavasi, op.cit., pag. 26).

    [7] G.B. Contri, commentando una battuta di Altan apparsa su Repubblica (“Forse è ora che l’umanità si dimetta”), scrisse: «Forse è ora di pensare che l’umanità possa cessare di dimettersi. Freud ha cercato questo pensiero. La migliore rappresentazione che conosco del peccato dell’umanità è la dimissione, o abdicazione, di Re Lear. Tutta la psicopatologia è dimissione, autogestione dell’esautorazione, prima subita poi inferta.» (G.B. Contri, L’inno del terrorismo: “papaveri e papere”, Bed&Board, 9/09/2004). Ricordo che Papaveri e papere si classificò al secondo posto al festival di Sanremo 1952. Nella sua malcelata melanconia fu un successo straordinario: https://www.youtube.com/watch?v=1a1GYZZt8Vw

    [8] Il Visconti, fondato nel 1871 nella sede del prestigioso Collegio Romano istituito da Ignazio di Loyola per la formazione dei Gesuiti, annovera tra i suoi allievi molti nomi illustri, tra cui Pio XII, Giulio Andreotti, Giorgio Amendola, Franco Modigliani, Guido Carli e Roberto Longhi.

    [9] “Il nemico di Orazio è Orazio stesso” (P.M. Bocchi, Mio figlio professore: prima di Umberto D., in: Malavasi, op.cit. pag. 144).

    [10] Cfr. G.M. Genga, Di padre in padre. Passaggi generazionali in casa De Sica, http://www.glaucomariagenga.it/?p=156